Fascicolo Otto
Qualcosa di Sinistra

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Si scrive penale e si legge elettorale.

Il governo Meloni da Stato di diritto a Stato di polizia.
di Jessica Cugini

Il diritto penale da tempo viene utilizzato come grimaldello per scassinare il diritto costituzionale. Impossibile, con il passare della legislatura del governo Meloni, non leggere una continuità di pensiero e normative che mette al centro dell’agenda politica del centrodestra un uso della giustizia penale utilizzata come strumento per acquisire consenso elettorale.

Dall’urgente e primario decreto rave in poi, questo modus operandi ha conosciuto un crescendo, declinato tra decreti sicurezza e migrazione, spesso volto a cavalcare fatti di cronaca; certo spinto, nell’esasperazione estrema dei linguaggi e nell’indicazione di nemici (migranti, manifestanti antifascisti o propal, giovani minorenni meglio se discendenti da famiglie straniere), atti a fomentare l’odio, la pancia e a proporre di scavalcare i limiti costituzionali per incrementare il potere punitivo, facendo leva sull’emotività che scaturisce dai singoli episodi.

Gli episodi sono diversi e numerosi – dal naufragio di Cutro, che diventa un decreto che finge di perseguitare i cosiddetti trafficanti per l’intero globo terracqueo, allo stupro di Caivano, da cui inizia l’escalation del carcere più facile per le/i minorenni –, per semplicità e con grande preoccupazione mi soffermo sugli ultimi in ordine di tempo: il caso del gioielliere Roggero, l’uccisione di Abderrahim Farik al Pilastro di Bologna, la proposta di imputabilità dei/delle 14enni, per cui si prevede l’inversione dell’onere della prova per chi dovesse finire a processo: nessuna presunzione di incapacità di intendere e di volere vista la giovane età.

Legittimare la giustizia privata e la vendetta

Credo che la preoccupazione sia un sentimento condiviso da chi si trova a leggere questo contributo. Nel momento in cui il tema sicurezza, come tanti altri (ma certo questo di più) è diventato divisivo sta a noi, alla sinistra, cercare di depotenziarlo dall’emotività e dal giustizialismo (che sono due sentimenti legati a filo doppio) che spesso lo abitano e riportarlo nell’equilibrio della oggettività delle cose, dei numeri, dei fatti. Del diritto.

Con la consapevolezza che proporre modifiche alla legge sulla legittima difesa, che alterino i requisiti di necessità e proporzionalità alla offesa, legalizza di fatto forme di giustizia privata e vendetta che ci mettono fuori dal binario del diritto e anche della democrazia. Egualmente la proposta di escludere il risarcimento del danno per chi commette un fatto illecito.

Si afferma infatti in entrambi i casi il pericoloso messaggio per cui se un ladro viene ucciso, chi lo ammazza, in un abuso di legittima difesa, non merita il carcere, la sua famiglia non ha diritto a risarcimento. La vita di chi delinque non vale come quella delle persone oneste.

L’eliminazione fisica prima, il mancato risarcimento poi diventano due risponde accettabili, giustificate dal delinquere della persona che ha commesso il reato. Un messaggio che strizza l’occhio all’antica legge del taglione “occhio per occhio, dente per dente”. Una legge che è possibile che emotivamente chi subisce un danno può pensare di legittimare, ma chi governa un paese di certo no.

Stare sempre dalla parte delle forze dell’ordine

Così come chi governa non può avallare l’idea che chi agisce in nome di un potere che deve garantire la sicurezza, le forze dell’ordine, di questo potere ne faccia uso mortale come abbiamo visto accadere a Bologna con l’uccisione di Abderrahim Fakir. 

Una storia che purtroppo sappiamo non essere un’eccezione in Italia. Noi a Verona ne siamo testimoni oculari, avendo seguito la morte di Moussa Diarra in stazione Porta Nuova per mano di un poliziotto della Polfer.

Anche lì, anche nel caso di Diarra avevamo un ragazzo in stato confusionale che necessitava di una presa in carico sanitaria che non c’è stata. In entrambi i casi si è scavato nelle vite delle persone, come se avere condanne, essere tossicodipendenti potesse attenuare il reato di chi le aveva/ha uccise. 

Ma una persona ammazzata rimane persona, nessun diritto depenalizza il reato per il passato della vittima, eppure è questo che abbiamo letto e continuiamo a leggere, nella ricerca spasmodica di far passare un messaggio pericoloso: ci sono vite di serie A e vite di serie B, queste ultime meritano di essere uccise, come i ladri che hanno rapinato Roggero. Cambiano le storie ma non l’emotività e il giustizialismo che ne accompagna le risposte politiche della destra. 

Due storie, quelle di Farik e Diarra, che ne richiamano altre, che raccontano di forze dell’ordine chiamate a garantire una sicurezza innanzitutto di incolumità delle fragilità che si trovano a dover gestire e che invece finiscono in maniera tragica.

Mentre per entrambe, diventate casi giudiziari, sono aperte le doverose inchieste, assistiamo a un governo che persegue il rafforzamento delle tutele per le forze dell’ordine. Lo vediamo ora, nella scelta di mettere in atto quanto previsto dal decreto sicurezza per i casi in cui un fatto potenzialmente configurabile come reato potrebbe essere stato commesso in presenza di una causa di giustificazione, come la legittima difesa o l’adempimento di un dovere. 

Il che significa che, nonostante le immagini sull’operato delle forze dell’ordine al Pilastro suscitino non poche domande su come sia avvenuto l’intervento, per ora non c’è un procedimento con persone iscritte nel registro degli indagati, ma una fase preliminare di verifica. È stato applicato per la prima volta il modello 45 bis (il cosiddetto "scudo penale"): i nomi dei due agenti e dei quattro sanitari sono stati inseriti in un registro preliminare e non risultano formalmente indagati.

Come accaduto per Diarra, anche in questo caso l’avvocato della famiglia di Fakir Fabio Anselmo sottolinea che chi indaga non può appartenere allo stesso corpo o alla stessa amministrazione

di chi è indagato, per una questione di garanzia d’indipendenza. Non una invenzione del legale ma una sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo del 15 gennaio 2025, in cui si ribadisce un principio fondamentale: quando appartenenti alle istituzioni o alle forze dell'ordine sono coinvolti nei fatti oggetto di accertamento, le indagini devono essere condotte da autorità realmente indipendenti, prive di legami gerarchici o operativi con gli agenti interessati.

Sulla polizia non può indagare la polizia.

Sulla pelle dei minori

Ultimo tema, per proposta governativa non certo per importanza o assottigliamento della preoccupazione, quello della modifica dell’imputabilità delle persone in età minorile, con la giustificazione di contrastare la criminalità giovanile. Su questo tema per prima cosa mi sento di sottolineare l’approccio: il mancato confronto (come spesso è accaduto con i decreti che hanno a che fare con la sicurezza, le migrazioni o la penalizzazione delle vite, ma potremmo spingerci fino alla legge elettorale e le evidenti incostituzionalità) con chi potrebbe fornire competenza e lettura della realtà. In questo caso la realtà non facile dell’adolescenza; penso a chi studia psicologia ed età evolutiva ma anche a insegnanti, educatrici ed educatori a operatori, avvocati e avvocate, magistrati e magistrate che si occupano di giustizia minorile.

La pena non è mai stata un deterrente. La punibilità non può essere la risposta di uno Stato nei confronti di persone minorenni… 14enni, che delinquono. Pensare di contrastare la delinquenza minorile anticipando la responsabilità penale significa venir meno a un compito essenziale dello Stato, quello di garantire politiche educative, sociali e di inclusione a partire da quelle persone minorenni più esposte all’abbandono scolastico, alla criminalità, alle dipendenze, alla fragilità sociale ed economica, all’assenza di figure adulte di riferimento.

Se educare vuol dire condurre, tirar fuori dalle prigioni, che sono una mancanza di possibilità di crescita e cultura accessibile, se educare significa insegnare che esistono dei limiti e spiegarne il perché, la politica tutta sta venendo meno a un dovere innanzitutto di restituzione di luoghi e spazi gratuiti di socialità e crescita, in un tempo in cui tutto è diventato a pagamento, accessibile solo a chi ha possibilità economiche. Dallo sport alla scuola di inglese, dalla musica all’arte, quali e quante sono le scuole, i quartieri che offrono attività in questo senso?

Anche qua, è necessario sottolineare come si intenda mirare alla pancia, con un intento razziale, visto che la proposta è stata ribattezzata Ddl maranza, un termine oramai entrato nel linguaggio, comune per etichettare una generazione di ragazzi cosiddetti di seconda generazione, spesso di origine nordafricana. Non una categoria giuridica dunque, ma un’etichetta razziale che suggerisce sin dall’inizio chi è portato a delinquere perché appartenente ad altre culture.

E le parole, oramai lo sappiamo, costruiscono contesti.

Un’ultima considerazione sulla presunta necessità di questa ignobile stretta penale generazionale. Secondo i dati diffusi dal report Disarmati di Save the Children in cui si racconta della criminalità minorile, è giusto sapere che in Italia i minori che hanno a che fare con la giustizia sono circa 363 ogni 100mila abitanti. Contro una media europea di 648, quasi il doppio. 

