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Tra un mese Sciopero europeo degli studenti.
Sciopero generale della CGIL.
BEN SCAVATO VECCHIA TALPA.
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Per una laicità globale, poliedrica e inclusiva
di Sergio Paronetto
Fabbricanti di nuovi dei o promotori di laicità globale?
In quest'epoca di conflitti armati e di propaganda bellica, di disprezzo del diritto internazionale, di diffusione di religioni snaturate, imbevute di violenza, si stanno affermando nazionalismi aggressivi, populismi etno-religiosi, suprematismi ammantati di sacralità.
Aspiranti al ruolo di dio
Troppi capi politici, che usano la religione a fini di potere, si presentano (e sono accolti) come "uomini della provvidenza", come "salvatori", o, come suggeriva il vescovo Tonino Bello, come "aspiranti al ruolo di Dio". Non solo. Cresce la schiera dei fabbricanti di nuovi dei e di fondatori di nuove religioni o di nuove "soteriologie", promotrici di salvezze basate sulla potenza tecnologica e sul dominio militare. Anche intellettuali famosi, cosiddetti "laici" e "progressisti", sono prigionieri di un pensiero unico bellicista (o futurista) e dell'idea (distopica) di guerra naturale e salvatrice. Orribile è la bestemmia della guerra santa, religiosa o metafisica, espressa dal patriarca ortodosso di Mosca e da Putin, ripresa, in modo uguale e contrario, da comunità ucraine e polacche; da Trump, Vance, Netanyahu; da movimenti statunitensi e sudamericani (in particolare argentini e brasiliani); dal fondamentalismo ebraico e islamico; dal suprematismo di varie realtà asiatiche o africane; dal nazionalismo etno-religioso attivo in Europa tra penisola balcanica e paesi baltici, in paesi come Ungheria, Germania, Francia, Spagna e Italia.
Torna prepotente il dio degli eserciti
Torna prepotente il dio degli eserciti. Si adora l'idolo della guerra. Il problema riguarda tutte le culture e le religioni. Colpisce il futuro della democrazia. Investe l'idea di persona umana. Minaccia il destino della madre terra e della famiglia umana. Per la credibilità di ogni politica e di ogni fede è decisivo operare una radicale desacralizzazione della guerra, demitizzare il mito della potenza armata e ogni ideologia sacrificale. Avverto un forte bisogno di laicità globale, capace non solo di distinguere tra sfera politica e sfera religiosa, e di rifiutare qualunque uso politico della religione. Parlo, soprattutto, di una laicità globale, poliedrica e inclusiva, attiva in ogni dimensione della vita. Ne elenco almeno dieci.
Dieci dimensioni della laicità
In ambito culturale, come apertura a conoscere, riconoscere, convivere. In ambito sociale, come gestione dei conflitti e cura delle relazioni. In ambito antropologico, come stile di ricerca aperta, senso della complessità e del limite, difesa della dignità umana.
In ambito politico-istituzionale, come pluralismo progettuale, dialogo e democrazia. In ambito socio-politico, come desacralizzazione della guerra, come demitizzazione della potenza, come rifiuto di ogni ideologia sacrificale. In ambito civile-giuridico, come rispetto del diritto internazionale, stato di diritto, Carta dell'Onu, Costituzione italiana.
In ambito economico, come rifiuto dell'idolatria della ricchezza ("dio mammona") e della dittatura della finanza speculativa. In ambito ecologico, come cura del mondo contro il dominio predatorio della terra e del cosmo.
In ambito cristiano, come teologia "disarmata e disarmante", come "shalom" biblico attuato nella vita di Gesù Cristo, uomo laico, anticlericale, umanamente divino. In ambito ecclesiale, come testimonianza di una chiesa "sale e lievito", casa aperta bergoglianamente a todos todos todos.
Insomma, sinteticamente, è la laicità della Costituzione italiana, della Dichiarazione dei diritti umani, della Carta dell'Onu e dell'Unesco, del Trattato dell'Unione europea, di tanti cammini di umanizzazione, di robuste testimonianze profetiche, di numerose pratiche nonviolente orientate alla convivialità delle differenze.
Ai Verdi Veronesi
a cura di Corrado Brigo
Camilla Taddei e Federico Guarelli sono stati nominati quest'anno coordinatori provinciali di Verona di Europa Verde. Che poi sarebbero "i Verdi".
La loro nomina pone fine ad un lungo travaglio, dal 2022 al 2026, durante il quale i Verdi veronesi sono rimasti praticamente senza una direzione unitaria. Mi hanno raccontato queste complicate vicende quando ci siamo incontrati in Piazza Santa Toscana, in una domenica piena di sole settembrino.
Camilla e Federico sono due giovani trentenni. La loro nomina segna anche il salto generazionale. Gli storici esponenti Verdi, quasi tutti di origine sessantottina e dintorni, hanno fatto un passo indietro, pur restando attivi e impegnati. I nuovi responsabili non portano il carico di disillusioni che grava sulle spalle di chi ha vissuto il travaglio delle formazioni post sessantotto, sia in ambiente verde, sia tra gli eredi della sinistra radicale. (i Verdi del Sole Che Ride; i Verdi Arcobaleno; i Verdi della Colomba….)
Europa Verde, mi dicono Camilla e Federico, oggi è saldamente ancorata al pacifismo, all'antifascismo, all'ecologismo "scientifico" e alla difesa delle condizioni di vita degli strati più disagiati della popolazione.
Questo posizionamento spiega anche la vicinanza con Sinistra Italiana, assieme alla quale partecipa ad AVS, cioè all'alleanza tra Verdi e Sinistra.
Camilla ha poco più di trent'anni; è originaria di Isola Rizza e ha una laurea magistrale in relazioni internazionali, che mette a frutto nel suo lavoro a Bruxelles. Lavoro che, per sua fortuna, è strettamente inerente alla sua preparazione scientifica.
Federico, anche lui laureato, lavora presso l'Università di Verona. E' originario di San Zeno di Montagna, dove è stato consigliere comunale. Aderisce ai Verdi dal 2021 ed è stato anche consigliere di circoscrizione a Verona.
Chiacchierando con loro, viene fuori che sia nei Verdi, sia in Sinistra italiana manca una intera generazione: quella dei cinquantenni. In mezzo c'è un buco, una discontinuità. Le vecchie formazioni Verdi/Sinistra, per decenni hanno continuato a perdere adesioni, iscritti e consensi, bucando la maggior parte degli appuntamenti elettorali. con continue separazioni e ricongiungimenti.
Oggi le adesioni (sia Verdi che Sinistra Italiana) cominciano a risalire. I nuovi coordinatori stanno riprendendo rapporti con gruppi di giovani e le drammatiche emergenze climatiche stanno riportando al centro il tema della difesa dell'ambiente.
Un altro tratto comune con S.I. è questo: il seguito elettorale è molto superiore alla forza organizzata. Oppure, detto in altri termini: l'organizzazione (i tesserati, ad esempio) è molto esigua o addirittura evanescenti. Ma AVS è accreditata di un non disprezzabile 6-8 %. In crescita. E in particolare in crescita tra i giovani, nonostante che l'età media degli iscritti sia alta. Quasi non ci fosse alcuna relazione tra consenso elettorale e radicamento organizzato.
Vuol dire che esiste una "nuvola" di consensi e voti di opinione. Un consenso di tipo generale, di "posizionamento", si potrebbe dire (pace, ambiente, stato sociale); in larga parte comune sia alla tradizione ambientalista che a quella socialista e di sinistra.
Chiedo a Camilla e Federico: ma questo divario tra seguito elettorale e forza organizzata, è un bene o un male. Voglio dire: è la modernità che non prevede più la militanza, mentre l'opinione si nutre di sola comunicazione, oppure è il sintomo di un ritardo da colmare?
"La seconda che hai detto – rispondono – Certo, il modo con cui circolano le opinioni è radicalmente diverso da quello anche di solo pochi decenni fa. Tuttavia il radicamento è indispensabile non solo per aumentare i consensi, ma soprattutto per potersi confrontare con la gente in carne e ossa e di aderire ai problemi concreti che il degrado ambientale genera a getto continuo".
Un'altra domanda. Cosa mi dite della prospettiva di AVS? Darete vita ad un partito unico?
La risposta è stata cauta e meditata: "Siamo molto più d'accordo sulla piattaforma politica e sulle prospettive, di quanto non siamo vicini nell'iniziativa concreta. Questo è in parte inevitabile. Noi abbiamo bisogno di riprendere contatto con la nostra gente, di consolidare la presenza ambientalista. Non tanto per essere più 'competitivi' verso l'altra componente, ma perché non vada dispersa una tradizione che anche a Verona è stata importante. Comunque il percorso è segnato: si va verso una sempre più stretta unità"
Tra l'altro, chiedo ancora, si avvicina un periodo segnato da due scadenze elettorali decisive: le Politiche e le Comunali di Verona. Avete già idee in merito?
"La cornice è sicuramente quella del cosiddetto 'Campo Largo' ma non abbiamo ancora elaborato programmi e iniziative. Alcuni nostri esponenti partecipano ai 'Tavoli Programmatici' per le Comunali di Verona, ma siamo appena agli inizi".
La chiacchierata finisce con l'impegno di nuovi incontri. Sarà interessante conoscere quali saranno i contributi ambientalisti all'idea di Città da presentare ai veronesi, in alternativa alle destre.
Se mi è consentita una impressione personale, credo che la vecchia guardia dei Verdi veronesi stavolta abbiano fatto una buona scelta.
