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Le terre rare del potere e le nuove schiavitù
di Sergio Paronetto
Continuo l’analisi-documentazione della “Magnifica humanitas”. Più che parlare del papa faccio parlare il papa che ha patrocinato tra il 15 e il 16 luglio 2026 a Castel Gandolfo un grande convegno, Global Nobel Laureates Assembly on Artificial Intelligence and Nuclear War, con Università, istituzioni, associazioni, premi Nobel che hanno lanciato un Appello sull’uso pacifico dell’IA. In questo periodo, sul tema stanno muovendosi negli Stati Uniti manifestazioni trasversali contro l’enorme consumo di elettricità, di acqua, di infrastrutture, e di vite, provocato dai grandi data center che fanno da motore all’IA e si stanno moltiplicando ovunque.
Un’ecologia della comunicazione
Nel capitolo quarto di MH, intitolato “Custodire l’umano nella trasformazione”, Leone afferma che “il primo compito che abbiamo è quello di non demonizzare né idolatrare gli strumenti, ma di governarli a partire da un punto fermo: la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità. Occorre quindi promuovere un’ecologia della comunicazione” (137). Come scrive Hanna Arendt nel suo “Le origini del totalitarismo”, ricorda Leone XIV, “il disinteresse per la verità porta lentamente ma inesorabilmente a scivolare verso il totalitarismo, per il quale i sudditi ideali non sono tanto quelli ideologicamente convinti, ma “la gente per la quale la distinzione tra fatto e finzione (cioè, la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè, i canoni del pensiero) non esistono più” (134).
Un’economia che valorizzi la dignità
La cosa è evidente nel campo dell’economia. “La ricchezza mondiale è cresciuta in termini assoluti, ma si è accentuata la concentrazione in poche mani e si sono allargati gli squilibri, sia tra i Paesi sia all’interno di uno stesso Paese: «Pochi hanno troppo e troppi hanno poco, questa è la logica di oggi»” (161). Se è vero che “il mercato del lavoro è uno degli ambiti in cui i rischi delle nuove tecnologie emergono con maggiore evidenza” è necessario ricordare che la libertà economica non è assoluta e va sempre misurata sul bene comune e sulla dignità di ogni persona” (157). ”Nell’epoca dell’IA e della robotica non è più possibile affidarsi alla sola “mano invisibile” del mercato: la politica ha il compito di orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune, promuovendo lavoro dignitoso, inclusione sociale e un’equa distribuzione dei benefici dell’innovazione” (163).
L’architettura della visibilità e il dominio delle coscienze
Un forte rischio, poco visibile, scrive Leone, è quello del controllo sociale, reso possibile dalla raccolta massiva di dati e dall’uso di sistemi algoritmici. Spesso “il controllo non passa solo da divieti espliciti, ma dall’architettura della visibilità: ciò che viene amplificato o reso invisibile, ciò che è premiato o penalizzato, finisce per modellare opinioni e scelte, generando conformismo e autocensura […] e una forma di dominio delle coscienze” (171). “Questa visione distorta della persona si traduce oggi in diverse forme di asservimento legate direttamente all’economia digitale” (173).
Forme di subordinazione globale
“Una parte significativa del funzionamento dell’economia digitale si regge sul lavoro silenzioso di milioni di esseri umani, impiegati in attività poco visibili ma essenziali: etichettatura dei dati, moderazione dei contenuti – spesso pessimi –, addestramento dei modelli. In molti casi si tratta di giovani, per lo più donne, che lavorano duramente per compensi minimi. A questa fatica invisibile si aggiunge quella, ancora più brutale, dell’estrazione delle risorse necessarie alla produzione dei dispositivi e dei microprocessori su cui poggia l’IA. In alcune regioni del mondo, adolescenti e bambini lavorano in condizioni pericolose nella frantumazione dei materiali da cui si ricavano le terre rare. Corpi segnati, mutilati, consumati perché il flusso del calcolo non si interrompa. Inoltre, reti criminali si servono di piattaforme di rete, sistemi di messaggistica, pagamenti anonimi e tecniche di profilazione per reclutare, controllare e spostare vittime di tratta, molte volte minori, trasformando uomini e donne in “dati” da tracciare e “pacchi” da trasferire entro gli stessi circuiti digitali che sostengono gran parte dell’economia globale […]. Se una tecnologia promette emancipazione ma produce nuove forme di subordinazione globale contraddice il principio fondamentale della dignità della persona” (173).