Abbiamo per altro avuto un incremento dovuto al citato decreto Caivano, che ha indotto al sovraffollamento degli istituti minorili: secondo quanto riporta Antigone, che di carceri si occupa, la presenza media giornaliera è di 572 presenze, +35% rispetto a prima del decreto: se aumenti il numero di reati certo che riempi le carceri, ma forse è altro che dovresti aumentare, ad esempio la sicurezza sociale. Ma poi come fai a fare compagna elettorale perenne se ti manca il tema della sicurezza securitaria? 

Jessica Cugini

La pace e l'Europa sono il cuore programmatico del Campo Largo.

di Dino Facchini

L’incredibile intervista bellicista concessa da Elly Schlein al quotidiano Il Foglio nei giorni scorsi ha suscitato ancora una volta contrarietà e allarme nel popolo di sinistra, ma dentro il Campo Largo soprattutto silenzi e minimizzazione. Penso ovviamente che nei gruppi dirigenti dei tre più importanti raggruppamenti, PD, AVS e 5 Stelle, abbia prevalso la convenzione politica di non accentuare le differenze di giudizio sui temi centrali della prospettiva strategica dell’Italia e dell’Europa, quali la guerra e la pace, le questioni energetiche, le alleanze nazionali e internazionali, il futuro stesso dell’Europa e della NATO.

Ma una seria riflessione non può essere cancellata da un atteggiamento tattico pre-elettorale, soprattutto perché destra e sinistra, con simili responsabilità politiche hanno governato il nostro Paese e l’intera Europa negli ultimi vent’anni e i risultati negativi, i provvedimenti antipopolari e controriformatori assunti da entrambe le parti politiche sono una delle spiegazioni del distacco crescente delle èite dalle masse popolari e del sempre più marcato astensionismo elettorale.

Questa Unione Europea, sempre più sbilanciata sul riarmo e su una temeraria e assurda sfida contro la Russia non è il “sol dell’avvenire”, ma una istituzione sempre più autoreferenziale, dominata da banche, lobby multinazionali, burocrazia centralistica, ha prodotto il disastro della Grecia nel 2015, poi austerity e bilanci marcati dal fiscal compact, sta chiudendo le frontiere e sta emanando direttive antidemocratiche. Può un governo alternativo alle destre conservatrici fare da stampella ad una Commissione ispirata e diretta da Ursula von der Leyen e Kaja Kallas?

Ha fatto bene Angelo Bonelli, sempre intervistato dal foglio il 30 luglio scorso, a ribadire il fermo no di AVS alla continuazione dei rifornimenti di armi all’Ucraina, con la sottolineatura del suo accordo con Conte, quando sostiene che la Russia non è una minaccia che giustifichi il riarmo.

Questa Europa non ci piace, ma poi di quale Unione si parla se neppure uno dei 27 Stati membri rispetta le direttive della Commissione europea? Solo l’Italia ha in corso 80 (ottanta) procedure di infrazione e la Danimarca, che sarebbe il paese più ligio nel rispetto delle direttive, ha pure lei 36 contenziosi attivi.

Dunque non bastano più i rattoppi per eludere una discussione approfondita su come restare in Europa senza essere travolti dalla crisi di fondo delle Istituzioni e del grave clima di guerra che l’accompagna.

Il programma elettorale del Campo Largo è certamente la prima scadenza, ma anche a seguito della incombente nuova legge elettorale imposta dal centro destra, AVS deve prepararsi in tempo per evitare che l’indicazione obbligata del candidato premier si riduca ad una contesa tra i nomi di Elly Schlein e Giuseppe Conte.

Dino Facchini

Il deserto dei Tartari e le Torri Gemelle di New York

di Massimo Valsecchi

Spesso un buon libro fornisce, in anticipo, la chiave di lettura di fenomeni storici che rischiano di restare inspiegati e tendono ad essere progressivamente espunti dalla cronaca degli eventi politici.

Il Deserto dei Tartari è un romanzo, scritto nel 1940, da Dino Buzzati. È considerato, a ragione, un capolavoro; nel 1976 Valerio Zurlini ne trasse un bel film.

La vicenda raccontata è ambientata nella Fortezza Bastiani, un avamposto militare collocato nel nulla a guardia di uno sterminato deserto da cui i Tartari potrebbero uscire per invadere l’Impero.

 L’attesa degli invasori si protrae inutilmente per decine di anni senza alcuna novità; la guarnigione trascorre il tempo in una routine di addestramenti militari che diventano l’unico evento reale del mondo in cui vivono.

Un giorno, infine, le sentinelle sugli spalti, vedono uscire dal deserto un cavallo bianco privo di cavaliere.

La fortezza viene messa in allarme ma le ore trascorrono senza nient’altro esca dal deserto.

Vinto dalla curiosità, uno dei soldati esce furtivamente dalla fortezza e riesce a catturare il cavallo. 

Mentre è all’esterno delle mura la parola d’ordine, che consente ai soldati della fortezza di farsi riconoscere quando rientrano viene, come da regolamento, modificata.

Il soldato non conosce la nuova parola d’ordine ma riesce a farsi riconoscere dalla sentinella di turno e quindi rientra con il cavallo ma il sergente di guardia si attiene a quanto scritto nel regolamento e ordina di sparargli cosa che, sia pur riluttante, la sentinella fa uccidendolo. (Va ricordato per contrappasso la situazione, questa reale, descritto da Mario Rigoni Stern nel suo bel libro Un sergente nella neve, dove l’alpino Rigoni rifiuta di obbedire all’ordine di un suo ufficiale di uccidere un giovane soldato russo catturato dagli italiani). 

L’episodio raccontato nel Deserto dei Tartari è un esempio ben raccontato di cosa succede quando, in una struttura organizzata in modo gerarchico ed autoritario, le procedure vengono messe in atto senza che gli esecutori siano addestrati ed autorizzati ad esaminare la situazione in cui si trovano con spirito critico.

Una procedura ideata per tutelare la sicurezza può, nel tempo, diventare una specie di totem, un procedimento che acquisisce vita propria sganciata dallo scopo per cui era stata ideata e può ritorcersi contro l’obiettivo che doveva proteggere.

Le Torri Gemelle e l’antrace

L’11 settembre 2001, un gruppo di terroristi islamici suicidi dirottò in nord-America quattro aerei di linea. Due degli aerei furono fatti schiantare contro le “twin towers” di New York causando 3.400 morti. Un terzo fu lanciato contro il Pentagono ed il quarto precipitò in Pennsylvania.

Lo stato d’allarme e di vulnerabilità che questo attacco terroristico generò negli USA e nel mondo intero fu enorme e senza precedenti.

A distanza di meno di un mese da questa strage il Nord Americo subì un secondo attacco terroristico, di tipo completamente diverso: la trasmissione per lettera di spore di antrace.

Il 4 Ottobre, infatti., le autorità sanitarie nord-americane diedero notizia di un caso di antrace polmonare che aveva colpito un giornalista dell’American Media Inc

Il caso fu inizialmente attribuito a fonti naturali ma il comparire di altre segnalazioni simili resero chiaro che si trattava di un attacco terroristico condotto mediante l’invio di spore di carbonchio tramite lettere.

 L’antrace è una malattia infettiva che non si trasmette da uomo a uomo, ma si contrae per contatto diretto con le spore. Nella forma cutanea il contagio avviene attraverso ferite della pelle, in quella gastrointestinale, per ingestione di cibi contaminati. La forma polmonare si ha quando le spore inalate raggiungono i polmoni. La terapia, in ogni caso è con antibiotici, ma l’infezione polmonare da antrace oltre ad essere difficile da diagnosticare perché provoca sintomi simili alla comune influenza, può rapidamente essere fatale. 

Tra ottobre e novembre 2001 furono individuate 22 persone colpite da antrace in Florida, New York, New Jersey nel distretto di Columbia e Connecticut. Furono colpiti lavoratori delle poste, membri del senato e del mondo dei media. Cinque dei soggetti colpiti sono deceduti. 

Dopo un primo tentativo di attribuire questo attacco a reti terroristiche islamiche in relazione con l’Iraq, le indagini si orientarono rapidamente verso una fonte interna al Paese. Le analisi rilevarono infatti che le spore utilizzate erano state trattate, per renderle più diffusibili in aria (e quindi più pericolose), con materiali e tecniche in uso nei laboratori militari nord-americani che si occupano di guerra batteriologica. Anche il ceppo di antrace utilizzato per produrre le spore apparteneva a quelli in uso in questi laboratori.

Il Federal Bureau of Investigation nord-americano aveva tracciato un profilo dell’attentatore secondo cui tutte le lettere contenenti spore di antrace erano state spedite da una stessa persona che agiva da sola, maschio, meticoloso, dotato di conoscenze scientifiche. (1)

Il quotidiano “Washington Times” sostenne che l’uomo che aveva inviato le lettere sarebbe stato un ex scienziato che aveva lavorato presso l’Istituto di ricerche sulle malattie infettive dell’esercito a Fort Detrick in Maryland dove vengono studiate armi di distruzione di massa. L’uomo avrebbe agito per risentimento nei confronti del governo degli Stati Uniti dal quale è stato licenziato. (2)

Dopo molti anni di silenzio (3), infine, nel 2008 l’FBI indicò come responsabile dell’attentato: Bruce Edwards Ivins, un microbiologo dell’US Army Medical Research Institute che lavorava presso l’Istituto di ricerche sulle malattie infettive a Fort Detrich in Maryland dove vengono studiate armi di distruzione di massa.