Ragionando pacatamente di immigrazione
Nota 9 del 19 ottobre 2026 · di Carlo Melegari
Appunti per una governance intelligente dei flussi migratori sia per lavoro che per richiesta di protezione internazionale
1. Rendere più ragionevole la politica generale dei visti
Oggi il problema fondamentale all'origine delle presenze irregolari di migranti impropriamente detti «clandestini») nel nostro Paese è lo scarto che c'è tra la domanda di migrazione per motivi economici e le possibilità effettive di entrare legalmente in Europa. E questo, pur essendoci quasi sempre da parte dei migranti la ragionevole presunzione di trovare qui un soddisfacente reddito da lavoro. In molti casi, i requisiti richiesti per ottenere il visto di ingresso*, le modalità con cui vengono verificati tali requisiti e l'incertezza delle procedure, rendono il percorso legale difficilmente accessibile anzitutto e soprattutto a chi parte (o vorrebbe partire) trovandosi nella condizione di cittadino povero di Paesi poveri dell'Africa, dell'Asia e dell'America latina.
E' vero che una politica dei visti responsabile non può permettersi di rinunciare ai controlli, ma dovrebbe anche distinguere tra requisiti necessari a garantire l'identificazione, la sicurezza e l'affidabilità della persona e condizioni che, se eccessivamente rigide o non commisurate alla finalità del viaggio, finirebbero e di fatto finiscono per precludere ogni possibilità concreta di ingresso regolare.
E punto importante sarebbe che la ragionevolezza dei requisiti fosse di immediata comprensibilità e condivisibilità - per convenienza effettiva - per gli aspiranti alla migrazione: condizioni chiare prima della partenza, pertinenti allo scopo del soggiorno, verificabili con criteri trasparenti e accompagnate da decisioni tempestive delle autorità di ambasciata o consolari competenti. Un sistema che dichiara legale un percorso, ma lo rende inaccessibile nella pratica, di fatto va a delegittimare le proprie regole.
Il problema non è scegliere tra libertà d'ingresso senza regole e chiusura indiscriminata. È costruire un sistema nel quale le regole siano sufficientemente aperte da offrire una alternativa praticabile all'irregolarità, ma abbastanza precise da consentire controlli efficaci.
2. Rendere ragionevoli le verifiche dei requisiti per il visto d'ingresso
Una delle innovazioni più importanti per una governance intelligente dei flussi dovrebbe consistere nel ripensare i momenti e le procedure di verifica dei requisiti per l'ottenimento del visto d'ingresso e poi del permesso di soggiorno.
Perché non consentire, entro un quadro normativo definito, che una persona identificata e autorizzata ex-ante entri legalmente per un periodo limitato, cerchi un'occupazione, si renda conto personalmente e sul posto delle opportunità disponibili e possa quindi dimostrare ex-post di possedere i requisiti di reddito da lavoro necessari per restare?
Un sistema articolato in due fasi potrebbe prevedere:
Prima della partenza: a) accertamento dell'identità con impronte digitali o tecniche che oggi non lasciano dubbi sia per il Paese di emigrazione che per quello di immigrazione; b) informazione comprensibile e accertata come compresa sui diritti e sugli obblighi fondamentali del migrante; c) sottoscrizione dell'impegno a rispettare la durata e le finalità autorizzate del soggiorno per esplorazione del mercato del lavoro nella regione indicata come di possibile insediamento per il proprio progetto migratorio; d) deposito di una somma comprensibilmente ragionevole (e di fatto tale) a garanzia di copertura delle spese da sostenere per i mesi di soggiorno a fini esplorativi del mercato del lavoro (viaggio, alloggio, assicurazione in caso di malattia...).
Dopo l'arrivo: un periodo definito e ragionevole per: a) esplorare di persona il mercato del lavoro; b) accedere ai servizi autorizzati di orientamento e incontro tra domanda e offerta; c) reperire un'occupazione regolare e dimostrare la disponibilità di una sistemazione abitativa adeguata (anche in foresterie per lavoratori stranieri gestite dagli Enti locali). Entro tale periodo, chi soddisfa le condizioni previste dovrebbe poter ottenere il titolo di soggiorno appropriato, senza procedure inutilmente complesse o incertezze amministrative.
Il lavoro e l'abitazione non devono diventare pretesti per escludere preventivamente, prima della partenza, persone che potrebbero reperirli una volta arrivate. Devono essere requisiti verificabili con tempi e modalità compatibili con una ricerca effettiva, senza abbassare le tutele lavorative né accettare condizioni abitative indegne.
Occorre naturalmente evitare che il periodo di ricerca si trasformi in un soggiorno indefinito. Chi non soddisfa i requisiti entro il termine previsto, salvo circostanze che giustifichino una diversa soluzione secondo la legge, dovrebbe rientrare nel Paese d'origine. Le procedure di rientro dovrebbero però essere, anche quelle, comprensibilmente ragionevoli. Quindi certe, proporzionate, rispettose dei diritti e concretamente attuabili.
La verifica ex-post non è una rinuncia al controllo: è un controllo collocato nel momento in cui i requisiti possono essere accertati in modo più rapido, realistico ed efficace.
3. Creare le condizioni per ridurre al massimo il ricorso improprio alla richiesta d'asilo e le conseguenze dell'irregolarità dopo un eventuale diniego
Quando la migrazione per lavoro non dispone di canali legali effettivamente accessibili, è ovvio aspettarsi che un certo numero di persone possano essere indotte a presentarsi alle frontiere come in fuga da minacce serie, oggettive e soggettive, alla loro vita. Ossia come richiedenti protezione internazionale, pur avendo come motivazione prevalente all'origine la ricerca di opportunità economiche.
L'assenza di alternative legali per la migrazione economica è provato che contribuisce non poco a un uso improprio delle procedure d'asilo. Quando un visto ex-ante, in prospettiva di partenza, viene negato senza darne alcuna spiegazione plausibile o quando una domanda di asilo nei Paesi di arrivo irregolare viene respinta ex-post con decisione definitiva e non sussistono altri titoli di soggiorno o impedimenti al rimpatrio, è da meravigliarsi che la resilienza del diniegato faccia emergere difficoltà nell'accertamento della sua originaria identità e nell'esecuzione del rientro?
Il ricorso ad una forma di giustificabile e comprensibile resilienza - per la necessità (ritenuta tale in buona fede) di produrre generalità false di identità - non c'è dubbio che va ad ostacolare, ritardare e complicare le procedure di legge e rendere poi nella grande maggioranza dei casi impossibile il rimpatrio. Ne possono derivare permanenza irregolare, sfruttamento lavorativo e abitativo, marginalità, esclusione sociale e rischio di facile esposizione a circuiti criminali. Queste condizioni possono alimentare a loro volta sfiducia, conflitti sociali e atteggiamenti xenofobi nella popolazione locale del Paese di immigrazione.
Una politica dei visti più ragionevole, associata a verifiche accettate, rapide e attendibili dell'identità prima della partenza, perché il visto è nella normalità dei casi ragionevolmente ottenibile e ottenuto, può contribuire a prevenire una parte notevole di questi problemi. Non li eliminerà tutti, ma potrà ridurre di molto (anzi, di moltissimo) il ricorso agli escamotages di giustificabile e comprensibile resilienza e rendere più gestibili le situazioni - a quel punto, tutto sommato, da aspettarsi veramente rare - in cui il soggiorno regolare non potesse più essere consentito in base alla normativa vigente.
4. Rendersi più consapevoli che è il mercato del lavoro, così come realmente funziona, a regolare di fatto i flussi migratori
L'Italia e l'Europa devono confrontarsi con trasformazioni demografiche e fabbisogni occupazionali che rendono importante una gestione lungimirante della migrazione per lavoro.
I canali d'ingresso dovrebbero consentire sia il reclutamento dall'estero da parte di imprese che abbiano effettive necessità, sia la ricerca di lavoro da parte di persone autorizzate a entrare legalmente come migranti, avendo potuto dimostrare - facilmente e in tempi rapidi - i requisiti che loro stesse, nella generalità dei casi, siano state messe in grado di ritenere ragionevoli e comprensibili.
Occorre semplificare le procedure, ridurre i tempi amministrativi, favorire l'incontro tra domanda e offerta e rendere più rapida la valutazione delle competenze e dei titoli professionali. Al tempo stesso, bisogna rafforzare i controlli contro la piaga del lavoro nero, le intermediazioni illecite e lo sfruttamento.
Il tutto nella piena consapevolezza che il vero regolatore dei flussi migratori, il più efficiente e il più efficace, è il mercato del lavoro così come di fatto funziona.
Se reddito da lavoro può esserci, non solo di diritto ma anche di fatto, esclusivamente con regolare contratto e conseguenti tutele di legge, gli immigrati irregolari saranno pochissimi e il Paese costituirà fattore di attrazione dei migranti sostanzialmente in relazione all'effettivo bisogno di lavoro regolare.
Se, al contrario, reddito da lavoro può esserci anche da lavoro nero tollerato e/o non perseguito con la dovuta determinazione, gli immigrati irregolari ci saranno e molto più numerosi. E anche molto più funzionali alla situazione di precarietà nell'illegalità che li fa ricattabili per l'accettazione di salari e di condizioni di lavoro fuori tutela di legge con tutto quanto ne consegue di marginalità, emarginazione, rischio di devianza, ostacoli alla fruizione di politiche per l'inclusione e l'integrazione.
La migrazione regolare deve essere un'opportunità per chi cerca lavoro e per il sistema economico, non - quando resa impossibile - uno strumento per rendere il lavoratore più ricattabile. La possibilità di cambiare datore di lavoro secondo regole definite e di denunciare gli abusi deve essere parte integrante di una politica efficace.