Un colonialismo inedito
“Il colonialismo ai nostri giorni mostra un volto inedito […]. Interi territori, soprattutto quelli con minore rilevanza geopolitica e maggiore fragilità strutturale, vengono al presente attraversati da una nuova logica di estrazione: quella di flussi sanitari, profili epidemiologici, mappe genetiche e dati demografici. Sono queste le nuove “terre rare” del potere: informazioni vitali che, una volta correlate, possono essere usate per addestrare modelli predittivi, guidare strategie di investimento, anticipare le crisi e soprattutto selezionare chi e che cosa conta. Chi possiede i dati sanitari di intere popolazioni, oggi raccolti spesso sotto il segno dell’aiuto, della ricerca o dell’innovazione, possiede in realtà una leva strutturale sul futuro: può modellare i bisogni e i mercati. E può decidere, prima degli altri, a chi destinare farmaci, investimenti, protezioni. È qui che si gioca una delle questioni morali più urgenti del nostro tempo: trasformare la conoscenza condivisa in bene comune, non in leva di dominio; restituire ai popoli non solo i dati che li descrivono, ma anche la possibilità di decidere come verranno usati, da chi e per chi. Altrimenti, l’era digitale non sarà post-coloniale, ma coloniale sotto altra forma” (178).
Sergio Paronetto
Se c'è il riarmo non c'è campo largo. E viceversa
di Corrado Brigo
Il precedente fascicolo conteneva un interessante contributo di Jessica Cugini, che raccontava dell’incontro di Amburgo del 11/14 giugno tra le formazioni della sinistra “radicale” europea.
Dall’articolo sappiamo che in quell’incontro si è discusso, manco a dirlo, del rapporto con le sinistre riformiste nei diversi paesi. Si capisce che convivono prospettive diverse.
La questione è vecchia. Di decenni per non dire di secoli.
A sinistra del PCI-PDS-DS-PD c'è sempre stato qualcosa. Il problema è che ha sempre contato poco.
A quando vogliamo far risalire la nascita dell'area della “Sinistra Radicale”? All'uscita dal PD di Bersani e D'Alema? (2017). Oppure al 1991, data di nascita di Rifondazione Comunista? (passati 35 anni…) Oppure ai gruppi della Sinistra Extraparlamentare degli anni '70? (passati quasi 60 anni…) All'espulsione di Bordiga dal PCd'I ?….
A sinistra del partito riformista c'è sempre stata un'area di sinistra alternativa; il suo bacino elettorale è stato spesso superiore al 5%, con punte fino all'8%.
Quest'area è sempre stata travagliata dal rapporto con la Casa Madre; oscillando tra collaborazione critica, scontro frontale o un po' dell'una e un po' dell'altra. Queste posizioni non sono mai arrivate a sintesi e, anzi, sono state alla base di scissioni a ripetizione.
Si tratta del not0 problema: la Politica delle Alleanze.
Oggi però la vecchia questione è immersa in uno scenario completamente nuovo: l’ascesa delle destre in Italia, in Europa e in tutto l’Occidente. Per questo Cugini raccontava che le formazioni della sinistra, chiamiamola “radicale” per capirci, si pongono questo problema:
Come contrastare la deriva autoritaria e, contemporaneamente, non avallare le politiche sbagliate (in qualche caso suicide) della sinistra riformista.
Nel recente passato il popolo di Sinistra ha attraversato anni davvero duri, durante i quali era prevalsa l’illusione che fosse sufficiente abbracciare le politiche neo-liberiste, atlantiste e la globalizzazione finanziaria, per contenere il declino elettorale e la perdita di potere.
Furono gli anni della “terza via”, dell'illusione “dell'Ulivo Mondiale”.
Dal 1993 al 2007 passarono attraverso le stanze dei bottoni: Bill Clinton (1993-2001); Romano Prodi (1996-1998); Tony Blair (1997-2007); Gerhard Schroeder (1998-2005).
Il 10 marzo 2007 Walter Veltroni tenne il discorso di investitura al Lingotto.
La “terza via” in versione Lingotto intendeva uscire dalla tradizione socialdemocratica, creando un Partito Democratico all'americana, progressista sulle questioni dei diritti civili, leggero e destrutturato nelle forme organizzative, partito del leader, liberista in economia. Tre mesi dopo il Lingotto, il 27 giugno Tony Blair perse la carica di Primo Ministro.
Quando si dice il tempismo…..