Irvin si suicidò nel 2008 prima di essere processato

Le motivazioni che lo avevano spinto ad organizzare questo micidiale attacco non sono, quindi, mai state chiarite del tutto; una delle ipotesi è che volesse dimostrare la pericolosità reale del bioterrorismo e, quindi, la necessità di aumentare le misure di prevenzione e controllo (risultato che, fra l’altro, fu effettivamente raggiunto).

 Se realmente le cose si sono svolte secondo questa logica sarebbe un esempio di come attendere a lungo un nemico comporta esiti imprevedibili fra le sentinelle di guardia.

Una vittima “virtuale” da “fuoco amico” di questo attacco fu Jeffrey P. Koplan, l’epidemiologo che dirigeva i Centers for Disease Control and Prevention, la struttura di sanità pubblica incaricata di tutelare la salute della popolazione nord-americana.

Koplan era stato insediato dall’amministrazione Clinton nel 1998 ed aveva accresciuto la capacità di intervento ed il prestigio dei CDC dilatandone l’attività verso AIDS, obesità e lotta contro il fumo; fondamentale il suo contributo teorico per la definizione dei criteri di valutazione dell’efficacia degli interventi di sanità pubblica che abbiamo utilizzato anche in Italia nel tentativo (più faticoso che produttivo) di svecchiare la nostra normativa sanitaria.

Il suo approccio cauto al programma enfatico ed improvvisato lanciato dall’amministrazione Bush contro il bioterrorismo lo rese, ben presto, inviso all’amministrazione stessa; eccessiva era anche apparsa la sua cautela nel consigliare la somministrazione di vaccino contro l’antrace ai soggetti esposti alle spore di antrace dato che non esistevano dati consolidati su questo utilizzo post-esposizione del vaccino. Accusato di non aver saputo gestire l’emergenza antrace si dimise nell’aprile 2002, sostituito da una infettivologa esperta di infezioni da carbonchio.

W.L. Roper, rettore della School of Public Health dell’università del Nord Carolina commentò questo cambio di guardia alla direzione del CDC, dicendo “Potrebbe essere un errore focalizzare l’attenzione in modo predominante sul bioterrorismo e dimenticare che il ruolo più ampio dell’agenzia è quello di lottare contro tutte le infezioni e le malattie croniche”. (5)

Conclusioni:

Come in una tragica profezia autoavverantesi, un’aggressione biologica che gli USA temevano da parte dei loro nemici si è realmente verificata ma partendo dal loro interno, utilizzando conoscenze, tecnologie e materiali del loro sistema di sicurezza predisposti proprio per fronteggiare questo rischio.

Massimo Valsecchi

Deborah Josefson, BMJ 2001; 323:1270 (1 December)

“Antrax in America. A Chronology and Analys is of the Fall 2001 Attacks. Working Paper. November 2002.”  Center for Counterproliferation Research.

A proposito: e la storia dell’antrace com’ era ghiuta a finire ? Com’è che da un jorno all’altro non se n’era cchiù sintutu parlari?”   Dal romanzo La pista di sabbia di Andrea Camilleri, Ed. Sellerio,2007:

Robert Pear, Embattled Disease Agency Chief Is Quitting, The New York Times, 22.02.2002.

Warren E. Leary, Infectious Disease Expert Will Lead National Health Agency,The New York Times, 03.06.2002

Ragionando pacatamente di immigrazione

Nota 6 del 30 luglio 2026 · di Carlo Melegari

Si dice che l’immigrazione aumenta la criminalità. E’ vero?

Ecco un altro luogo comune da decostruire criticamente!

Leader politici e media di destra (e talvolta anche di sinistra) associano spesso gli immigrati a criminalità, gang, terrorismo e violenza sessuale, alimentando la convinzione che ridurre l'immigrazione significhi automaticamente ridurre i reati. Hein de Haas*, che continua e continuerà ad essere mio principale riferimento in queste note, invita invece a partire da una domanda diversa: le ricerche dimostrano davvero che più immigrazione significa più criminalità? La sua risposta è netta: no. Le migliori evidenze disponibili mostrano che questo nesso causale non esiste e che, in molti casi, avviene addirittura il contrario.

Che cosa dicono le ricerche

De Haas osserva che il rapporto tra immigrazione e criminalità è difficile da misurare perché intervengono molti altri fattori: età, sesso, reddito, istruzione, disoccupazione, qualità dei quartieri e coesione sociale. Per questo non basta constatare che alcuni immigrati vivono in aree con alti tassi di criminalità: occorre verificare se sia davvero l'immigrazione a causare quei fenomeni.

Le ricerche più solide, condotte soprattutto negli Stati Uniti ma confermate anche da numerosi studi europei (vedi IDOS**) , giungono alla stessa conclusione: non esistono prove che l'immigrazione aumenti la criminalità. Al contrario, molti studi mostrano che i quartieri con una forte presenza di immigrati registrano livelli inferiori di violenza e che gli immigrati sono mediamente meno coinvolti nei reati violenti rispetto ai nativi.

Secondo De Haas questo risultato non è paradossale come sembra. Migrare richiede risorse, capacità di pianificazione e disponibilità ad assumersi rischi. Chi emigra lo fa quasi sempre per lavorare, studiare o ricongiungersi alla famiglia, non per delinquere. Inoltre gli immigrati hanno un forte interesse a rispettare le leggi per non compromettere il proprio progetto di vita.

Il caso degli immigrati irregolari

Una delle conclusioni più sorprendenti riguarda gli immigrati senza permesso di soggiorno. Sono spesso descritti come la categoria più pericolosa, ma gli studi citati da De Haas mostrano l'opposto: negli Stati Uniti gli immigrati irregolari presentano tassi di criminalità inferiori sia agli immigrati regolari sia ai cittadini nati nel Paese.

La spiegazione è semplice: chi rischia l'espulsione ha un incentivo ancora più forte a evitare qualsiasi contatto con la polizia. Per questo l'inasprimento delle espulsioni non ha prodotto una riduzione significativa della criminalità.

Perché allora alcuni gruppi compaiono più spesso nelle statistiche?

De Haas non nega che alcune minoranze siano sovrarappresentate nelle statistiche penali. Il punto è capire perché.

Una parte della spiegazione riguarda le condizioni sociali. I tassi di criminalità sono più elevati soprattutto tra giovani uomini con bassi livelli di istruzione, disoccupazione persistente e condizioni di forte marginalità. Quando alcuni gruppi immigrati sono concentrati proprio in queste condizioni, è inevitabile che risultino più presenti anche nelle statistiche criminali.

L'autore richiama inoltre la teoria dell'assimilazione segmentata. La maggioranza dei figli degli immigrati si integra con successo. Una parte, però, sperimenta un'assimilazione discendente: discriminazione, segregazione, povertà e mancanza di opportunità possono favorire l'ingresso in subculture marginali dove aumenta il rischio di devianza. Anche in questo caso, però, la causa non è l'origine etnica o religiosa, bensì l'esclusione sociale.

Il ruolo dei pregiudizi

Un'altra parte della spiegazione riguarda il funzionamento delle istituzioni e dei media.

De Haas dedica ampio spazio al profiling razziale: alcune minoranze vengono fermate, controllate, arrestate e condannate più frequentemente, anche a parità di comportamento. Questo produce un circolo vizioso: maggiore attenzione della polizia significa maggiore presenza nelle statistiche, che a sua volta rafforza lo stereotipo del "criminale straniero".

Anche il racconto mediatico contribuisce a questo meccanismo. Lo stesso reato può essere interpretato in modi diversi a seconda di chi lo commette: se l'autore appartiene a una minoranza, la sua origine etnica o religiosa tende a diventare parte della notizia; quando invece il responsabile appartiene al gruppo maggioritario, prevalgono spiegazioni individuali come disagio psicologico o problemi personali.

Come rispondere al luogo comune

Suggerimenti per il pacato ragionamento con amici e compagni intellettualmente onesti.

  • Non bisogna confondere correlazione e causalità: il fatto che alcuni immigrati vivano in quartieri difficili non dimostra che siano loro la causa della criminalità.
  • La variabile decisiva è soprattutto la condizione sociale, non la nazionalità, la religione o il colore della pelle.
  • L'immigrazione, nel suo complesso, non ha fatto aumentare la criminalità nei Paesi occidentali. Negli stessi decenni in cui l'immigrazione cresceva, molti reati violenti e contro il patrimonio sono diminuiti.
  • I problemi reali di devianza che coinvolgono alcuni giovani delle seconde generazioni non vanno negati, ma spiegati attraverso esclusione sociale, discriminazione e mancanza di opportunità, non attraverso stereotipi etnici.