5. Mettere in atto per i richiedenti protezione internazionale procedure rapide in tempi certi da rispettare e con percorsi di attesa davvero utili
Una volta resi ragionevolmente possibili gli ingressi dei migranti economici, i richiedenti protezione internazionale si ridurrebbero a poche migliaia all'anno nel nostro Paese. Allora anche il sistema di accoglienza per loro sarebbe messo facilmente nelle condizioni di evitare che le attese della conclusione dello svolgimento delle pratiche previste si trasformino, come avviene kafkianamente adesso, in periodi di inattività e dipendenza senza senso**. Il soccorso e la prima assistenza potrebbero essere assicurati in forme dignitose; successivamente, le procedure d'identificazione e di esame delle domande potrebbero svolgersi in tempi rapidi, nel rispetto delle garanzie individuali.
Fin dai primi giorni ai richiedenti protezione internazionale si potrebbe offrire orientamento, insegnamento della lingua italiana, conoscenza dei diritti e dei doveri, formazione e opportunità di partecipazione compatibili con la condizione giuridica della persona. L'accoglienza non troverebbe ostacoli, neanche nell'opinione pubblica, ad essere organizzata in strutture di dimensioni contenute, integrate nel territorio e sottoposte a controlli sulla qualità dei servizi e sulla trasparenza dei costi.
Chi ottiene protezione dovrebbe poi poter accedere con prevedibile successo a percorsi di autonomia e integrazione. Chi non ne avesse titolo (e alla fine sarebbero pochissimi) e non disponesse di altre condizioni legali per restare, dovrebbe ricevere una decisione tempestiva e, quando dovuto, essere accompagnato al rientro secondo le procedure previste.
L'accoglienza non deve essere né abbandono né permanenza indefinita nell'incertezza: deve garantire dignità, correttezza delle procedure e prospettive
definite.
6. Includere i richiedenti asilo e integrare i rifugiati, coinvolgendo i territori
Inclusione e integrazione richiedono impegno individuale e responsabilità collettive. Lingua, scuola, lavoro, casa e partecipazione sociale sono condizioni essenziali per costruire autonomia e appartenenza. Le istituzioni devono contrastare le discriminazioni e, nello stesso tempo, garantire che diritti e opportunità si accompagnino al rispetto delle leggi e dei principi costituzionali.
I Comuni dovrebbero sentirsi obbligati a partecipare alla programmazione dell'accoglienza e dell'inclusione, con risorse adeguate e una distribuzione territoriale dei richiedenti asilo sostenibile. È necessario quindi coordinare Stato, Regioni, enti locali, scuole, imprese e terzo settore, valorizzando le competenze maturate sul campo da ciascuno.
Conclusione
Una politica intelligente delle migrazioni non promette di eliminare un fenomeno complesso. Cerca di governarlo, riducendo le cause dell'irregolarità e facendo funzionare le regole.
La proposta centrale è rendere ragionevolmente accessibile la via legale, verificare prima della partenza ciò che è essenziale accertare e verificare dopo l'arrivo ciò che può essere dimostrato soltanto sul posto. In questo modo, chi intende emigrare per motivi di lavoro - ed è la stragrande maggioranza dei casi – può proporselo nella legalità, con identità certa per tutti (Paese di emigrazione e Paese di immigrazione), tempi definiti e obblighi chiari. Chi soddisfa i requisiti può restare regolarmente. E chi non è nelle condizioni di soddisfarli deve poter rientrare nel proprio Paese secondo procedure effettive e comunque rispettose dei diritti fondamentali della persona.
Più legalità praticabile, non meno legalità; più capacità di governo, non soltanto più controlli; più opportunità regolari, non tolleranza dell'irregolarità priva di comprensibili giustificazioni.
È questa la prospettiva di governance dei flussi migratori per motivi economici e/o richiesta di protezione internazionale che vorremmo ci portasse a votare per un'alternativa - almeno un po' di sinistra - alle prossime elezioni politiche e amministrative: una politica delle migrazioni capace di coniugare umanità e rigore, diritti e doveri, esigenze del lavoro e responsabilità pubblica, nell'interesse delle persone coinvolte e della società nel suo insieme.
*https://www.esteri.it/it/ministero/sportello_info/domandefrequenti/sezione_visti_entrare_in_italia/
**Paolo Boccagni Vite ferme. Storie di migranti in attesa. Il Mulino, 2024, pp 272.
https://www.cestim.it/sezioni/dati_statistici/italia/verona/2026-03-13-ALBERTINI_migranti_e_immigrati_nel_mondo.pdf.pdf
Jeffrey Sachs: Proposta di pace per l'Ucraina contro le tattiche del salame della NATO
Che cos'è la tattica del salame? Si taglia l'avversario una fettina alla volta.
E' simile alla tattica della rana bollita: si alza la temperatura della pentola di un solo grado alla volta. La rana si abitua poco a poco e si accorge di essere bollita solo quando è troppo debole per saltare fuori dalla pentola e, alla fine, è bollita.
Zbigniew Brzeziński (politologo polacco naturalizzato statunitense, consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti sotto la presidenza di Jimmy Carter del 1997 al 1981) già dal 1997 sosteneva che, per instaurare una duratura egemonia americana sull'Eurasia, bisognava spostare continuamente verso est i confini della NATO, fino ad inglobare Ucraina e Georgia.
Lo stesso obiettivo della guerra di Crimea del 1853 (si, proprio quella dove c'erano anche i Piemontesi di La Marmora), voluta dal britannico Lord Palmerston: cacciare la Russia dal Mar Nero.
Ma il processo doveva avvenire a tappe, mettendo ogni volta la Russia davanti all'alternativa di accettare il fatto compiuto o rispondere con la forza.
Un passo dopo l'altro, si è arrivati alla attuale guerra russo-ucraina. O per meglio dire: la Federazione Russa contro l'Occidente collettivo, per tramite della distruzione dell'Ucraina.
Jeffrey Sachs, (economista e saggista americano, consulente di diversi capi di stato e di governo) sostiene che per avviarsi in un sentiero di pace, bisogna superare l'attuale contrapposizione, che riassume così: gli ucraini sono disponibili a discutere con i russi solo dopo un cessate il fuoco. I russi sono disponibili a cessare il fuoco solo dopo aver ottenuto l'impegno per un accordo di Sicurezza Collettiva.
Sachs sostiene che, adesso, spetta agli occidentali impegnarsi irrevocabilmente per la neutralità dell'Ucraina e accettare il terreno della Sicurezza Inclusiva richiesta dalla Russia.
La questione dei confini, la sovranità sul Dombass, sono questione che, a quel punto, cessati i combattimenti, possono essere delegati alla trattativa e alla diplomazia.
Armi di discussione di massa
Miracolo alla Casa Bianca
di Luca Salvi
E se Trump battesse la testa… e cominciasse a ragionare?
Un giorno Donald Trump, mentre esegue il suo consueto balletto davanti a una folla adorante, scivola e batte violentemente la testa.
BAM!
Due giorni dopo si risveglia in ospedale.
«Quante persone sono morte oggi?»
«Signor Presidente?»
«Nelle guerre che avremmo potuto evitare.»
I medici si guardano preoccupati.
Risonanza magnetica: normale. Elettroencefalogramma: normale. Test cognitivi: perfetti.
Ma la diagnosi del neurologo è sconvolgente:
«Il Presidente è diventato più lucido, equilibrato, empatico. Sembra addirittura una persona migliore.»
Gli uomini dello staff impallidiscono.
«Dottore, si rende conto della gravità di quello che sta dicendo?»
«Mi limito a riferire i risultati.»
«Da questo momento la sua diagnosi è coperta dal segreto di Stato.»
Seguono dieci giorni di consulti neurologici e psichiatrici. Tutti cercano di rispondere alla stessa angosciante domanda: tornerà mai normale?
Alla fine Trump perde la pazienza.
«Basta! Sono il Presidente degli Stati Uniti, non una cavia da laboratorio!»
I consiglieri tirano un sospiro di sollievo.
«Finalmente! È tornato quello di prima!»
Ma si sbagliano.
Trump si ritira per tre settimane in Florida. Legge, studia, riflette. Poi convoca i collaboratori.
«Ho capito tutto. Renderemo di nuovo grande l'America!»
Applausi entusiastici.
«Ma stavolta faremo in modo che il mondo ci ammiri invece di temerci.»
Silenzio tombale.
Pochi giorni dopo, il Presidente parla alla nazione.
«Siamo il Paese più potente del mondo. Ma a cosa serve essere i più forti? A dominare o a proteggere?
Ho capito una cosa: la forza che serve soltanto a incutere paura è debolezza travestita da potenza.
Convocheremo una Conferenza mondiale permanente per la pace. Inviteremo amici, rivali e nemici.
Ogni guerra evitata sarà una vittoria americana. Ogni bambino salvato sarà una vittoria americana.
La grandezza di una nazione non si misura dalle guerre che vince, ma da quelle che riesce a impedire.
Renderemo di nuovo grande l'America. Non perché saremo i più temuti, ma perché saremo i più rispettati.»
Al Pentagono un generale sussurra:
«Ma che diavolo sta dicendo?»
Il giorno dopo Wall Street è nel panico. Crollano i titoli dell'industria bellica. Volano quelli delle energie rinnovabili e della ricerca.
Sui social esplode il dibattito.
«È un sosia!»
«È completamente impazzito!»
«Magari fosse vero!»
Trump, intanto, non si ferma.
Sull'immigrazione: «La compassione senza regole è caos. Le regole senza compassione sono crudeltà.»
Sull'ambiente: «Abbiamo un solo pianeta. Proteggerlo non è ideologia, è buon senso.»
Sulla sanità: «Nessuno dovrà più scegliere tra curarsi e mangiare.»
Sulla stampa: «Il compito dei giornalisti è controllare il potere. Anche il mio. Soprattutto il mio.»
Poi arriva l'impensabile:
«Chiedo sinceramente scusa a tutte le donne cui ho mancato di rispetto.»
Un consigliere sviene.