Passata la fase della sua massima espansione, tutto il progressismo mondiale, mentre tenacemente segava il ramo su cui era appoggiato, fu costretto a fare i conti con la crisi delle basi materiali del suo precedente successo. Lo sviluppo economico non forniva più le risorse sufficienti ad accontentare contemporaneamente la rendita finanziaria, il profitto, pur lasciando qualche vantaggio anche al lavoro dipendente, ai pensionati e alla fascia indigente della società italiana.
In l’Italia si accentua la crisi politica, in parallelo a quella sociale (si veda la scheda in coda al presente contributo). Sconfitte economiche, cedimento culturale, accomodamenti al ribasso. Paghiamo quasi vent’anni di dura continuità.
Ma quel che è stato è stato. Torniamo all’oggi: come evitare gli stessi errori.
La crisi del modello neoliberista è conclamata e nel costituendo Campo Largo si riaffacciano temi appartenenti alla tradizione del Movimento Operaio e a lungo dimenticati come il salario minimo, l’aumento delle retribuzioni (CGIL), la ripresa della progressività fiscale, perfino l’esecrata patrimoniale, l’aumento della spesa sanitaria e la difesa della sanità pubblica, la programmazione della politica industriale. E la lista è molto più lunga: scuola, indipendenza energetica, infrastrutture. E altro.
(Nessuna sorpresa. Negli Stati Uniti, dove tutto avviene un po’ prima, i candidati Democratici che si autodefiniscono “socialisti” vincono le primarie.)
Questo blocco di idee programmatiche è abbastanza condiviso dai partiti del costituendo Campo Largo ed in ogni caso le differenze potrebbero essere oggetto di legittime mediazioni.
Di converso il governo di centro-destra è ostile su tutto il fronte. La comunanza di interessi con il capitale finanziario è smaccata. Cavalca compatto la parola d’ordine di “meno tasse per tutti” che poi vuol dire “meno stato e più privato”.
Su questi terreni programmatici, unità del centro sinistra e lotta al centro destra, coincidono. O quasi. Stessa cosa per quanto riguarda le tematiche dei diritti civili, della difesa della Costituzione, dell’opposizione dura alla deriva autoritaria.
Siamo abbastanza avanti con i lavori.
La mucca in corridoio, per dirla alla Bersani, è la politica europea di riarmo.
Ci siamo già diffusi in lungo e in largo a dire tutto il male possibile di questa sciagurata politica, ma il bombardamento mediatico continua a mietere vittime anche in territori a noi vicini.
L’ultima bestialità sentita di recente è questa: Trump si ritira dalla Nato e abbandona l’Europa. Quale migliore occasione per acquisire l’indipendenza strategica, riarmando i singoli Paesi (di Esercito Europeo già non si parla più).
Cioè: per prendere autonomia da Trump eseguiamo alla lettera i suoi dictat, stanziando centinaia di miliardi per comprare armamenti americani. Perché di questo si tratta.
Qualcuno (che si pretende di sinistra) si azzarda addirittura a criticare il Governo Italiano perché è troppo poco sdraiato con i Volonterosi che programmano la Guerra Grande a Putin per il 2035.
Se si vuole andare per le spicce e a costo di qualche semplificazione, si può dire questo: AVS e 5Stelle sono contrari: sono contrari gli elettori, i militanti, i dirigenti. Sono contrari i movimenti pacifisti, ambientalisti. E’ contraria la CGIL, l’ANPI, Legambiente, l’ARCI e altre 500 formazioni che aderiscono alla Rete Pace e Disarmo.
E’ contraria Sua Santità Leone XIV.
In buona sostanza: se c’è la prospettiva del riarmo, non c’è il Campo Largo. Gli ultimi renitenti se ne facessero una ragione. E non ci sono margini di mediazione: i consensi del mondo pacifista o vanno ad una alleanza pacifista o vanno dispersi.
E tra i ceti popolari si lascerebbe mano libera a Vannacci &c.
La contraddizione non passa tra le formazioni del centro-sinistra. E’ tutta interna al PD. Il cui elettorato, a parere dei più, è largamente contrario alla politica di Kaja Kallas, Von der Leyen, Merz e soci. Ma è altrettanto noto che nei gruppi dirigenti resistono ancora parecchi Cattolici Antipapisti (lefevriani?) e alcuni laici disorientati.
Sarebbe politicaly correct astenersi dall’intervenire sui travagli interni di un Partito. Ciò nonostante l’esito di questo travaglio riguarda tutta la Sinistra: il buon esempio di Gualmini e Picierno sarà seguito da molti altri in tempi brevi se si terrà alta la polemica politica, se il pacifismo saprà incalzare senza tregua.