L'idea fondamentale

In conclusione, i sociologi più competenti in materia non invitano a minimizzare i problemi di criminalità né a negare le difficoltà presenti in alcuni quartieri. Sostengono però che attribuire quei problemi all'immigrazione è un errore sia scientifico sia politico.

Se l'obiettivo è aumentare la sicurezza, le politiche più efficaci non consistono nel criminalizzare gli immigrati, ma nel contrastare povertà, segregazione, discriminazione e profiling razziale, rafforzando nello stesso tempo istruzione, lavoro, mobilità sociale e rispetto della legalità. Comprendere le vere cause della criminalità è il primo passo per combatterla davvero.

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*Hein de HaasMigrazioni, Einaudi, 2024, pp 312-333.

** Centro Studi e Ricerche Idos, Dossier Statistico Immigrazione 2025: «Criminalità e carcere: il peso effettivo degli stranieri e i pesi discriminatori del sistema», a cura di Francesca Stanizzi e Luca Di sciullo», pp 246-251.

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Carlo Melegari

Armi di discussione di massa

Contributo

Curare i sintomi o guarire la società?

Una riflessione da medico sulla sicurezza, l'immigrazione e il populismo.

di Luca Salvi

Da medico, quando ascolto certi dibattiti sulla sicurezza e sull'immigrazione, ho spesso la sensazione di assistere allo stesso errore che vedo fare in sanità.

Di fronte alla criminalità aumentano la paura, la rabbia e l'allarme sociale. E quando aumentano paura e rabbia, cresce inevitabilmente anche il populismo. Arrivano i personaggi che propongono ricette semplici per problemi complessi. Slogan efficaci, facili da ricordare e ancora più facili da applaudire. È molto più facile promettere il pugno duro che spiegare come si costruisce una società più giusta.

Il punto è che la realtà non funziona con gli slogan.

In medicina sappiamo benissimo che esiste una differenza enorme tra curare una malattia e prevenirla. L'università ci insegna a riconoscere le patologie, prescrivere farmaci, eseguire interventi. Molto meno tempo viene dedicato alla prevenzione: educazione sanitaria, stili di vita, ambiente, alimentazione.

Così finiamo per diventare bravissimi a curare le conseguenze e molto meno capaci di rimuovere le cause.

Lo stesso identico errore lo stiamo commettendo come società.

Parliamo continuamente di furti, rapine, aggressioni, omicidi, immigrazione clandestina. Tutti problemi reali, che vanno affrontati con fermezza. Chi commette un reato deve essere perseguito e lo Stato ha il dovere di garantire sicurezza ai cittadini.

Ma se ci limitiamo a reprimere le conseguenze senza intervenire sulle cause, stiamo semplicemente rincorrendo il problema, senza mai risolverlo.

Perché nascono i delinquenti? Perché aumenta il disagio sociale? Perché cresce la violenza? Perché tante persone arrivano fino a rischiare la vita pur di emigrare?

Le cause sono molto più profonde: disuguaglianze economiche sempre maggiori, povertà educativa, perdita del senso civico, scuole lasciate sole, famiglie in difficoltà, quartieri degradati, guerre, fame, dittature, sfruttamento, cambiamenti climatici.

Ignorare tutto questo significa scegliere deliberatamente di occuparsi soltanto dei sintomi.

È come un medico che continui a prescrivere antidolorifici senza chiedersi da dove venga il dolore.

Questo non significa essere buonisti.

Essere severi con chi delinque è giusto. Ma una società intelligente dovrebbe avere tolleranza zero non solo verso i reati, ma anche verso le cause che li producono.

Perché arrestare un delinquente è necessario. Ma se non si interviene sulle condizioni che continuano a generarne altri, il problema si ripresenterà inevitabilmente.

Lo stesso vale per l'immigrazione. Possiamo rafforzare i controlli alle frontiere, ma se non affrontiamo le guerre, la miseria, le dittature e le profonde disuguaglianze che costringono milioni di persone a partire, continueremo a intervenire soltanto sugli effetti e mai sulle cause.

La repressione è necessaria. La prevenzione è indispensabile.

La prima dà risultati immediati e porta consenso. La seconda richiede anni, investimenti, cultura e coraggio politico. Per questo gli slogan vincono più facilmente delle soluzioni.

Eppure ogni medico sa che prevenire è infinitamente più efficace che curare.

Forse dovremmo ricordarcelo anche quando parliamo di sicurezza.

E allora mi permetto una domanda, soprattutto a quei politici che hanno fatto della sicurezza il proprio principale cavallo di battaglia.

Perché parlate quasi esclusivamente delle conseguenze e così poco delle cause?

Perché sentiamo continuamente parlare di pene più severe, più carcere, più espulsioni, più controlli, ma così raramente di lotta alla povertà educativa, di scuola, di sostegno alle famiglie, di riduzione delle disuguaglianze, di integrazione, di cooperazione internazionale e di politiche capaci di diminuire le guerre e la miseria che alimentano le migrazioni?

Se davvero l'obiettivo è avere meno criminalità e una società più sicura, non dovrebbe essere proprio la rimozione delle cause il primo investimento di uno Stato?

Forse è questa la vera domanda che la politica dovrebbe avere il coraggio di affrontare. Non perché sia la strada più facile, ma perché è l'unica che, nel lungo periodo, può davvero guarire una società.

Luca Salvi

Alex Krainer: guerre energetiche, fine del dollaro e crisi bancaria

Attrezzi

La Cassetta degli Attrezzi

Debito e risparmio globale nell'economia finanziarizzata - 3^ parte. Anatomia e patologia di una bolla immobiliare.

di Alberto Giuliani

Come preannunciato sul fascicolo n. 7, esamineremo ora i passaggi e le “tecniche finanziarie” con cui la gigantesca bolla immobiliare dei mutui subprime è stata costruita negli anni 2000 fino ad esplodere nel 2008. Una girandola di marchingegni che nella loro com nel 2008plessità ed astrattezza esprimono plasticamente il distacco tra capitale finanziario ed economia reale (quella per intenderci che produce beni e servizi e crea posti di lavoro) e come il primo prevalga e domini sulla seconda, imponendo le regole di un “mercato trasformato” finalizzato all’estrazione di surplus finanziario, imponendo il suo dominio sull’economia reale e concentrando la ricchezza in poche mani. 

La crisi del 2008: leva, cartolarizzazione e attori protagonisti

Come una bolla immobiliare localizzata si è trasformata in una crisi sistemica globale. 

La leva finanziaria come moltiplicatore del rischio

"Giocare al casinò con i soldi della banca"

Se hai 10 euro e investi 10 euro, la tua leva è 1:1. Se hai 10 euro ma ne prendi in prestito altri 90 e investi 100 euro, la tua leva è 10:1. I guadagni si moltiplicano, ma anche le perdite. Con leva 30:1 (come quella messa in atto dalle grandi banche nel 2007, Lehman Brothers arrivò a circa 44:1) basta una perdita del 3% sugli investimenti per azzerare completamente il tuo capitale. 

La leva era resa possibile da tre fattori strutturali:

Le banche si finanziavano a breve termine (prestiti di un giorno o una settimana) per comprare titoli a lungo termine, finché qualcuno smise di rinnovare i prestiti e il castello crollò.

La contabilizzazione fuori bilancio tramite veicoli speciali (SIV, conduit)

La sottostima sistemica del rischio da parte dei modelli interni e delle agenzie di rating

La catena di cartolarizzazione: dal mutuo sulla casa al CDO (Collateralized Debt  Obbligation; obbligazione di debito garantita)

Il meccanismo centrale è la “filiera della cartolarizzazione”, che va letta come una catena di trasformazione del rischio, esaminiamo i vari passaggi: 

Mutuatario subprime (soggetto a cui viene concesso un mutuo ipotecario anche se notoriamente non dispone di garanzie sufficienti. La sola garanzia è costituita dall’ ipoteca sul sull’immobile in acquisto)  

        

   Originator (banca locale o broker ipotecario o altro soggetto che concede il mutuo)

         vende il mutuo concesso a:

       una SPV/SIV — Special Purpose Vehicle / Structured Investment Vehicle

"Una scatola vuota creata apposta per nascondere i debiti"

Le banche creavano società fantasma, legalmente separate dalla banca madre. Il trucco: questi “veicoli” non apparivano nel bilancio della banca, quindi la banca sembrava più solida di quanto fosse. Era come se tu avessi dei debiti enormi ma li intestassi a un parente per sembrare ricco alla banca. Quando i mercati si bloccarono, le banche dovettero "riprendersi" questi veicoli e i loro debiti tornarono in bilancio tutti insieme. 