Trump incontra israeliani e palestinesi.
«Due popoli, due Stati. Basta mandare i vostri figli a combattere le guerre dei loro padri.»
Propone di destinare parte delle spese militari a scuole, ospedali e ricerca. Offre ai Paesi poveri cooperazione invece di sfruttamento.
E ai miliardari domanda:
«Preferite essere ricordati per quanto avete accumulato o per quanto avete restituito all'umanità?»
Naturalmente, qualcuno decide che bisogna fermarlo.
Durante un comizio risuona uno sparo.
BANG!
Trump cade. Poi si rialza, con il sangue che gli cola da un orecchio.
«Avete sbagliato mira un'altra volta.»
Afferra il microfono.
«Non avete paura di me. Avete paura della pace. Perché la pace rende inutili il vostro odio, il vostro potere e i vostri affari.»
Qualcuno invoca la pena di morte per l'attentatore.
«No. Non si difende la vita togliendola.»
«E allora cosa ne facciamo?»
«Mandatelo nel deserto del Nevada a piantare alberi.»
«Per quanto tempo?»
«Finché quel deserto non offrirà ombra ai suoi nipoti.»
Poi sorride.
«Make America Great Again. Ma stavolta sul serio!»
E SE…?
Naturalmente questa è soltanto una favola. Una favola politica.
Nella realtà, una botta in testa non rende necessariamente le persone migliori. E, purtroppo, non possiamo contare su un incidente per cambiare la politica mondiale.
Ma forse questa storia ci suggerisce qualche domanda.
E se la forza servisse a proteggere anziché a dominare?
E se misurassimo la grandezza delle nazioni dalle vite salvate anziché dai nemici sconfitti?
E se il successo di un uomo si misurasse non da quanto possiede, ma dal bene che riesce a fare?
Non sappiamo se chi detiene il potere cambierà mai.
Ma sappiamo che siamo noi a decidere a chi affidarlo.
E forse, prima di entrare in cabina elettorale, dovremmo porci una domanda molto semplice:
E se, invece di aspettare che i potenti battano la testa, cominciassimo noi a usarla?
La fatica di amministrare
Comuni in apnea: il risanamento dei conti pubblici pagato dai territori · di Michele Bertucco
Tra tagli alla spesa corrente, accantonamenti forzosi e contratti senza copertura, le ultime leggi di bilancio hanno trasformato i Comuni nel bancomat della finanza pubblica. I numeri dei capoluoghi veneti raccontano una politica che predica sviluppo e pratica il soffocamento.
Il conto dei capoluoghi
In appena cinque anni il Veneto ha perso oltre 300 milioni di euro per la riduzione dei trasferimenti statali destinati alla spesa corrente. È il dato da cui parte l'analisi di Anci Veneto e che dovrebbe bastare da solo a smentire la narrazione di un governo «vicino ai territori». Ma il quadro è peggiore: ai minori trasferimenti si sommano i cosiddetti «contributi alla finanza pubblica», le quote di risparmio che Roma impone agli enti locali per concorrere al risanamento dei conti. Solo per i sette capoluoghi veneti, nel 2026, la riduzione di risorse correnti vale 8.628.704 euro.
La legge di Bilancio 2024 ha fissato tagli per il quadriennio 2024-2027; la legge di Bilancio 2025 ne ha aggiunti altri per il periodo 2025-2029. Incrociando i dati dell'infografica Anci, i soli tagli della manovra 2024 pesano sui capoluoghi per 4,73 milioni nel 2026: ne discende che circa 3,9 milioni derivano dal nuovo meccanismo introdotto dalla manovra 2025. Nel quadriennio, la sola legge di Bilancio 2024 sottrae ai sette capoluoghi quasi 24,8 milioni.
| Capoluogo | 2024 | 2025 | 2026 | 2027 | Totale 2024–27 |
|---|---|---|---|---|---|
| Venezia | 3.360.337 | 3.367.504 | 2.077.757 | 2.110.807 | 10.916.405 |
| Padova | 1.509.403 | 1.494.604 | 918.034 | 865.875 | 4.787.916 |
| Verona | 1.400.522 | 1.402.742 | 857.392 | 879.903 | 4.540.559 |
| Vicenza | 606.990 | 608.402 | 376.629 | 381.258 | 1.973.279 |
| Treviso | 378.082 | 379.831 | 236.559 | 223.119 | 1.217.591 |
| Rovigo | 287.869 | 285.046 | 175.085 | 165.137 | 913.137 |
| Belluno | 151.592 | 151.176 | 92.857 | 87.582 | 483.207 |
| Totale | 7.694.795 | 7.689.305 | 4.734.313 | 4.713.681 | 24.832.094 |
Contributi alla finanza pubblica previsti dalla legge di Bilancio 2024 (euro). Fonte: elaborazione su dati Anci Veneto.
La finzione dell'accantonamento
Il governo difende la manovra 2025 sostenendo che non si tratta di tagli, ma di accantonamenti: le somme vanno messe da parte ogni anno e potranno essere riutilizzate l'anno successivo. È una mezza verità che nasconde l'essenziale. Quei fondi non possono pagare le bollette, le rette delle case di riposo o l'assunzione di nuovi agenti di polizia locale: sono riutilizzabili solo per investimenti, e solo a condizione che il rendiconto certifichi gli equilibri di bilancio. In altre parole, lo Stato congela risorse correnti e le restituisce, forse, in una forma che non serve a coprire i servizi quotidiani.
E la curva è in salita. Il contributo di Treviso passa da 243.025 euro nel 2025 a 822.546 nel 2029; Padova da 720 mila euro a oltre 2,4 milioni; Venezia da 1,9 a 6 milioni; Belluno da 89 mila a oltre 300 mila euro. Il lieve allentamento del biennio 2026-2027 sui tagli della manovra 2024 viene così ampiamente riassorbito. Su scala nazionale, tra accantonamenti obbligatori e tagli delle manovre precedenti, la stretta supera i 2 miliardi fino al 2029.
Contratti decisi a Roma, pagati dai Comuni
C'è poi un capitolo che rivela meglio di ogni altro la logica del governo: i rinnovi contrattuali 2025-2027 del personale degli enti locali, la cui firma è attesa entro il 2026. Il contratto è nazionale, le regole sono nazionali, ma il conto arriva ai Comuni. Anci stima un fabbisogno aggiuntivo di circa 750 milioni di euro, a fronte di stanziamenti nella legge di Bilancio 2026 che si fermano a 50 milioni nel 2027 e 100 milioni dal 2028. Una copertura del tutto insufficiente, che viola il principio più elementare del federalismo, quello per cui chi decide paga, e che si traduce in un dilemma obbligato per i sindaci: aumentare tariffe e tributi locali oppure tagliare servizi e assunzioni.
Il paradosso degli investimenti
Il governo chiede ai Comuni di contribuire al risanamento proprio mentre ne celebra il ruolo di motore della crescita. Dal 2018, e poi con il PNRR, gli enti locali hanno dimostrato una capacità di spesa per investimenti senza precedenti, contribuendo alla dotazione infrastrutturale del Paese. Ora che il Piano si è chiuso, lo Stato non solo non ne raccoglie l'eredità, ma sottrae ai Comuni le risorse correnti necessarie per gestire, manutenere e far funzionare scuole, asili e centri civici appena realizzati. Un'opera pubblica senza personale e senza spesa corrente è un guscio vuoto.
C'è infine un effetto meno visibile ma altrettanto grave. Per molti piccoli Comuni gli oneri di urbanizzazione sono l'unica entrata disponibile: strangolare la spesa corrente significa spingerli a fare cassa con il cemento. È il cortocircuito che in Veneto conosciamo bene, dove la legge regionale 14/2017 sul contenimento del consumo di suolo è stata svuotata da deroghe: il bilancio comunale diventa il primo alleato della rendita fondiaria.
Verona e la vigilia dell'assemblea nazionale
Verona non fa eccezione: la sola manovra 2024 le sottrae 1,4 milioni l'anno nel 2024 e 2025, circa 860-880 mila euro nel 2026 e 2027, per un totale di oltre 4,5 milioni nel quadriennio, a cui si aggiungono le quote della manovra 2025. È significativo che proprio a Verona, a fine novembre, si terrà l'assemblea nazionale dell'Anci, nel pieno della discussione parlamentare sulla legge di Bilancio 2027. I Comuni chiedono un miliardo per minori stranieri non accompagnati, alunni con disabilità, bollette e un piano di 12.000 assunzioni nella polizia locale: richieste che misurano esattamente la distanza tra la retorica governativa sulla sicurezza e le risorse effettivamente messe a disposizione di chi la sicurezza la garantisce ogni giorno.
Tre richieste per la manovra 2027
Primo: sospendere gli accantonamenti obbligatori introdotti dalla legge di Bilancio 2025, restituendo ai Comuni la disponibilità delle risorse correnti. Secondo: coprire integralmente i rinnovi contrattuali 2025-2027, perché un costo deciso dallo Stato non può essere scaricato sui bilanci locali. Terzo: attuare finalmente il federalismo fiscale e il fondo perequativo previsti dall'articolo 119 della Costituzione, prima di qualsiasi ulteriore trasferimento di competenze. Senza queste scelte, l'autonomia sbandierata dal governo resterà quello che è oggi: autonomia nel decidere cosa tagliare.
Michele Bertucco
La Cassetta degli Attrezzi
I fondi di investimento nell'economia finanziarizzata — 2^ parte
di Alberto Giuliani
Il peso strutturale dei fondi sugli assetti di potere, sulla politica e sulla struttura sociale.