Un’occhiata al fronte diametralmente opposto: negli ambienti della sinistra radicale non mancano anche coloro che, al contrario, auspicano un ulteriore spostamento a destra del PD, sperando di raccattare qualche mezzo punto percentuale in più. Semplicemente non capiscono cosa sta succedendo nel Mondo.
(a loro è dedicata una scheda aggiuntiva, in fondo al presente contributo che si intitola: Il Cretinismo Parlamentare.
Spesso ci viene obiettato che anche la Destra, tutta la Destra europea, è contro il riarmo Europeo. Perché è al soldo di Putin. Non è che per caso anche voi……
Trattasi di un classico caso di rovesciamento del rapporto tra causa ed effetto.
E’ l’insensata politica delle varie Commissioni europee, rette dall’alleanza Popolari e Socialisti, che ha lasciato spazi sconfinati di consenso tra i ceti popolari, occupati opportunisticamente dalle destre. Che non sono state mai pacifiste. Né lo saranno in futuro.
Vannacci farà accordi con Meloni e scorderà senza rimpianti le sue dichiarazioni contro il riarmo. La tedesca AfD li farà con i democristiani della CDU. E, francamente, una Germania riarmata per centinaia di miliardi, comandata da una alleanza tra gente non lontana da simpatie naziste e agenti di commercio dei grandi Fondi americani, desta parecchia preoccupazione.
Altra obiezione che ci viene mossa: “Si, ma piuttosto di una riconferma del governo Meloni, meglio una alleanza vastissima che accetti, pur di stare insieme, anche il riarmo. Magari solo un pochino”. Essendo l’imperativo categorico quello di impedire la riedizione di un governo che sta praticando una deriva autoritaria.
Qui c’è un altro rovesciamento del rapporto causa-effetto. Si presume che gli insuccessi elettorali e quindi la perdita delle leve di governo, sia la causa del dramma italiano: bassa crescita, bassi salari, denatalità, fuga dei giovani, eccetera.
E invece è esattamente l’opposto: le sconfitte elettorali sono l’effetto del peggioramento dei rapporti di forza nel sociale, a danno dei ceti popolari.
Pensiamo alla partecipazione ai Governi dei Tecnici Monti e Draghi: le condizioni di vita non hanno smesso di peggiorar e il Partito di Meloni si è gonfiato di voti, in quanto unico oppositore.
Nei Paesi europei dei Volonterosi, Francia, Germania, Regno Unito, il dramma dei partiti socialisti investiti da una crisi esistenziale e l’ascesa impetuosa delle destre dovrebbe essere una sentenza senza appello.
P.S. Nel già citato contributo di Jessica Cugini si racconta del progresso elettorale de La Linke, balzata dal 4,9% del 2021, all’8,8% del 2025 e a vantando oggi una proiezione che tocca il 12%. Si racconta inoltre del ritorno all’antico metodo del porta a porta, andando a bussare a oltre 600mila case nelle città tedesche. Probabilmente tra le due notizie c’è un nesso. (!)
Corrado Brigo
Prima SCHEDA AGGIUNTIVA: TERRIBILI QUEGLI ANNI
La crisi politica italiana. Una immagine significativa è l’elenco dei Presidenti del Consiglio che si sono susseguiti negli ultimi vent’anni:
| Presidente del Consiglio | Entrata in carica | Fine mandato | Mesi |
|---|---|---|---|
| Romano Prodi | 17-mag-06 | 06-mag-08 | 24 |
| Silvio Berlusconi | 08-mag-08 | 16-nov-11 | 42 |
| Mario Monti | 16-nov-11 | 27-apr-13 | 17 |
| Enrico Letta | 28-apr-13 | 21-feb-14 | 10 |
| Matteo Renzi | 22-feb-14 | 12-dic-16 | 34 |
| Paolo Gentiloni | 12-dic-16 | 01-giu-18 | 18 |
| Giuseppe Conte (*) | 01-giu-18 | 13-feb-21 | 32 |
| Mario Draghi | 13-feb-21 | 22-ott-22 | 20 |
| Giorgia Meloni | 22-ott-22 | in carica | 44 |
(*) Conte è presidente due volte, con due maggioranze diverse: Conte1 da 01/07/18 a 04/09/19. Conte2 da 05/09/19 a12/02/21
Prima osservazione: TUTTI gli ex Presidenti del consiglio (escluso Berlusconi per causa di forza maggiore) attualmente sono sostenitori della guerra fino all’ultimo Ucraino. Tutti tranne Conte.
Vorrà dire qualcosa.