In questi “veicoli”, attraverso operazioni di “aggregazione e tranching” si producono i cosiddetti “derivati” (la SPV aggrega i crediti illiquidi e li trasforma in titoli negoziabili sul mercato: gli MBS)

inizia la produzione dei cosiddetti “derivati”

Gli MBS — Mortgage-Backed Security (Titolo di credito garantito da ipoteca) : "Un pacco di mutui trasformato in titolo"

Immagina 1.000 mutui ipotecari diversi. Una banca li raccoglie tutti in un unico contenitore e poi vende quote di quel contenitore (tranching) a degli investitori, sotto forma di obbligazione. Chi compra una quota riceve ogni mese una piccola parte delle rate pagate da quei 1.000 mutuatari. Il vantaggio teorico: invece di dipendere da un solo mutuatario, dipendi da mille, se uno non paga, gli altri coprono. Il problema: quando i mutui diventarono tutti marci, il "pacco" era marcio indipendentemente da quante persone ci fossero dentro.

re-aggregazione “produzione di altri derivati”

 CDO — Collateralized Debt Obligation (Obbligazione di debito garantita) 

       "Un pacco di pacchi, diviso per 'rischio”

Prendi diversi MBS e mettili insieme in un nuovo contenitore. Poi dividi questo contenitore in tre piani:

Piano alto (senior): i primi ad essere pagati, i più "sicuri", rating AAA

Piano medio (mezzanine): pagati dopo, più rischiosi

Piano basso (equity): pagati per ultimi, i più rischiosi ma con rendimenti più alti

L'idea era: anche se qualche mutuo va male, il piano alto è protetto perché le perdite colpiscono prima i piani bassi. (In teoria elegante. In pratica, quando tutto andò male contemporaneamente, anche il piano alto crollò).

ulteriore re-aggregazione: creazione di ulteriori derivati da altri derivati

Il “CDO plus” era un CDO fatto di altri CDO — un pacco di pacchi di pacchi. A quel punto nessuno sapeva davvero cosa ci fosse dentro.

Ogni passaggio faceva tre cose:

Allontanava il credito dall'originatore”, eliminando l'incentivo al controllo della qualità del debitore (“originate-to-distribute”)

“Apparentemente diversificava” il rischio attraverso il “tranching” (spezzettandolo cioè in tranche con diversi profili di rischio: senior, mezzanine, equity)

“Generava commissioni” a ogni nodo della catena (pagate dal compratore del titolo), creando un fortissimo incentivo ad aumentare il volume di produzione dei derivati.

Il “tranching” era la grande illusione matematica: i modelli matematici assumevano correlazioni storicamente basse tra i default ipotecari regionali. Quando le correlazioni saltarono — come ovviamente accade in una crisi sistemica — le tranche "senior" AAA si rivelarono tossiche quanto le equity.

CDS — Credit Default Swap

"Un'assicurazione senza le regole delle assicurazioni"

Funziona come un'assicurazione contro il fallimento di qualcuno. Se compro un CDO e ho paura che vada male, pago una piccola quota periodica a qualcun altro, che in cambio si impegna a rimborsarmi se il CDO perde valore. Fin qui sembra sensato. Il problema è doppio:

1. Chiunque poteva comprare questa "assicurazione" anche senza possedere il CDO, come assicurare la casa del vicino contro l'incendio e sperare che bruci.

2. Chi vendeva i CDS (come AIG) non era obbligato ad accantonare riserve** come una vera compagnia assicurativa, incassava i premi e basta, senza coprirsi dal rischio

Quando tutto crollò, AIG doveva rimborsare centinaia di miliardi che non aveva.

Rating AAA

"Il timbro di qualità che non valeva nulla"

Le agenzie di rating (Moody's, S&P, Fitch) assegnano voti ai titoli finanziari, come i voti a scuola. AAA è il massimo — equivale a dire "questo titolo è sicuro quanto i titoli di stato americani." Molti investitori istituzionali (fondi pensione, banche europee) potevano comprare “solo” titoli AAA per regolamento. Quindi il rating AAA era indispensabile per vendere i CDO a questi grandi investitori. Il conflitto di interessi era brutale: le agenzie erano pagate da chi emetteva i titoli che dovevano giudicare. Il risultato: tranche di CDO piene di mutui subprime ricevevano AAA. Quando la realtà emerse, il timbro si rivelò carta straccia.


Gli attori principali

“Le banche d'investimento” (Goldman Sachs, Merrill Lynch, Lehman Brothers, Bear Stearns, Morgan Stanley) erano sia “sottoscrittori” delle emissioni che “creatori di mercato” e spesso “investitori finali” attraverso i propri SIV. Lehman e Bear Stearns collassarono direttamente per esposizione a MBS e CDO.

Le GSE “Fannie Maee “Freddie Mac” (Government Sponsored Enterprises, due società finanziarie create dal Congresso USA con l’obbiettivo di garantire stabilità, liquidità e convenienza al mercato immobiliare americano). Queste due agenzie “government-sponsored” acquistavano mutui dagli originator e li cartolarizzavano, garantendo implicitamente il mercato ipotecario. Avevano un mandato pubblico (estendere la proprietà della casa) e un comportamento privato (massimizzare i rendimenti con leva altissima). Nel 2008 furono messe sotto tutela governativa (“conservatorship”) con un'esposizione combinata di circa 5.400 miliardi di dollari.

Le “agenzie di rating” (Moody's, S&P, Fitch) svolgevano un ruolo strutturale, non meramente consultivo: le tranche senior dei CDO “richiedevano” il rating AAA per poter essere acquistate da fondi pensione, compagnie assicurative e banche europee soggette a vincoli regolatori. Le agenzie erano pagate dagli emittenti. Un conflitto d'interesse elementare che produceva rating sistematicamente gonfiati.

L’ “AIG Financial Products” (AIGFP) merita menzione separata. Era la famigerata divisione di American International Group (AIG), sotto la guida di Joseph Cassano aveva venduto “Crediti Default Swap (CDS)” come "assicurazione" sulle tranche senior dei CDO, incassando premi senza accantonare riserve adeguate. Quando i CDO si deteriorarono, AIG non era in grado di onorare i contratti: il suo salvataggio da parte del Tesoro americano (182 miliardi) fu in realtà un salvataggio indiretto delle controparti, tra cui Goldman Sachs.

I “mortgage originator” non bancari (come Countrywide Financial, Ameriquest, New Century Financial) erano al primo anello della catena. Operavano con pochissimo capitale proprio, originavano mutui “NINJA” (No Income, No Job, No Assets) e li rivendevano immediatamente. Il loro incentivo era puramente volumetrico.


Una lettura critica: la bolla come prodotto sistemico

Da una prospettiva critica, è importante non ridurre la crisi a "eccessi" o "irrazionalità" individuali. La bolla immobiliare fu “funzionale” a una specifica configurazione del capitalismo finanziario americano post-2001:

serviva a sostenere i consumi delle famiglie a reddito stagnante attraverso il “MEW”(“Mortgage Equity Withdrawal”: prelievo di capitale ipotecario), sostituendo salari reali con debito

generava rendimenti in un contesto di tassi bassi post-bolla dot-com (la bolla dei tecnologici sviluppatasi tra il 1995 e il 2000) e post-11 settembre (la politica monetaria di Greenspan)

alimentava l'industria della finanza strutturata che era diventata il cuore del sistema di accumulazione anglosassone

Si tratta di un classico ciclo (studiato dall’economista Hyman Minsky) in cui la stabilità produce instabilità: anni di bassa volatilità incoraggiano l'accumulo di leva, fino al “Minsky moment” in cui il sistema non regge più il peso del proprio debito.

Il crollo sistemico e la deregolamentazione: come si è rotto tutto

Parte I — La dinamica del contagio (settembre-ottobre 2008)

Il crollo non fu un evento singolo ma una “cascata di rotture” in sequenza, dove ogni rottura innescava la successiva.

Fase 1: il mercato immobiliare inizia a cedere (2006-2007)

I prezzi delle case americane smettono di salire. Per i mutui subprime questo è fatale: molti erano stati concessi assumendo che il mutuatario, in caso di difficoltà, potesse semplicemente “rivendere la casa a un prezzo più alto”. Quando i prezzi scendono, i mutuatari più fragili iniziano a non pagare. I default aumentano. Fin qui sembra un problema locale.

Fase 2: i CDO si rivelano opachi e illiquidi (estate 2007)

Le perdite sui mutui cominciano a colpire le tranche dei CDO. Ma qui emerge un problema strutturale: nessuno sa esattamente cosa valga un CDO, perché dentro ci sono migliaia di mutui aggregati e ri-aggregati. I modelli di “pricing” (determinazione dei prezzi) smettono di funzionare. Gli investitori smettono di comprare. Il mercato dei CDO diventa “illiquido”, non nel senso che i titoli valgono zero, ma nel senso che nessuno vuole comprarli a nessun prezzo ragionevole. Nel giugno 2007 due “hedge fund” (fondi speculativi) di Bear Stearns esposti ai CDO subprime collassano. È il primo segnale.

Fase 3: il mercato interbancario si blocca (agosto 2007)

Le banche si prestano denaro tra loro continuamente — è la normale circolazione del sistema finanziario. Ma a quel punto nessuna banca sa quanta esposizione ai CDO abbiano le altre. Il risultato è la sfiducia reciproca totale. Il tasso LIBOR (il tasso a cui le banche si prestano i soldi tra loro) schizza verso l'alto. I SIV e i conduit fuori bilancio non riescono più a rinnovarsi a breve termine, il loro modello di finanziamento si inceppa. Le banche madri devono riassorbirli in bilancio, peggiorando la propria situazione patrimoniale.