Rudolf Hilferding, l'economista che per primo analizzo la trasformazione del capitalismo all'inizio del XX° secolo, nel suo testo del 1910, descriveva come il capitale finanziario nascesse dalla fusione tra capitale bancario e industriale sotto l'egemonia del primo, i fondi di investimento rappresentano una mutazione ulteriore: la separazione tra proprietà del capitale e gestione si moltiplica in una catena di intermediazione (risparmiatore 🡪 fondo 🡪 gestore 🡪 impresa) che rende sempre più astratto e mediato il rapporto tra accumulazione finanziaria e produzione di valore.
Alcuni nodi analiticamente rilevanti:
- Finanziarizzazione della "governante" d'impresa: gli asset manager (BlackRock, Vanguard, State Street per citare i più grandi) detengono partecipazioni incrociate così vaste nelle principali "corporation" da configurare una forma di "proprietà comune orizzontale", con implicazioni sulla concorrenza che la letteratura critica ha iniziato a interrogare.
- Pressione sul tasso di profitto: in chiave marxiana, i fondi intensificano l'estrazione di plusvalore attraverso la ristrutturazione forzata (buyout, delocalizzazioni, compressione salariale) più che attraverso l'innovazione dei mezzi di produzione — una forma di plusvalore relativo mediata finanziariamente piuttosto che tecnologicamente.
- Instabilità sistemica: la loro interconnessione con il "mercato dei pronti contro termine", il mercato finanziario in cui gli operatori istituzionali ottengono finanziamenti a brevissimo termine, garantendo che le banche e le grandi istituzioni abbiano sempre la liquidità necessaria per le loro operazioni quotidiane, li rende nodi di trasmissione del rischio che sfuggono in larga parte alla vigilanza bancaria tradizionale, ponendo il problema di uno Stato regolatore strutturalmente in ritardo rispetto alla mobilità del capitale che dovrebbe disciplinare.
Due approfondimenti
1. Private equity e caduta tendenziale del saggio di profitto
Il nesso è più intricato di quanto sembri a prima vista, e vale la pena scomporlo attraverso lo schema marxiano relativo alla composizione organica del capitale.
Il meccanismo del LBO (la leva finanziaria) come estrazione, non come investimento. Nel "leveraged buyout" classico, il fondo acquisisce un'impresa impiegando una quota minima di capitale proprio (spesso 20-30%) e il resto in debito, che viene poi trasferito sul bilancio dell'impresa acquistata. Il fondo non investe nel capitale costante dell'impresa acquisita: la sua operazione è precisamente il contrario del ciclo produttivo D-M-D' (Denaro-Merce-Denaro aumentato del plusvalore prodotto). È piuttosto un'estrazione di plusvalore già prodotto, mascherata da "creazione di valore" attraverso la vendita di "asset" puramente finanziari, la compressione del capitale variabile (licenziamenti, deregolamentazione contrattuale), la riduzione della capacità produttiva finalizzata ad "ottimizzare" i flussi di cassa per il servizio del debito.
La relazione con la caduta tendenziale. Qui si può proporre una tesi: il private equity non contrasta la caduta tendenziale del saggio di profitto attraverso l'aumento del plusvalore relativo (innovazione tecnologica, aumento della produttività), ma tramite una redistribuzione forzata del plusvalore esistente dal capitale produttivo verso il capitale finanziario. È significativo che le operazioni di Private Equity (PE) si concentrino tipicamente in settori a bassa composizione organica del capitale — retail, servizi, sanità privata — dove il saggio di plusvalore è comprimibile principalmente attraverso il capitale variabile (salari, condizioni di lavoro) piuttosto che attraverso investimenti in mezzi di produzione.
Si potrebbe dire che il PE agisce come un meccanismo di contro-tendenza spuria alla caduta tendenziale del saggio di profitto: non aumenta il saggio di plusvalore attraverso lo sviluppo delle forze produttive (che è la contro-tendenza "sana" nello schema marxiano), ma attraverso la mera intensificazione dello sfruttamento e la finanziarizzazione del rapporto di produzione stesso. Il debito diventa lo strumento con cui il capitale finanziario disciplina il capitale produttivo — una relazione di comando che ricorda l'egemonia del capitale bancario in Hilferding, ma esercitata ora non tramite partecipazione azionaria diretta bensì tramite leva debitoria.
Un dato strutturale rilevante: la crescita esponenziale degli "asset finanziari" prodotta dal management del PE globale" (da poche centinaia di miliardi negli anni '90 a diversi trilioni oggi) è avvenuta proprio nel periodo di stagnazione degli investimenti produttivi netti nelle economie occidentali — una correlazione che suggerisce come il capitale, non trovando sbocchi profittevoli nell'espansione della capacità produttiva (coerentemente con la caduta tendenziale), si sia riversato in circuiti di estrazione di rendita.
2. Asset manager e governance societaria: la "proprietà comune orizzontale"
Questo è un fenomeno relativamente recente nella letteratura critica, e credo particolarmente interessante per le sue implicazioni in relazione agli studi gramsciani sull'egemonia.
Il dato strutturale. BlackRock, Vanguard e State Street (i cosiddetti "Big Three") detengono collettivamente partecipazioni rilevanti — spesso la quota singola più grande — in una porzione amplissima delle società quotate nell'indice S&P 500, prevalentemente attraverso fondi indicizzati passivi. Non si tratta di una singola impresa che possiede quote in un'altra (proprietà verticale, il modello classico dell'analisi di Hilferding sulle partecipazioni incrociate bancario-industriali), ma di pochi intermediari che possiedono simultaneamente quote significative in imprese concorrenti dello stesso settore.
Le implicazioni teoriche. La letteratura economica "mainstream" (Josè Azar, Martin Schmalz, Isabel Tecu, tra altri) ha sollevato il problema della "concorrenza comune". In un loro "paper" sul mercato aereo, concludono che se gli stessi proprietari (grandi fondi di investimento) detengono quote in Delta, American e United, l'incentivo aggregato del proprietario non è massimizzare la concorrenza di prezzo fra le tre, ma massimizzare il profitto del settore nel suo complesso; un incentivo strutturale all'accomodamento oligopolistico che non richiede alcun accordo esplicito o collusivo, ma emerge dalla struttura proprietaria stessa.
Una lettura "gramsciana". Qui il punto interessante è che questa forma di potere non si esercita (prevalentemente) attraverso il comando diretto — i Big Three raramente intervengono nella gestione operativa quotidiana, ma attraverso un'egemonia strutturale esercitata su più livelli:
- il voto per delega (proxy voting) su questioni di "governance", remunerazione dei dirigenti, composizione dei Consigli di Amministrazione;
- l'influenza normativa attraverso iniziative come l'ESG (Environmental, Social and Governance), che ridefinisce cosa conta come "buona gestione" senza intaccare la logica di fondo dell'estrazione di valore per l'azionista;
- una forma di potere che è insieme, ovunque e in nessun luogo — diffuso, mediato, apparentemente neutrale (la "semplice" gestione passiva di un indice), ma che produce effetti di coordinamento reale sull'intera struttura industriale.
È una configurazione che nemmeno Hilferding, nella sua analisi del capitale finanziario come fusione fra capitale bancario e industriale sotto egemonia bancaria, aveva previsto in questa forma specifica: qui non c'è nemmeno più la mediazione attiva della banca d'affari che orienta strategicamente il credito industriale, bensì una concentrazione proprietaria quasi automatica, prodotto collaterale della finanziarizzazione del risparmio pensionistico e della "democratizzazione" dell'investimento tramite prodotti a basso costo.
Le obiezioni della letteratura liberale
Analizziamo ora la tensione fra questa lettura e le obiezioni della letteratura liberale, che tende a derubricare il fenomeno come artefatto statistico o a negarne la rilevanza causale. In seguito esamineremo il problema più ampio del rapporto fra proprietà diffusa e potere di classe nella teoria marxiana contemporanea.
Qui il dibattito è più acceso di quanto la narrazione critica lasci intendere — vale la pena ricostruirlo nella sua articolazione interna, perché gli stessi economisti "mainstream" sono tra loro discordi.
1. Contro la tesi della "proprietà comune" (common ownership)
L'obiezione più autorevole: il meccanismo causale è economicamente incoerente su scala aggregata. Josè Azar — paradossalmente uno degli autori fondatori della tesi — ha sviluppato con Xavier Vives un lavoro teorico che rovescia parzialmente la sua intuizione originaria: se la proprietà comune è un fenomeno "economy-wide" (i fondi indicizzati sono "proprietari universali" che detengono praticamente ogni impresa quotata, non solo i concorrenti di un settore), allora, in un modello di equilibrio generale con oligopolio, la proprietà comune generalizzata implica ricarichi (markup) più bassi a favore dei consumatori, non più alti. La logica: se un investitore possiede tutto il mercato, non ha interesse a favorire un settore specifico a scapito di un altro, poichè, secondo questa tesi, l'incentivo all'accomodamento oligopolistico richiede una proprietà comune settoriale e selettiva, non universale.
L'obiezione metodologica. Contro questa tesi sulla "common ownership" è stato mosso, sempre in ambiente liberale, un filone consistente di critiche empiriche, in particolare gli studi di Pauline Kennedy, Daniel O'Brien, Minjae Song e Keith Waehrer proprio sul settore aereo hanno rimesso in discussione i risultati originari di Azar, Schmalz e Tecu sul nesso fra proprietà comune e prezzi dei biglietti aerei, sostenendo che le stime econometriche di correlazione non identificano un nesso causale credibile, e proponendo modelli strutturali alternativi che non trovano effetti anticompetitivi significativi. È significativo che il confronto, tutto interno ai "liberali", su questo punto specifico resti aperto: gli stessi Azar, Schmalz e Tecu hanno risposto punto per punto a queste critiche, sostenendo che le repliche in realtà confermano piuttosto che confutare i risultati originari, mentre la controparte mantiene le proprie riserve metodologiche. Non è un caso chiuso in nessuna delle due direzioni.