Se vogliamo proprio farci del male, sommiamo i mesi in cui il Paese è stato governato da Presidenti di centro-destra, o Presidenti tecnici, o Presidenti esponenti convinti della destra interna al PD. Cioè i periodi in cui sono state prese le misure più sfavorevoli ai ceti popolari; per Carità di Patria togliamo, i 24 mesi del governo Prodi e i 17 mesi del Conte2.
Totale: 200 mesi a 41.
Durante gli stessi vent’anni, i segretari del PD furono i seguenti:
| Segretario | Dal | Al | Mesi |
|---|---|---|---|
| Walter Veltroni | 27/10/2007 | 21/02/2009 | 16 |
| Dario Franceschini | 21/02/2009 | 07/11/2009 | 8 |
| Pier Luigi Bersani | 07/11/2009 | 11/05/2013 | 42 |
| Guglielmo Epifani (regg.) | 11/05/2013 | 15/12/2013 | 7 |
| Matteo Renzi | 15/12/2013 | 19/02/2017 | 38 |
| Matteo Orfini (reggente) | 19/02/2017 | 07/07/2018 | 16 |
| Maurizio Martina | 07/07/2018 | 17/11/2018 | 4 |
| Nicola Zingaretti | 17/03/2019 | 14/03/2021 | 24 |
| Enrico Letta | 14/03/2021 | 12/03/2023 | 24 |
| Elly Schlein | 12/03/2023 | oggi | 40 |
Prima osservazione: TUTTI i segretari, tranne Elly Schlein, attualmente sono sostenitori della guerra fino all’ultimo ucraino. (Bersani un po’ e un po’).
L’instabilità del governo del Paese e dell’assetto interno del Partito Democratico vanno di pari passo. Sui 200 mesi presi in esame, il PD fece parte della maggioranza di governo per 140 mesi.
Non sono stati anni di solo arretramento economico e di perdita di potere dei ceti popolari.
Ci fu anche un tracollo culturale e ideologico. E anche morale.
Il manifesto ideologico della sinistra maggioritaria di quegli anni si può sintetizzare così:
i comunisti hanno perso perché avevano torto:
Non esiste mondo al di fuori dalle mura del capitalismo.
Liberismo fa rima con libertà.
La globalizzazione crea ricchezza per tutti.
Lo Stato amministra male; bisogna affidare la gestione al privato.
Chi propone interventi diretti dello Stato in economia va contro l'Europa.
Il compito del Centrosinistra è di mettersi al volante e guidare questi processi. Ineluttabili.
Marchionne è meglio della Camusso.
Tutta questa novena andava sotto il nome di “riforme” e ad esse si opponevano solo coloro che ancora tentavano di infilare il gettone nel cellulare
Voglio citare un ultimo esempio emblematico e tragico: la votazione sulla risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 intitolata “Sull'importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa” .
In questa sciagurata risoluzione, promossa dalle destre europee, voluta strenuamente dagli stessi Paesi che oggi invocano istericamente la guerra contro la Russia, è stata votata dai partiti della sinistra riformista per ottenere la legittimazione da parte dell’avversario.
In questa risoluzione si sostiene: la pari responsabilità nello scoppio della Seconda guerra mondiale della Germania nazista e della Russia Sovietica, l’equiparazione tout court di Stalinismo e Comunismo. E via vaneggiando.
Gli sciagurati votarono assieme ai peggiori arnesi della destra Europea.
Claude Junker era Presidente della Commissione e David Sassoli Presidente del Parlamento Europeo.
Se è comprensibile il revanscismo dei Paesi che hanno sofferto le angherie dell’imperialismo grande-russo (che esisteva anche prima del comunismo), fa orrore l’acquiescenza di quegli esponenti della Sinistra riformista Italiana che si erano dimenticati che, in calce al documento originale che vara la Costituzione Italiana c’è la firma di Umberto Terracini, presidente dell’assemblea costituente. Comunista.
Mentre la firma di Almirante non c’è.
Si può legittimamente sperare che quel ventennio sia definitivamente alle spalle?
C.B.