Fase 4: Bear Stearns e il primo salvataggio (marzo 2008)

Bear Stearns, quinta banca d'investimento americana, era esposta massicciamente ai CDO e si finanziava quasi interamente a breve. Quando i creditori smettono di rinnovare i “prestiti overnight” (prestiti di un giorno), Bear Stearns rimane senza liquidità nel giro di giorni. La Federal Reserve organizza una vendita d'emergenza a JPMorgan a 2 dollari per azione (era valutata 170 solo un anno prima), garantendo 29 miliardi di attivi tossici. Per la prima volta la Fed (la banca centrale americana) interviene direttamente per evitare il fallimento di una banca d'investimento, istituto che storicamente non rientrava nel suo mandato di prestatore di ultima istanza.

Fase 5: Lehman Brothers cade, AIG crolla (settembre 2008)

Il 15 settembre 2008 è la data simbolica. Lehman Brothers — leva 44:1, enormemente esposta agli MBS — non riesce a trovare un acquirente né un salvataggio pubblico. Il Tesoro americano decide, per ragioni ancora dibattute, di non intervenire. Lehman dichiara bancarotta: il più grande fallimento nella storia americana, 600 miliardi di dollari di attivi.

L'effetto è immediato e globale:

i fondi monetari (money market funds), che detenevano la “carta commerciale” (strumento di debito a breve termine non garantito, emesso dalle grandi aziende e dalle istituzioni finanziarie per finanziare il proprio capitale circolante. In parole povere, una sorta di cambiale che l’azienda emette sul mercato per raccogliere liquidità) di Lehman, "rompono il dollaro"  scendono sotto il valore nominale, evento quasi inaudito (significa che il valore delle quote di un fondo comune monetario scende al di sotto di un dollaro) ;

si scatena una corsa ai riscatti dai fondi monetari, che a loro volta smettono di comprare carte commerciali delle imprese

il credito a breve per l'economia reale si blocca

Il giorno dopo, AIG è sull'orlo del collasso per i CDS che non può onorare. Qui il governo interviene: 85 miliardi iniziali, che diventeranno 182. Perché AIG e non Lehman? Probabilmente perché le controparti di AIG sui CDS includevano ogni grande banca del pianeta — lasciarla fallire avrebbe significato un collasso simultaneo dell'intero sistema.

Fase 6: il contagio europeo**

Le banche europee avevano comprato enormi quantità di CDO e MBS americani, attratte dai rating AAA e dai rendimenti superiori ai titoli di stato. Banche tedesche (IKB, Hypo Real Estate), francesi (BNP Paribas aveva già bloccato tre fondi nell'agosto 2007), britanniche (Northern Rock) vengono travolte. La crisi finanziaria diventa crisi economica globale entro fine 2008. 

Parte II — La deregolamentazione: le fondamenta del disastro

Il crollo del 2008 non fu un incidente. Fu il risultato di scelte politiche deliberate compiute nell'arco di trent'anni. La deregolamentazione è la cornice dentro cui tutti gli strumenti che abbiamo descritto sono stati resi possibili.

Esaminiamone i passaggi cruciali:

Il Glass-Steagall Act (1933) e la sua logica

Dopo la crisi del '29, il New Deal impose una separazione netta tra “banche commerciali” (quelle che raccolgono depositi e fanno prestiti) e “banche d'investimento” (quelle che speculano sui mercati). La logica era semplice: i depositi dei cittadini non devono finanziare speculazioni rischiose, e le banche commerciali non devono poter scaricare le perdite speculative sui depositanti e implicitamente sui contribuenti tramite la garanzia pubblica sui depositi.

Questa architettura resse per cinquant'anni.

Il Gramm-Leach-Bliley Act (1999): l'abbattimento del muro

Diurante la presidenza Clinton viene approvato il “Financial Services Modernization Act”, firmato da Robert Rubin (ex Goldman Sachs, Segretario al Tesoro) e sostenuto da Alan Greenspan. La separazione Glass-Steagall viene abolita. Da quel momento le banche universali possono fare tutto: raccogliere depositi, fare prestiti, emettere CDO, fare trading speculativo, vendere assicurazioni.

Il risultato pratico: le banche commerciali — protette dalla garanzia pubblica sui depositi — entrano massicciamente nel mercato della finanza strutturata, aumentando enormemente il volume del sistema e la quantità di rischio garantita implicitamente dallo Stato.

Il Commodity Futures Modernization Act (2000): i derivati nell'ombra

Forse ancora più importante del Gramm-Leach-Bliley. Questo atto, firmato sempre da Clinton negli ultimi giorni della sua presidenza, escludeva esplicitamente i derivati OTC (over-the-counter, cioè contrattati privatamente tra le parti) da qualsiasi supervisione regolamentare. I CDS, quell'assicurazione senza riserve che ha fatto saltare AIG, erano derivati OTC. Grazie a questa legge potevano proliferare senza che nessun regolatore sapesse quanti ce n'erano, chi li deteneva, e se chi li vendeva era solvibile.


La regola del capitale e Basilea: i rating come scudo

La regolamentazione del capitale bancario (quanto patrimonio una banca deve tenere rispetto ai propri attivi) si basava sui rating delle agenzie. Un titolo AAA richiedeva pochissimo capitale di riserva. Questo creava un incentivo perverso enorme: le banche avevano tutto l'interesse a “trasformare” attivi rischiosi in titoli con rating AAA, perché così potevano tenere meno capitale e aumentare la leva. La cartolarizzazione era, tra le altre cose, una macchina per “arbitraggiare la regolamentazione del capitale” (pratica con in cui istituti finanziari e o investitori sfruttano le lacune normative per ridurre al minimo i requisiti di capitale. L’obbiettivo è massimizzare i profitti aggirando i vincoli di vigilanza)

La cultura Greenspan: “il mercato si autoregola”

Sullo sfondo di tutto questo c'è una precisa ideologia, incarnata da Alan Greenspan (presidente della Federal Reserve 1987-2006): i mercati finanziari si “autoregolano”, gli operatori privati hanno ogni incentivo a gestire prudentemente il rischio, “la regolamentazione è inefficiente e dannosa”. Greenspan ammise pubblicamente davanti al Congresso nel 2008 di aver trovato "un difetto" nel suo modello del mondo, un'ammissione straordinaria per chi aveva dominato la politica monetaria americana per vent'anni.

Una sintesi critica

La deregolamentazione non fu semplicemente una svista tecnica. Fu l'espressione politica di una specifica egemonia — quella del capitale finanziario — che aveva convinto regolatori, legislatori e accademici che la finanza privata fosse intrinsecamente efficiente e auto-correttiva. In termini gramsciani, si potrebbe dire che il “senso comune” regolatorio era stato completamente riscritto dall'ideologia liberista: anche i regolatori *credevano* che meno regole producessero mercati migliori.

Il paradosso finale: il sistema che predicava il mercato libero fu salvato con il più grande intervento statale nella storia del capitalismo americano.

Dopo il crollo: risposte, conseguenze e nuove contraddizioni

Parte I — La risposta immediata: salvare le banche

Il TARP e la logica del "too big to fail"

Nel ottobre 2008 il Congresso approva il ”Troubled Asset Relief Program”: 700 miliardi di dollari pubblici per stabilizzare il sistema finanziario. Nella forma originale doveva acquistare gli attivi tossici (i CDO e gli MBS) dalle banche. In pratica divenne principalmente una “ricapitalizzazione diretta”, lo Stato comprava azioni delle banche, diventandone temporaneamente azionista.

Il messaggio implicito era devastante politicamente: le banche che avevano generato la crisi venivano salvate con denaro pubblico, mentre milioni di americani perdevano case e lavoro. La logica invocata era quella del “too big to fail” (troppo grande per fallire), alcune istituzioni sono talmente interconnesse con il sistema che lasciarle fallire costerebbe più che salvarle. Il problema è che questa logica “socializza le perdite e privatizza i profitti”, e lo fa in modo esplicito e visibile.

Aspetto cruciale: quasi nessun banchiere fu perseguito penalmente. Nonostante frodi documentate nella concessione di mutui, nella valutazione dei CDO, nelle comunicazioni agli investitori, le condanne penali individuali furono praticamente assenti. Eric Holder, Attorney General di Obama, ammise implicitamente che le banche erano considerate “too big to jail”, troppo sistemicamente importanti per “rischiare di destabilizzarle” con procedimenti penali.

Parte II — La risposta regolamentare: il Dodd-Frank

Nel 2010 Obama firma il “Dodd-Frank Wall Street Reform and Consumer Protection Act” — la riforma regolamentare più ampia dai tempi del New Deal. I suoi pilastri principali:

Il Financial Stability Oversight Council (FSOC)

Un consiglio di supervisori con il mandato di identificare rischi sistemici “prima” che esplodano. Poteva designare istituzioni non bancarie come "sistemicamente importanti" sottoponendole a supervisione più stringente.

La Volcker Rule**

Ispirata all'ex presidente della Fed Paul Volcker: proibiva alle banche commerciali di fare “proprietary trading”, cioè speculare con i propri fondi sui mercati. Un tentativo parziale di reintrodurre la logica del Glass-Steagall senza formalmente ripristinarlo.