L'obiezione sul "meccanismo di trasmissione". Anche ammettendo l'effetto statistico, resta aperta la domanda su come si eserciterebbe concretamente l'incentivo all'accomodamento: i gestori passivi non partecipano alla gestione operativa, non siedono nei "board", e i loro incentivi di compenso (commissioni sul patrimonio gestito dal fondo) non dipendono in alcun modo dai profitti delle singole imprese partecipate. La tesi liberale sottolinea che manca una prova diretta del canale causale — nessun documento interno, nessuna istruzione esplicita ai management — e che l'intero argomento resta a livello di correlazione statistica aggregata, non di meccanismo osservato.
2. Contro la tesi del "potere di governance" dei Big Three
L'argomento della "reticenza razionale" (rational reticence/apathy). Paradossalmente, un filone della stessa letteratura critica — Lucian Bebchuk e Scott Hirst, che pure sono critici della concentrazione — converge con l'obiezione liberale su un punto: gli asset manager passivi hanno strutturalmente scarso incentivo a esercitare un'attiva sorveglianza di "governance", perché il costo dello "stewardship" (analisi, dialogo con i management, voto informato) ricade su un patrimonio in gestione con commissioni bassissime (spesso pochi punti base), mentre i benefici di un'eventuale performance migliorata si disperdono fra tutti gli investitori del mercato, inclusi i concorrenti. Il risultato previsto non è un'egemonia attivamente esercitata, ma piuttosto un voto largamente allineato alle raccomandazioni dei management uscenti, quindi un potere più apparente che sostanziale.
L'obiezione sul beneficio per il risparmiatore. La tesi liberale ribalta la prospettiva valoriale: la concentrazione nella gestione passiva non è primariamente un fenomeno di potere ma di efficienza; la riduzione drastica dei costi di intermediazione (dai 2-3 punti percentuali dei fondi attivi tradizionali a pochi punti base degli ETF indicizzati) rappresenta un trasferimento di valore dai gestori ai risparmiatori, non l'inverso. In questa lettura, la "democratizzazione" dell'investimento pensionistico tramite prodotti a basso costo è un beneficio distributivo reale per milioni di piccoli risparmiatori, e va contrapposto — non semplicemente equiparato — all'estrazione di rendita che caratterizza altri segmenti della finanziarizzazione (per esempio, al private equity di cui parlavamo).
L'obiezione politico-regolatoria. Il recente contenzioso Texas v. BlackRock (l'azione legale di 13 procuratori generali repubblicani, risolta con Vanguard che ha patteggiato 29,5 milioni di dollari) è interessante perché mostra che l'accusa formulata contro i Big Three negli USA recentemente non è quella della letteratura di sinistra (estrazione di rendita, potere di classe), ma quella opposta: che l'attivismo ESG dei Big Three (in altre parole la "cautela climatica" dei Big Three") avrebbe "danneggiato" i consumatori aumentando artificialmente i prezzi dell'energia attraverso la sottocapitalizzazione del carbone. È un'obiezione che nasce da premesse ideologiche opposte a quelle marxiane, ma che converge nel negare la tesi della "neutralità" della gestione passiva, sostenendo semmai che quando i Big Three "hanno esercitato un potere attivo", lo hanno fatto in senso ideologicamente orientato (climate stewardship) più che di mero disciplinamento della concorrenza..
Il punto che è comunque utile isolare: la letteratura liberale non nega la concentrazione proprietaria come dato, i numeri (22% dell'S&P 500, 30 trilioni combinati) sono incontestati da entrambe le parti. Ciò che contesta è il "passaggio inferenziale" dalla concentrazione proprietaria all'esercizio effettivo di un potere coordinato: o perché il meccanismo causale non è dimostrato in modo convincente, o perché gli incentivi strutturali degli "asset manager passivi" (commissioni fisse, reticenza razionale) renderebbero improbabile proprio quel tipo di comando attivo che la lettura "gramsciana" presupporrebbe.
Questo lascia aperta, mi pare, una domanda propriamente teorica più che empirica: se il "potere" non richiede intenzionalità né comando esplicito per essere reale nei suoi effetti strutturali — posizione compatibile con una lettura gramsciana dell'egemonia come fenomeno diffuso e non necessariamente cosciente — allora l'obiezione liberale, per quanto empiricamente fondata sul piano del meccanismo, manca il bersaglio teorico: sta cercando comando dove la tesi critica postula struttura.
E' giunto quindi il momento di passare al secondo approfondimento, sul rapporto specifico fra questa tesi e il problema del perché questa forma di dominio non abbia (finora) generato una risposta di classe organizzata.
La proprietà diffusa (common ownership) e il potere di classe nella teoria marxiana contemporanea
Il problema teorico che si pone è esattamente quello che la vulgata liberale non riesce a vedere, perché lavora con una nozione di potere troppo ristretta: intenzionale, personale, tracciabile in una decisione. La tradizione marxiana contemporanea ha sviluppato strumenti più adeguati proprio per pensare un potere di classe che si esercita senza il bisogno di un soggetto cosciente che lo eserciti deliberatamente.
Il punto di partenza: "capitale in generale" contro "molti capitali"
Vale la pena recuperare una distinzione che Marx sviluppa nei "Grundrisse" e che è rimasta relativamente sottoutilizzata: quella fra il "capitale in generale" (Kapital im Allgemeinen) e i "molti capitali" in concorrenza fra loro. I singoli capitalisti o, nel nostro caso, i singoli "asset manager" competono fra loro, non cospirano; ma la concorrenza stessa è la forma attraverso cui si impone la logica sistemica del capitale come totalità. È un'intuizione che permette di superare l'obiezione liberale sul "manca la prova dell'intenzionalità": il capitale in generale non ha bisogno che i suoi agenti si coordinino consapevolmente per produrre effetti sistemici coerenti; la coerenza è nella struttura, non nelle menti degli attori.
Questo è precisamente il punto che la letteratura sulla "common ownership" manca quando cerca prove di comando esplicito: sta cercando i molti capitali che cospirano, dove la teoria marxiana individuerebbe il capitale in generale che si autoregola attraverso la struttura proprietaria stessa, indipendentemente dalle intenzioni dei singoli gestori.
Benjamin Braun e "l'asset manager capitalism"
Benjamin Braun è professore associato di economia politica alla London School of Economics and Social Science. Insegna in corsi sul sistema finanziario e sull'economia politica della decarbonizzazione. I suoi interessi di ricerca includono il ruolo della finanza nel capitalismo, le banche centrali e la politica verde.
Il contributo più rilevante e recente di Benjamin Braun in questo campo è probabilmente la proposizione del concetto di "asset manager capitalism" come stadio successivo a quello descritto da Hilferding. La tesi centrale: il potere strutturale dei grandi fondi (asset manager) non deriva dalla proprietà attivamente esercitata (il modello della banca d'affari hilferdinghiana che dirige il credito industriale) ma dalla loro posizione infrastrutturale, sono diventati gli "intermediari obbligati" attraverso cui deve passare il risparmio pensionistico e collettivo per accedere ai mercati dei capitali.
Braun distingue qui fra potere di "voice" (voto, ingaggio diretto con il management) e potere "infrastrutturale/strutturale": anche quando i Big Three esercitano una "reticenza razionale" nel voto (esattamente l'obiezione liberale che abbiamo visto), il loro potere reale si esercita altrove: nella capacità di definire gli indici che orientano miliardi di flussi passivi (si pensi al ruolo di MSCI, S&P, FTSE come "index providers" che di fatto allocano capitale senza alcuna decisione di investimento attiva), attraverso l'uso dell'intelligenza artificiale applicata ad infrastrutture tecnologiche di "risk management" (gestione del rischio) come "Aladdin" di BlackRock che è diventata uno standard "de facto" per l'intero settore finanziario, e nella posizione di "creditore universale" che rende impensabile per uno Stato regolatore un conflitto aperto con questi soggetti senza rischiare instabilità sistemica. Questo è un potere che non richiede comando cosciente perché è incorporato nell'architettura stessa dei mercati; un'osservazione che risuona fortemente con una lettura "gramsciana" dell'egemonia come pervasiva e non-intenzionale.
Il compianto prof. Gallino sosteneva che il "finanzcapitalismo" avesse colonizzato lo Stato, trasformando i governi in esecutori delle volontà dei mercati. Braun traduce questo concetto dimostrando il "potere infrastrutturale della finanza". Spiega che le banche centrali e gli Stati non si muovono in uno spazio neutrale, ma sono costretti a usare e proteggere le infrastrutture create dai grandi gestori privati (come BlackRock) per far funzionare l'economia quotidiana.
Costas Lapavitsas: l'espropriazione finanziaria diretta
Costas Lapavitsas è un economista greco, professore di Economia alla SOAS (School of Oriental and African Studies) dell'Università di Londra. Si colloca nella tradizione dell'economia politica marxiana.
Un secondo asse, complementare, viene da Lapavitsas e dalla scuola che ha sviluppato il concetto di "financial expropriation". La tesi qui è più radicale sul piano della teoria del valore: nella fase finanziarizzata, il capitale finanziario non si limita a redistribuire plusvalore già estratto nella sfera produttiva (come nel modello classico hilferdinghiano di partecipazione al profitto industriale), ma estrae direttamente reddito dai lavoratori e dalle famiglie attraverso il debito: mutui, carte di credito, prestiti al consumo, fondi pensione a contribuzione definita.