Seconda SCHEDA AGGIUNTIVA: IL CRETINISMO PARLAMENTARE
Negli anni 1994, 1996, 2004, 2006, alle elezioni politiche italiane si presentò ininterrottamente Rifondazione Comunista, diretta da Fausto Bertinotti, ottenendo risultati tra il 5% e l’8% e centrando ogni volta il risultato di essere rappresentata in Parlamento
Dopo la crisi di Rifondazione, i risultati elettorali della Sinistra Radicale, nelle sue più variegate espressioni, furono quelli riportati nella tabella seguente:
| Anno | Elezione | Lista | % voti | Personalità | Componenti principali | Esito |
|---|---|---|---|---|---|---|
| 2008 | Politiche | Sinistra Arcobaleno | 3,08% | Bertinotti | Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi, Sinistra Democratica. | NO |
| 2008 | “ | Sinistra Critica | 0,46% | Turigliatto | Area trotzkista uscita da Rif. Comunista. | NO |
| 2008 | “ | Partito Comunista dei Lavor. | 0,57% | Ferrando | Organizzazione comunista rivoluzionaria trotzkista. | NO |
| 2013 | Politiche | Sinistra Ecologia Libertà | 3,20% | Vendola | Erede di parte di Rifondazione | SI |
| 2013 | “. | Rivoluzione Civile | 2,25% | Ingroia | Rifondazione Comunista, PdCI, Verdi, IdV e movimenti civici. | NO |
| 2013 | “. | Partito Alternativa Comunista | 0,13% | Ricci | Formazione trotzkista legata alla Quarta Internazionale. | NO |
| 2014 | Europee | L'Altra Europa Tsipras | 4,03% | Spinelli Ovadia | SEL+PRC+Associazioni | SI |
| 2014 | “. | Partito Com. Lavoratori | 0,26% | Ferrando | NO | |
| 2018 | Politiche | Liberi e Uguali | 3,40% | Bersani | Art.1 + Possibile+ Sinistra Italiana (Fratoianni) | Si |
| 2018 | “. | Potere al Popolo! | 1,13% | Viola Carofalo | Potere al Popolo, Rifondazione Comunista. | NO |
| 2018 | “. | Partito Comunista | 0,32% | Marco Rizzo | Partito Comunista fondato dopo la scissione dal PdCI. | NO |
| 2018 | “. | Per una Sinistra Rivoluzionaria | 0,08 | area marxista rivoluzionaria | Lista promossa da organizzazioni minori. | NO |
| 2019 | Europee | La Sinistra | 1,74% | Fratoianni Forenza | Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista, L'Altra Europa. Rimase sotto il 4%. | NO |
| 2019 | “. | Partito Comunista | 0,88% | Marco Rizzo | NO | |
| 2019 | “. | Europa Verde | 2,32% | Bonelli, Civati | Federazione dei Verdi + Possibile | NO |
| 2022 | Politiche | AVS | 3,60% | Fratoianni Bonelli | Alleanza Verdi e Sinistra Italiana | SI |
| 2022 | “. | Unione Popolare | 1,43% | Luigi de Magistris | Potere al Popolo, Rifondazione Comunista, DEMA, ManifestA. | NO |
| 2024 | Europee | AVS | 6,80% | Fratoianni Bonelli | Alleanza Verdi e Sinistra Italiana | Si |
| 2024 | “ | Pace Terra Dignità | 2,20% | Michele Santoro | Lista pacifista e di sinistra contraria all'invio di armi in Ucraina; | NO |
Osservando la tabella riportata sopra, sinceramente cadono le braccia. In questi quasi vent’anni di convulsioni, divisioni e riunificazioni, la Sinistra Radicale ha dato di sé una rappresentazione sconcertante.
Perché tentare l’avventura elettorale, nonostante le probabilità pressoché nulle di portare qualcuno in Parlamento? Non è mica obbligatorio presentarsi alle elezioni ! Quello parlamentare è solo UNO dei terreni in cui si giocano i rapporti di forza tra Progresso e Reazione. E questo dovrebbe essere particolarmente chiaro proprio dalle parti della sinistra radicale.
La partecipazione al voto è ormai un fenomeno minoritario; il Parlamento è stato svuotato progressivamente di poteri e autorevolezza. La competizione elettorale è sempre più una rissa mediatica e il luogo privilegiato per la manipolazione. Esistono organizzazioni forti e radicate che non si presentano alle elezioni. Eppure è regola fissa che a sinistra del PD ci siano almeno due formazioni elettorali.
Quindi, appena un magistrato, o un presentatore televisivo, o un docente universitario, presume di essere un leader, è tentato dall’avventura elettorale.
Meglio in una barca a remi, ma comandante, che nostromo in un transatlantico.
La tabella esposta sopra è il risultato.
(….vanitas vanitatum…..)
C.B.
Ragionando pacatamente di immigrazione
Nota 5 del 9 luglio 2026 · di Carlo Melegari
«L’integrazione degli immigrati è fallita»
Ecco un altro mito da smontare!