La regolamentazione dei derivati OTC

I CDS e altri derivati over-the-counter (contrattati al “banco” senza evidenze pubbliche) dovevano essere standardizzati e scambiati attraverso “clearing house” centrali, aumentando la trasparenza e riducendo il rischio di controparte.

Il Consumer Financial Protection Bureau (CFPB)

Agenzia nuova dedicata specificamente a proteggere i consumatori da pratiche predatorie nel credito al consumo e nei mutui.

I limiti del Dodd-Frank

La riforma era ampia ma strutturalmente timida per almeno tre ragioni:

non reintroduceva la separazione Glass-Steagall. Le banche universali rimanevano tali. La Volcker Rule tentava di limitare il trading speculativo dall'interno, ma i confini tra "trading per conto clienti" e "trading proprietario" erano deliberatamente sfumati e quasi impossibili da far rispettare.

il sistema bancario ombra — fondi hedge, money market funds, SPV rimase largamente fuori dal perimetro regolatorio più stringente. Le stesse strutture che avevano amplificato la crisi rimanevano operative.

Le banche *too big to fail* erano diventate ancora più grandi dopo la crisi, per effetto delle fusioni forzate del 2008 (JPMorgan aveva assorbito Bear Stearns e Washington Mutual, Bank of America aveva assorbito Merrill Lynch). Il problema di concentrazione si era aggravato, non risolto.

Nel 2018, con Trump, parti significative del Dodd-Frank venivano allentate — in particolare le soglie per la designazione di banche "sistemicamente importanti" venivano alzate, esentando banche regionali medie dalla supervisione più stringente. Banche come Silicon Valley Bank, che crollerà nel 2023, beneficiarono direttamente di questa deregolamentazione.

Parte III — Le conseguenze sociali: chi ha pagato il conto

Negli Stati Uniti

Le conseguenze per le famiglie comuni furono brutali e durature:

- circa 9 milioni di posti di lavoro persi tra 2008 e 2010;

- circa 4 milioni di pignoramenti tra 2008 e 2012. Famiglie espulse dalle proprie case [Sufi e Mian, “the house of debt”];

- la ricchezza mediana delle famiglie americane non recuperò i livelli pre-crisi per oltre un decennio;

- le famiglie afroamericane e latinoamericane — che erano state bersaglio privilegiato dei mutui predatori subprime — subirono perdite patrimoniali sproporzionate e durature.

Il paradosso politico: le banche venivano salvate in settimane, mentre i programmi di sostegno ai mutuatari in difficoltà (“HAMP”, “HARP”) erano lenti, burocratici e raggiunsero una frazione dei destinatari previsti.

In Europa: la crisi si trasforma in crisi del debito pubblico

In Europa il meccanismo fu diverso ma altrettanto devastante. Le banche europee avevano accumulato enormi perdite sui titoli americani. Per coprirle, i governi intervennero massicciamente — Irlanda, Spagna, Germania. Questo trasferì il debito privato delle banche sui bilanci pubblici, trasformando una crisi finanziaria privata in una crisi del debito sovrano (pubblico).

Dal 2010 in poi, la risposta europea fu l'austerità”— tagli alla spesa pubblica, riduzione dei servizi sociali, compressione dei salari nel settore pubblico — imposta dalla Troika (BCE, Commissione Europea, FMI) come condizione per i programmi di salvataggio a Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna. La logica era quella dell'aggiustamento da manuale del FMI: ridurre il deficit per ristabilire la fiducia dei mercati. Il risultato fu una “seconda recessione” in Europa nel 2011-2013, mentre gli USA si stavano già riprendendo.

La Grecia è il caso estremo: il PIL si contrasse di circa il 25% tra 2008 e 2013, una depressione paragonabile per intensità agli anni Trenta. La disoccupazione giovanile raggiunse il 60%. Tutto questo per salvaguardare principalmente i creditori francesi e tedeschi che detenevano debito greco.

Parte IV — Le conseguenze politiche

La crisi del 2008 e la gestione della sue conseguenze — salvataggio delle banche, austerità per i cittadini, impunità per i responsabili — produsse una crisi di legittimità profonda nei confronti delle élite politiche ed economiche tradizionali. Le sue manifestazioni furono diverse a seconda del contesto nazionale, ma il filo conduttore era lo stesso: la percezione che il sistema funzionasse per pochi a spese di molti.

Negli USA:

- “Occupy Wall Street” (2011) — primo movimento di massa a nominare esplicitamente la disuguaglianza come problema politico centrale, con il frame "noi siamo il 99%"

- “Tea Party” — risposta di destra, canalizzata nel sistema repubblicano, che usava la rabbia anti-establishment in chiave anti-statale e anti-tasse

- Queste energie convergono, in forme diverse, nelle campagne di Bernie Sanders e Donald Trump nel 2016 — entrambi campagne esplicitamente anti-establishment, su fronti opposti

In Europa:

- esplosione dei partiti “sovranisti” di destra (Rassemblement National in Francia, AfD in Germania, Lega ED FdI in Italia);

- crisi dei partiti socialdemocratici tradizionali, che avevano governato durante la deregolamentazione e/o applicato l'austerità;

- Brexit (2016) in cui la rabbia contro l'establishment si canalizzò in chiave nazionalista ed euroscettica;

Una lettura d'insieme

C'è una continuità logica che attraversa tutto questo: la crisi del 2008 ha rivelato la struttura di classe del capitalismo finanziario contemporaneo in modo così brutale e visibile da rendere difficile la legittimazione ideologica precedente. Il consenso neoliberale, che “il mercato produce benessere diffuso”, che “la finanza è neutra e tecnica”, che “le élite meritocratiche governano nell'interesse generale”, ha subito un danno da cui non si è mai completamente ripreso.

In questo senso la crisi del 2008 è una crisi di egemonia in cui le classi subalterne non credono più alla narrazione dominante, ma in cui le classi dirigenti non sono ancora state sostituite da una nuova configurazione egemonica stabile. Il risultato è quello che Gramsci chiamava "interregno" e i mostri che ne emergono li stiamo ancora vedendo.

Con il prossimo fascicolo inizieremo ad analizzare l’altro grande aggregato macro-economico: il “risparmio” nella sua entità fisica e nel contesto dell’economia finanziarizzata.

Alberto Giuliani

Il premio Nobel per la chimica si trasferisce in Cina

di Giorgio Gabanizza

Il premio Nobel per la chimica 2025, Omar Yaghi, lascia gli Usa per trasferirsi in Cina,

ritenendo che il futuro della ricerca scientifica è lì e il 3 luglio alcune foto lo riprendono alla Tsinghua University di Pechino con il Rettore e i vertici dell'ateneo mentre riceve l'incarico di professore a tempo pieno per guidare un nuovo Istituto di ricerche.

Lo scienziato nato da rifugiati palestinesi ad Amman, Giordania, si trasferisce a 15 anni negli Stati Uniti ove studia, si laurea e intraprende una carriera scientifica che lo porta alla guida del Berkeley Global Science Institute, California (terra di innovazioni e high-tech), avendo iniziato alla Università dell'Illinois e proseguito ad Harvard.

Di tutto ciò è grato per quanto ricevuto dal Paese che l'ha accolto, è persino orgoglioso della cittadinanza statunitense. Il suo "sogno americano" si è avverato più che bene.  Non ci sono motivi ideologici o dichiaratamente politici nella scelta di lasciare gli Usa e di andare a continuare le sue ricerche scientifiche in Cina. I motivi sono esclusivamente legati alla possibilità di portare avanti le sue straordinarie investigazioni scientifiche, alla possibilità o meno di portarle a termine.

Lo scienziato si occupa di "sviluppo delle strutture metallo-organiche" (MOF), materiali innovativi simili a spugne molecolari per cui ha ricevuto il Premio Nobel per la chimica. Queste "spugne" porose e modulabili sono in grado di catturare ed immagazzinare gas a livello molecolare, offrendo soluzioni rivoluzionarie per il cambiamento climatico, come l'immagazzinamento dell'idrogeno, la cattura del CO2 e l'estrazione di acqua potabile dall'aria secca dei deserti.

Per quanto riguarda l'estrazione dell'acqua dall'aria secca dei deserti e ovunque, è già arrivato a realizzare "strumenti", "macchinari" utilizzabili con risultati positivi (irrigazione di terreni altrimenti privi d'acqua).

Il "mercato" apprezza, sono vendibili e quindi possono fornire profitti agli investitori.   