Questo sposta il baricentro dell'analisi: la proprietà "diffusa" attraverso i fondi pensione e i piani di previdenza complementare non è, in questa lettura, una forma di "democratizzazione della proprietà" (come sosteneva già negli anni '70 Peter Drucker con la tesi del "pension fund socialism", l'idea liberale per cui i lavoratori, tramite i fondi pensione, sarebbero diventati collettivamente proprietari del capitale) è piuttosto il meccanismo attraverso cui il risparmio forzato dei lavoratori diventa esso stesso oggetto di estrazione di commissioni e rendita da parte degli intermediari finanziari. La "proprietà diffusa" è in questo senso un velo ideologico: il lavoratore che possiede quote di un fondo pensione gestito da BlackRock non esercita alcun controllo reale sul capitale, è semmai una fonte di flussi di commissioni, oltre che di plusvalore nel rapporto salariale primario.
Poulantzas: le frazioni di capitale e l'autonomia relativa
Con Poulantzas facciamo un passo indietro nel tempo, tuttavia, a mio avviso, importante per l'approccio, valido tuttora, di questo autore al tema più generale del rapporto tra blocco di potere e classi sociali. Nato ad Atene nel 1936, si laurea in giurisprudenza e si trasferisce a Parigi, dove la sua formazione passa dalla filosofia del diritto di impronta hegelo-marxiana (influenzata da Sartre e Lukács) all'incontro decisivo con Althusser. Insegna sociologia a Parigi (Vincennes). Politicamente è vicino al Partito comunista di Grecia dell'interno, di orientamento eurocomunista, e negli ultimi anni elabora una "via democratica al socialismo" che tiene insieme democrazia rappresentativa e democrazia di base. Muore a Parigi nel 1979, a 43 anni, nel pieno di una svolta teorica che ha quindi lasciato incompiuta.
Per la dimensione più propriamente politica del problema, resta fondamentale Poulantzas e la sua teoria delle "frazioni di capitale!". Poulantzas rifiuta l'idea di un "capitale monolitico" che eserciterebbe un comando diretto sullo Stato (la vulgata strumentalista), sostenendo invece che lo Stato capitalistico gode di "un'autonomia relativa" proprio perché deve mediare fra frazioni di capitale in competizione (capitale industriale, capitale bancario, oggi capitale asset-manageriale) — e questa mediazione è ciò che permette allo Stato di funzionare come "fattore di coesione" della formazione sociale nel suo complesso, garantendo gli interessi generali del capitale anche contro gli interessi immediati di singole frazioni.
Applicato al nostro caso: la proprietà diffusa attraverso i Big Three non elimina la nozione di frazione di capitale; semplicemente ne crea una nuova quella del "capitale asset-manageriale", che ha interessi parzialmente distinti sia dal capitale industriale (le imprese partecipate) sia dal capitale bancario tradizionale, e che compete con esse per l'egemonia all'interno del blocco storico dominante. La domanda rilevante non è "chi comanda esplicitamente" ma "quale frazione di capitale riesce a universalizzare i propri interessi particolari presentandoli come interesse generale"; esattamente il funzionamento dell'egemonia descritto da Gramsci nei "Quaderni dal carcere".
Il nodo teorico che ne risulta
Mettendo insieme questi tre contributi, credo si possa formulare una tesi integrata: la proprietà diffusa attraverso i fondi non "contraddice" il potere di classe del capitale finanziario, ma ne rappresenta una "forma storicamente specifica e più efficace", proprio perché diffusa, disinnesca la possibilità di un'opposizione di classe che abbia un bersaglio identificabile (il "padrone", la banca, persino il singolo Stato), disperdendo il rapporto di sfruttamento in una catena di intermediazioni che rende quasi impossibile per il lavoratore-risparmiatore riconoscere se stesso come sfruttato dal proprio stesso fondo pensione. È un'egemonia che funziona, da un punto di vista gramsciano, proprio attraverso l'invisibilità del rapporto di comando: la forma fondo-pensione produce un consenso strutturale (il lavoratore ha "interesse" a che le sue quote crescano, quindi si identifica con la logica del capitale) senza bisogno di alcuna coercizione né persuasione esplicita.
Ritengo, a questo punto, interessante approfondire il rapporto specifico fra questa tesi e il problema del perché questa forma di dominio non abbia (finora) generato una risposta di classe organizzata.
Poulantzas, l'egemonia gramsciana e l'enigma dell'assenza di risposta di classe
Questa è probabilmente la domanda più impegnativa, perché richiede di far lavorare insieme un apparato teorico pensato per lo Stato nazionale e il modello fordista (Poulantzas scrive negli anni '70, con il capitalismo monopolistico di Stato ancora come orizzonte) su un oggetto: il capitalismo asset-manageriale transnazionale, strutturalmente diverso da quello per cui è stato concepito. Proviamo a ricostruire il nesso per gradi.
Il punto di partenza: perché il fordismo generò una risposta di classe organizzata
Vale la pena prima isolare cosa rendeva il ciclo fordista strutturalmente favorevole all'organizzazione di classe, per poi vedere cosa è cambiato. Il rapporto salariale fordista aveva tre caratteristiche che lo rendevano "leggibile" come rapporto di sfruttamento e quindi organizzabile: localizzazione (il capitale industriale era territorialmente fisso, legato alla fabbrica, e quindi vulnerabile al blocco della produzione tramite lo sciopero), visibilità del comando (il padrone, il management, la catena gerarchica erano soggetti identificabili, presenti fisicamente nel luogo di lavoro), e omogeneità della condizione operaia (la standardizzazione taylorista produceva una massa di lavoratori in condizioni sufficientemente simili da riconoscersi in un interesse comune). Su questa base materiale, il sindacato di massa e il partito operaio potevano costituirsi come ciò che Gramsci chiama un "blocco storico" contrapposto, un'alleanza di forze sociali capace di proporre una propria egemonia alternativa, non solo di resistere.
Poulantzas: perché l'autonomia relativa dello Stato non basta a spiegare l'assenza di risposta
Qui va introdotta una precisazione sulla tesi di Poulantzas. L'autonomia relativa dello Stato rispetto alle singole frazioni di capitale non è, in Poulantzas, semplicemente un fatto strutturale neutro, è funzionale alla riproduzione dell'egemonia di classe nel suo complesso, proprio perché permette allo Stato di operare come "fattore di coesione" capace di disorganizzare le classi subalterne mentre organizza (senza comando diretto di nessuna frazione particolare) gli interessi generali del capitale. Il punto cruciale di Poulantzas, e qui sta forse il suo contributo più originale rispetto a Gramsci, è che lo Stato capitalistico produce "l'isolamento" delle classi subalterne come effetto strutturale della sua stessa forma giuridico-politica: il diritto borghese, l'individuo-cittadino astratto, la rappresentanza parlamentare frammentano la classe operaia in individui giuridicamente uguali e politicamente separati, disarticolando la loro potenziale unità come classe.
Applicato al nostro problema: se già nella fase fordista lo Stato capitalistico "isolava" strutturalmente i lavoratori come individui-cittadini, e ciò nonostante l'organizzazione di classe riuscì a costituirsi, dobbiamo chiederci cosa è cambiato nel rapporto fra frazione dominante del capitale e forma dello Stato tale da rendere oggi quell'isolamento strutturale molto più difficile da superare. La mia ipotesi, seguendo il filo che abbiamo seguito: il capitale asset-manageriale non solo isola giuridicamente il lavoratore-cittadino (come faceva già il capitalismo fordista), ma lo "ricostituisce come investitore" attraverso il fondo pensione e il risparmio gestito, introducendo un secondo livello di frammentazione che si sovrappone al primo: non più solo l'isolamento del cittadino-elettore, ma l'isolamento del risparmiatore-azionista indiretto, il cui interesse immediato e percepito (il rendimento del proprio fondo pensione) è strutturalmente allineato con la logica di espansione del capitale che lo sfrutta nel rapporto salariale primario.
Il nodo gramsciano: l'egemonia senza "nemico visibile"
Qui torniamo al problema lasciato in sospeso. Per Gramsci, l'egemonia funziona attraverso un doppio registro — coercizione e consenso, "dominio" e "direzione intellettuale e morale", ma presuppone comunque che le classi subalterne possano arrivare a una consapevolezza della propria posizione strutturale (quella che con linguaggio gramsciano si potrebbe chiamare il passaggio dalla classe "in sé" alla classe "per sé", per riprendere la formula hegelo-marxiana che Gramsci eredita, mediata, da Lenin). Il problema specifico del capitalismo asset-manageriale, alla luce di quanto costruito con Braun e Lapavitsas, è che produce un consenso strutturale senza passaggio attraverso la direzione intellettuale e morale attivamente esercitata. Non ha bisogno di persuadere il lavoratore-risparmiatore della bontà del sistema attraverso apparati ideologici tradizionali (Chiesa, scuola, media, nel senso classico degli apparati egemonici gramsciani), perché il consenso è "incorporato materialmente" nella struttura stessa dell'interesse economico immediato: il lavoratore ha razionalmente interesse a che BlackRock massimizzi i rendimenti del proprio fondo pensione, anche quando quella massimizzazione passa attraverso la compressione salariale nel settore in cui lui stesso è impiegato altrove nella catena.
Questo produce quella che si potrebbe chiamare, forzando un po' il lessico gramsciano, "un'egemonia post-ideologica", o meglio, un'egemonia in cui l'apparato ideologico tradizionale diventa secondario perché il meccanismo di cattura del consenso è direttamente strutturale-economico, non richiede mediazione culturale. È significativo che questo renda inefficace proprio la strategia gramsciana classica della "guerra di posizione" , cioè la costruzione di un'egemonia contro-culturale nella società civile attraverso intellettuali organici, perché il terreno su cui si gioca la battaglia per il consenso non è più prevalentemente quello culturale-ideologico ma quello dell'interesse materiale immediato del lavoratore-investitore, strutturalmente frammentato in una miriade di posizioni di portafoglio individuali.