Uno dei luoghi comuni più ricorrenti nell’opinione pubblica di destra è che pensare all’integrazione degli immigrati sia pura ingenuità da buonisti. Ci sarebbero continui riscontri che, tranne eccezioni, in generale gli immigrati rimangono estranei alla società di arrivo, tendono a vivere in comunità separate, condividono poco o per nulla i valori del paese ospitante e trasmettono questa distanza anche ai loro figli.
Secondo De Haas e gli altri sociologi (Ambrosini, Campomori, Allievi) cui invito ancora una volta a fare riferimento, questa narrazione è superficiale e fuorviante. Non perché l’integrazione sia sempre facile o completa, ma perché i dati - come li riporta la letteratura sociologica più accreditata - mostrano che, nel medio e lungo periodo, nella stragrande maggioranza dei casi, gli immigrati tendono a sentirsi inclusi e ad essere considerati integrati. Il problema nasce dal fatto che l’opinione pubblica meno istruita e più manipolabile spesso immagina l’integrazione come un evento rapido e totale, mentre si tratta di un processo graduale che richiede tempo e che coinvolge più generazioni.
Cosa si intende per «integrazione»
In sociologia delle migrazioni il termine «integrazione» non va affatto confuso con il termine «assimilazione». Non significa che gli immigrati debbano abbandonare ogni tratto della propria cultura d’origine. Una persona può mantenere lingua, tradizioni o religione e al tempo stesso partecipare pienamente alla vita economica, sociale e politica del paese in cui vive.
L’integrazione riguarda diversi ambiti del processo che dovrebbe portare il prima possibile a riconoscersi inclusi con pari dignità, pari diritti, pari doveri e pari opportunità nella società di immigrazione:
il lavoro, il reddito, la salute, la casa;
la conoscenza della lingua, l’istruzione;
la partecipazione civica e politica;
le relazioni sociali con la popolazione autoctona;
il senso di appartenenza dato dall’essere riconosciuti come «nuovi cittadini».
Poiché questi aspetti non procedono tutti alla stessa velocità, è sbagliato giudicare l’integrazione sulla base di un unico indicatore di legittima aspettativa delusa.
Perché si parla continuamente di «fallimento dell’integrazione»
Secondo De Haas, la percezione del «fallimento dell’integrazione» deriva da vari fattori.
Anzitutto, le migrazioni sono diventate più visibili. In molte città europee la presenza di persone provenienti da paesi diversi è ormai parte della vita quotidiana. Questa maggiore visibilità viene spesso interpretata come una prova di separazione, mentre è semplicemente il risultato di società più diversificate.
In secondo luogo, i media e la politica tendono a concentrarsi sui casi problematici: criminalità, radicalizzazione, tensioni etniche o religiose. Poiché questi episodi ricevono enorme attenzione, finiscono per rappresentare nell’immaginario collettivo l’intera popolazione immigrata.
Infine, esiste una tendenza a spostare continuamente l’asticella delle aspettative. Quando un gruppo raggiunge determinati livelli di integrazione economica o linguistica, emergono nuovi criteri per sostenere che l’integrazione non è ancora avvenuta.
Esempi significativi di «integrazione» ci sono
Dalla ricerca sociologica emergono numerose evidenze empiriche che mostrano come in Europa, in Italia e anche a Verona, nonostante le apparenze dovute all’enfatizzazione strumentale di alcuni fatti negativi, l’integrazione sia un processo in atto, in gran parte positivo, nel suo complesso niente affatto fallimentare.
I figli degli immigrati raggiungono spesso livelli di istruzione che ai loro genitori non era stato concesso di raggiungere nei rispettivi paesi di origine. La conoscenza della lingua del paese ospitante aumenta rapidamente nelle seconde generazioni. I matrimoni misti diventano più frequenti. Cresce la partecipazione al mercato del lavoro, alle associazioni, ai sindacati e alle istituzioni politiche.
Molti immigrati sviluppano identità multiple: possono sentirsi contemporaneamente marocchini e italiani, turchi e tedeschi, indiani e britannici. Questa pluralità non è un segno di mancata integrazione, ma una caratteristica normale delle società moderne.
L’integrazione, dunque, non consiste nel sostituire un’identità con un’altra, bensì nel costruire appartenenze che possono convivere.
Non mancano difficoltà reali
I sociologi delle migrazioni non negano che esistano problemi.