Diverse sono le condizioni di una ricerca che sta per essere ultimata, quella della cattura del CO2, per la quale negli Usa era difficile, se non impossibile, trovare finanziamenti. In quel sistema un conto è investire in ricerche "profittevoli", che una volta finite possano trovare applicazioni e produzioni capaci di far rientrare il capitale investito e garantire profitti, come sta avvenendo per la produzione dell'acqua (per alimentazione e per irrigazione) dall'aria secca dei deserti, altro conto è finanziare ricerche che rischiano di non produrre profitti, ma soltanto di salvare il mondo dagli esiti esiziali dei cambiamenti climatici. Esiste già un modo per usare l'anidride carbonica, il carbonio, per usi alimentari e industriali; assorbire enormi quantità di CO2 dai cieli inquinati rischia di far saltare il mercato del carbonio esistente e porre grandissimi e costosi problemi di stoccaggio. Non è problema di non essere sensibili ai temi ambientali, alla sopravvivenza del pianeta o, più semplicemente, del genere umano. Nemmeno di essere "cattivi" (come lo è Trump), ma nessuno, in quel sistema, può permettersi di investire se non c'è ritorno profittevole. Le" leggi" del mercato non sono state abrogate, né possono essere piegate alle superiori ragioni umanitarie.

Ecco perché Omar Yaghy , premio Nobel per la chimica, ha scelto di andare in Cina, a dirigere  una equipe di ricerca formata da scienziati provenienti da Stati Uniti, Corea del Sud, Regno Unito, Italia, Arabia Saudita,  Emirati Arabi e Cina, con l'intenzione di coinvolgere altri ricercatori e studiosi  di molte altre parti del mondo.

Un' ultima considerazione. La Cina si dimostra capace di attrarre con successo scienziati e ricercatori dal mondo e dalle Università statunitensi non attrezzate sufficientemente, alcune delle quali messe in ginocchio da Trump perché condannano le politiche genocide e violente di Israele. Ancora una volta l' Europa (non parliamo dell' Italia che si fa scappare cervelli perché non sa collocarli adeguatamente, diventando da anni terra di emigrazione) non è all'altezza di fare altrettanto.

Dopo la seconda guerra mondiale gli Usa seppero attirare scienziati e ricercatori dalla Europa e dal resto del globo per diventare grande ed ambire ad essere leader mondiale della ricerca, dell'innovazione tecnologica, dell'economia   e del benessere diffuso. La scelta di fare guerre nel mondo e di armare sempre di più la sua economia, la sua cultura, la sua civiltà, l'ha portata ad un lento declino del suo prestigio internazionale, precipitando in questi ultimi anni.

Appare evidente che almeno come infrastrutture, investimenti e attenzione strategica, la Cina rischia di essere più attraente, avendo capito che, più delle armi, sono la conoscenza e l'innovazione a conferire la leadership mondiale, da condividere con altri.

Giorgio Gabanizza

Giù le mani dl femminismo

Rosy Braidotti, Jennifer Guerra, Giorgia Serughetti
ed. Rizzoli, marzo 2026 (pp.185)
di Antonella Macone

   Avrei voluto scriverlo io. Sai quando ascolti o leggi qualcosa che condividi così tanto che in fin dei conti è tuo? Perché sono le cose che pensavi da tanto, che avresti voluto dire da tanto? Sì, questo libro avrei voluto scriverlo io. Perché mette un punto. Perché fa piazza pulita della ributtante marmellata che da decenni ricopre il femminismo. Perché è un dito negli occhi a tutti quelli che dicono che abbiamo sfondato il soffitto di cristallo, dato che alcune donne sono ai vertici di governi, dirigono aziende, controllano grandi gruppi finanziari e, hai visto? Sono esattamente come gli uomini, se non peggio.

Perché il femminismo o è di sinistra o non è. O è antifascista o non è. O è lotta per i diritti di tutti o non è. O è riflessione sui poteri e lotta per abbatterli o non è.

Quindi: giù le mani dal femminismo.

Ma cominciamo dall'inizio: le tre autrici (Rosi Braidotti filosofa, Jennifer Guerra giornalista, Giorgia Serughetti docente di filosofia politica), diverse per età e formazione, analizzano la storia delle lotte femministe e le ambiguità della situazione attuale da tre diverse angolazioni: la “trappola” dell'emancipazione, il mercato, il patriarcato.

Entriamo nel vivo della questione: lo storico Eric Hobsbawn nel “Il secolo breve” ha definito la lotta femminista l'unica rivoluzione non fallita del secolo scorso, anche se non ancora compiuta; dagli anni Novanta infatti, le rivendicazioni di genere hanno acquisito una crescente legittimità a livello politico e istituzionale, costringendo tutti gli attori a difendere almeno formalmente un'agenda basilare di diritti delle donne. A cavallo del millennio, tuttavia, abbiamo assistito, insieme all'arretramento di molte lotte sociali, all'affermarsi di un nuovo modello di libertà femminile fondato sul mercato, la competizione e il profitto, alla saldatura, cioè, delle istanze delle donne con il neoliberismo.

   Quello a cui ci troviamo oggi di fronte è dunque uno scenario in apparenza contraddittorio in cui la reazione antifemminista (dove le donne vengono ancora relegate a ruoli di cura ed evidenti discriminazioni sul lavoro) si integra con elementi ideologici neoliberali, e si appropria di alcune cause femministe riconfigurandone il significato all'interno di un programma politico ostile alle migrazioni, al multiculturalismo e, in generale, alle diversità. Il successo, infatti, di poche donne di potere cui abbiamo assistito in questi anni, è rivendicato come storia assolutamente identitaria (“sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana....”)  e rappresenta una emancipazione che non avviene come un processo collettivo di diritti e libertà, ma è modellata sulla retorica del neoliberismo (ce l'ho fatta da sola..), dunque per poche, non per tutte. Quindi contro tutte le altre diversità: politiche, culturali, etniche, religiose, sessuali.

   Oggi del femminismo “si tiene conto” e raramente lo si rigetta in toto, piuttosto lo si distorce e lo si piega all'economia della visibilità, anzi lo si usa: il caso più eclatante è forse quello della Germania, dove Alice Weidel, lesbica dichiarata, sposata con una donna dello Sri Lanka e insieme a lei madre di due figli, è leader del partito di estrema destra AfD, partito razzista e omofobo che nel proprio programma promuove unicamente il modello di famiglia tradizionale. E' dunque femminista ciò che può essere consumato, quantificato attraverso i suoi valori più evidenti e perciò più innocui: libertà di scelta e autonomia rivendicate da singole personalità su tutti i media fanno iniziare e finire il movimento nell'ambito della propria esperienza individuale: tutte le altre devono gioire del successo di chi ce l'ha fatta, di chi si è perfettamente integrata nel sistema, e pazienza per tutte le altre, non madri, non bianche, non occupate, non occidentali, non eterosessuali. Il femminismo addomesticato ha così perso il contatto con la realtà, diventando qualcosa che non viene praticato ma semplicemente evocato, addirittura attraverso gadget e oggetti che dichiarano la loro prossimità al movimento, basti pensare ai capi di abbigliamento e di intimo con la scritta “non ci possono bruciare tutte” e al movimento Pro-Vita che vende magliette con la scritta “Non una di meno, MA PER DAVVERO”, messaggio antiabortista neanche troppo sub-liminale! 

Le donne emancipate delle destre reazionarie, che vorrebbero essere celebrate come le nuove femministe, non solo non hanno aperto le porte ai diritti delle altre, ma non hanno

neanche scalfito il modo di fare politica nel suo insieme; in realtà la femminilizzazione della politica (non il femminismo) tende ad occupare il posto del vecchio patriarcato, se per patriarcato intendiamo quel dispositivo di potere che predispone i maschi a occupare e gestire la supremazia sociale e simbolica a proprio vantaggio e ovunque. 

L'esclusione delle donne è funzionale a questo sistema di potere e il femminismo, al contrario di chi ha proclamato: “chiamatemi il presidente”, ha sempre sottolineato gli aspetti collettivi, invece che strettamente individuali, di questa situazione ingiusta. Ma il patriarcato contemporaneo ha nel frattempo cambiato strategia, non abita più lì e si sta ricostruendo altrove, senza una sola donna ai posti di comando. 

Secondo lo studioso Piketty, infatti, stiamo assistendo alla più forte ed iniqua concentrazione di ricchezze mai vista sul pianeta: Elon Musk, Tim Cook, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Peter Thiel, per fare solo alcuni esempi, è qui che il capitalismo contemporaneo si sta riorganizzando, sostenuto dalle destre nazionali portatrici dei valori del nuovo patriarcato. L'accaparramento delle nuove tecnologie come strumenti di potere e discriminazione, la distruzione del diritto internazionale rimpiazzato dalla legge del più forte, la dichiarazione evidente che è finita l'epoca in cui la democrazia era il sistema di governo di riferimento per tutti, la necessità della violenza al fine di accelerare la mutazione in corso, la crescita della cultura dell'odio, del razzismo e della guerra sotto le mentite spoglie del bisogno di sicurezza: è lì che il femminismo, come pratica e come etica, può svolgere un ruolo davvero importante.

   Il femminismo, per concludere, può essere tante cose, ma non può essere qualsiasi cosa: non mira alla semplice uguaglianza, ma punta alla trasformazione radicale della società, della cultura e dei rapporti fra gli esseri umani: si vorrebbe quindi che la destra lasciasse in pace la tradizione femminista, invece di cercare di colonizzarla, perché ci sono paletti e limiti politici e valoriali non negoziabili che sono la giustizia sociale, la solidarietà, la cultura della pace.

Antonella Macone

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