Un secondo fattore: la de-territorializzazione del capitale come ostacolo all'organizzazione
C'è una dimensione che né Poulantzas né Gramsci potevano prevedere nella loro forma originaria, ma che è coerente con il loro impianto teorico se estesa: la mobilità transnazionale istantanea del capitale asset-manageriale elimina la prima condizione che rendeva possibile l'organizzazione fordista: la localizzazione. Lo sciopero funziona bloccando un processo produttivo territorialmente fisso; ma il capitale detenuto da un fondo indicizzato non ha una "fabbrica" da bloccare — può disinvestire, riallocare, spostarsi fra migliaia di partecipazioni in tempo reale. Questo produce un'asimmetria di potere strutturale che Poulantzas, con il suo linguaggio delle "frazioni di capitale", ancora pensate in un contesto prevalentemente nazionale (il capitale industriale francese, per esempio, nel suo caso di studio privilegiato), non aveva pienamente a disposizione, ma che è perfettamente coerente con l'estensione della sua categoria di autonomia relativa dello Stato. Se lo Stato deve mediare fra frazioni di capitale sempre più mobili e disancorate dal territorio nazionale, la sua capacità di imporre concessioni redistributive alla frazione dominante (come avvenne nel compromesso keynesiano-fordista) si riduce strutturalmente, indipendentemente dalla forza organizzativa che le classi subalterne riescono a esprimere sul piano nazionale.
Mettendo insieme questi fili, la mia lettura è che l'assenza di una risposta di classe organizzata non sia spiegabile con un singolo fattore, ma con la convergenza di tre meccanismi che si rinforzano a vicenda: la cattura strutturale del consenso attraverso l'interesse materiale immediato del risparmio pensionistico (che disinnesca il bisogno di un'egemonia ideologica attivamente esercitata nel senso gramsciano classico), l'isolamento giuridico-politico del cittadino-investitore che si sovrappone e aggrava quello del cittadino-elettore già teorizzato da Poulantzas, e la de-territorializzazione del capitale che priva le forme classiche di lotta (sciopero, contrattazione collettiva localizzata) del loro bersaglio materiale. Nessuno di questi tre fattori, isolatamente, spiegherebbe l'assenza di conflitto, ma insieme configurano una condizione storicamente specifica in cui il conflitto di classe non è scomparso (le diseguaglianze materiali che lo motiverebbero sono anzi più acute), ma manca di un terreno strutturale su cui organizzarsi nella forma che gli era propria nel Novecento.
Conclusione. Con questo ultimo contributo si completa il ciclo dedicato all'esame (certamente non esaustivo) delle trasformazioni indotte dalla finanziarizzazione dell'economia sugli assetti sociali, istituzionali, di potere del capitalismo occidentale.
Perché l'occidente odia la Russia
di Hauke Ritz. Fazi Editore. Pagine 311. Prefazione di Luciano Canfora.
(Titolo originale dal tedesco: "DAL DECLINO DELL'OCCIDENTE ALLA REINVENZIONE DELL'EUROPA").
Hauke Ritz è un docente universitario di cinquant'anni, tedesco, studioso di geopolitica e di storia delle idee.
RACENSIONE a cura di CB
Hauke Ritz si pone una domanda di fondo: perché dopo il 1989 l'Occidente non scelse la pacificazione con la Russia, che pure si era arresa a conclusione della guerra fredda? Ce n'erano le condizioni?
L'autore risponde di sì. C'erano. Non vennero colte perché negli USA, definitivamente dopo l'11 settembre del 2001, prevalse il pensiero Neocon come guida alla politica estera americana. Che si impose come politica estera dell'intero Occidente.
L'OCCIDENTE
Il concetto di Occidente così come è oggi, nasce con il 1949, con l'istituzione della NATO.
Secondo la propria narrazione l'Occidente nasce dalle rivoluzioni borghesi del XVII e XVIII secolo (culminate nella Rivoluzione Francese) che avevano portato allo splendore del mondo il liberalismo e la democrazia. Ma nella NATO confluiscono in alleanza tutti i paesi con una ineluttabile storia di imperialismo e colonialismo.
Perciò Ritz si chiede: "Quale è allora l'essenza dell'identità dell'Occidente? La democrazia o l'imperialismo?
L'origine non rivoluzionaria, ma imperialista dell'alleanza occidentale ha impedito a quest'ultima di sfruttare una congiuntura resa eccezionale dall'abbandono del campo dell'avversario strategico. Da più di quarant'anni essa Rifiuta l'dea di un mondo multipolare, guidato dal diritto internazionale e abbraccia la strategia unipolare. Tutto il mondo diventerà democratico, liberale e liberista. La potenza militare americana perseguirà, sorveglierà e garantirà questo processo.
Delle pretese egemoniche dell'America degli anni 90 resta un rapporto conflittuale con tutto il mondo: con la Russia, con la Cina, con l'Iran, con l'America Latina, con i vicini di casa Messico e Canada. Qualcosa deve essere andato storto.
L'Europa
L'Europa del XXI secolo. pur essendo la culla della modernità e delle grandi tradizioni filosofiche, politiche e artistiche occidentali, non è più un soggetto autonomo della storia. Dopo la Seconda guerra mondiale e, ancor più, dopo la fine della Guerra fredda, il continente ha progressivamente rinunciato a una propria visione strategica, accettando di collocarsi all'interno di un ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti. Il concetto stesso di "Europa" è stato sostituito da quello di "Occidente", assorbendo le identità europee nello spazio politico e culturale dominato dagli USA..
L'autore vede nella fine dell'Unione Sovietica un passaggio decisivo. Il 1989 e il 1991 avrebbero offerto all'Europa un'occasione storica: costruire un continente finalmente riconciliato, che si estende "dall'Atlantico agli Urali". Questa opportunità non fu colta. Prevalse invece l'idea di un ordine mondiale unipolare guidato dagli Stati Uniti.
La perdita di sovranità politica dell'Europa è quindi il riflesso della perdita di sovranità intellettuale e spirituale. In questa prospettiva, la crescente ostilità verso la Russia rappresenta la difficoltà dell'Europa a confrontarsi con un'altra civiltà europea che ha seguito un percorso storico diverso. Il conflitto con Mosca rivela le fragilità di un'Europa che non s più definire il proprio posto nel mondo. Tuttavia, il declino non è un destino inevitabile. L'Europa potrebbe ancora ritrovare una propria centralità, ma solo recuperando la propria storia e riconquistando autonomia strategica. Questo processo passa necessariamente dalla critica all'Occidente contemporaneo.
La tragedia americana
La "tragedia americana" non consiste solo nella perdita della supremazia militare o economica degli Stati Uniti, bensì nell'incapacità di accettare i limiti della propria egemonia.
Gli Stati Uniti fin dalle loro origini hanno sviluppato una forte convinzione universalistica: l'idea che il proprio modello politico, economico e culturale rappresenti il punto di arrivo naturale della storia. Questa convinzione, che in passato ha alimentato l'espansione del Paese e la sua straordinaria capacità di innovazione, si è trasformata in una visione ideologica del mondo.
È qui che si manifesta la tragedia. Una potenza che si percepisce come indispensabile vede ogni forma di autonomia altrui come una minaccia. Gli Stati Uniti non riescono più a distinguere tra difesa dei propri interessi e difesa di un presunto ordine universale. La politica internazionale assume una dimensione morale, nella quale gli avversari non sono solo concorrenti geopolitici, ma nemici dell'ordine e del progresso.
Mosca diventa il simbolo di un mondo che rifiuta l'universalismo americano. L'ostilità verso la Russia è il riflesso della difficoltà degli Stati Uniti ad accettare la transizione verso un sistema internazionale policentrico.
La tragedia americana consiste nel tentativo di arrestare un cambiamento storico inevitabile. Quanto più gli Stati Uniti cercano di preservare un ordine unipolare, tanto più contribuiscono ad accelerare la nascita di un mondo multipolare.
Per gran parte della storia moderna, il sistema internazionale è stato segnato dalla presenza di più potenze in equilibrio tra loro, che imponeva limiti all'azione dei singoli attori. La rottura dell'equilibrio ha prodotto una progressiva erosione del diritto internazionale. Le istituzioni multilaterali cessano di essere luoghi di mediazione e diventano strumenti funzionali al mantenimento dell'egemonia esistente.
Guerre umanitarie, interventi militari, cambi di regime e allargamenti delle alleanze strategiche sono manifestazioni di una logica unipolare che mira a estendere la propria sfera di influenza. In questa prospettiva, l'espansione della NATO è l'espressione di un progetto di organizzazione del mondo sotto una leadership unica.
In assenza di un equilibrio tra grandi potenze, la Russia e, in misura crescente, la Cina assumono il ruolo di avversari sistemici per il fatto stesso di esistere come poli indipendenti di potere.
L'Europa è la vittima principale di questo processo. Avendo accettato di collocarsi all'interno della struttura unipolare guidata dagli Stati Uniti, ha rinunciando a svolgere una funzione di mediazione tra Oriente e Occidente.
Ritz ritiene che l'ordine unipolare sarà messo in crisi dall'emergere di nuovi centri di potere economico e politico. Il vero problema, a suo giudizio, è se la transizione verso il multipolarismo avverrà con forme di cooperazione e riconoscimento reciproco oppure attraverso conflitti sempre più intensi. Da questa scelta dipenderà non soltanto il rapporto tra Occidente e Russia, ma l'intero assetto del XXI secolo.
Nell'ultimo capitolo Hauke Ritz spende parole di speranza per l'Europa: "l'Europa del XXI secolo potrebbe assumere il ruolo di mediatore globale senza dover più ricoprire il ruolo di potenza imperialistica egemonica ma quello di una grande Svizzera". Nella sua prefazione, Canfora sentenzia che la diagnosi di Ritz "approda all'utopistica ipotesi di una rifondazione della UE"
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