Da numerose ricerche risulta che, soprattutto nelle prime fasi dell’immigrazione, non pochi sono i migranti che incontrano ostacoli significativi nell’inclusione. Persistono fenomeni di discriminazione e segregazione residenziale. In certi quartieri vediamo concentrarsi povertà e svantaggio sociale.
Tuttavia questi problemi non derivano dall’immigrazione in quanto tale. Spesso sono collegati a fattori economici e sociali più ampi: disuguaglianze, crisi del mercato del lavoro, sistemi scolastici inefficienti o discriminazioni istituzionali.
Attribuire tali difficoltà a presunte caratteristiche culturali degli immigrati (caratteristiche che li renderebbero incapaci di integrazione) porta quindi a diagnosi sbagliate e a politiche inefficaci.
Il ruolo della società ospitante
Quello di cui una certa opinione pubblica ostile all’immigrazione non vuole tener conto è che l’integrazione non dipende soltanto dagli immigrati.
Anche la società di accoglienza svolge un ruolo decisivo. Le opportunità offerte dal sistema educativo, dal mercato del lavoro e dalle istituzioni influenzano profondamente i percorsi di integrazione.
Quando una società garantisce accesso all’istruzione, mobilità sociale e pari diritti, l’integrazione tende ad avanzare più rapidamente. Quando invece prevalgono esclusione e discriminazione, il processo diventa più difficile.
A conclusione di questa nota…..
...si può ragionevolmente sostenere che il presunto «fallimento dell’integrazione» rappresenta soprattutto una assai discutibile, spesso faziosa, narrazione politica e mediatica, non una descrizione accurata della realtà.
L’integrazione è un processo lento, imperfetto e mai completamente concluso, ma le prove storiche mostrano che la maggioranza degli immigrati e dei loro discendenti entra progressivamente a far parte, a pieno titolo e con vantaggi reciproci, delle società di destinazione.
L’errore più comune consiste nel confrontare gli immigrati appena arrivati con la popolazione autoctona stabilita da generazioni, aspettandosi risultati immediati. Se invece si osservano i cambiamenti nel corso del tempo e tra le generazioni, emerge un quadro molto diverso: non un fallimento generale, bensì un processo di adattamento reciproco che, pur con difficoltà e conflitti, tende normalmente a produrre positivamente integrazione sociale, economica e culturale. La storica emigrazione italiana (e veneta in particolare) - per chi l’ha studiata seriamente - ne è un classico esempio da manuale.
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https://www.cestim.it/sezioni/dati_statistici/italia/verona/2026-03-13-ALBERTINI_migranti_e_immigrati_nel_mondo.pdf.pdf
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Carlo Melegari
Armi di discussione di massa
MANIFESTAZIONE A NAPOLI DEL CAMPO LARGO
di Guido Piccoli
Abito nella bella piazza del Gesù, nel cuore di una Napoli invasa da un turismo incontrollato. Prevedo che quanto è accaduto l’8 luglio rappresenti una svolta nella storia di quel che si chiama “sinistra”. Cos’è accaduto? Niente di eccezionale o imprevedibile, ma quel poco che racconterò è bastato per scuotere la mediocrità della cosiddetta sinistra italiana, anche se ne vedo proprio poca che abbia legittimità di considerarsi tale. Per la prima volta si presentano insieme pubblicamente i quattro leader dei partiti che compongono il Campo Largo.
Dove lo fanno? In una piazza abbastanza piccola e oltretutto dimezzata dal recinto che circonda l’obelisco centrale per un lavoro di messa in sicurezza che solo adesso, dopo quasi un anno, vede il suo inizio. E lo fanno da un palco con uno striscione rosso che ricorda il tema del lavoro. Quante persone si radunano? Al massimo due-trecento. Tra loro una cinquantina di disoccupati aderenti al gruppo 7 novembre che da anni sono presi in giro dal Comune di Napoli (con varie promesse d’occupazione).
Da mesi questi disoccupati manifestano, bloccando strade, occupando sedi istituzionali e anche luoghi religiosi come il Duomo. E non perdono ovviamente l’occasione di farlo a piazza del Gesù, gridando “lavoro, lavoro” sotto il palco. A questi si aggiungono una decina di militanti di Potere al Popolo con le loro bandiere.
Sconcerto dei rappresentanti del Campo Largo, funzionari e soprattutto i leader. La contestazione dura un quarto d’ora. Molti tra i seguaci del Campo Largo, anche alcuni di AVS, rivolgono loro accuse di squadrismo e di fare il gioco della destra. Dietro il palco conversazioni soprattutto tra Conte e Fratoianni e i disoccupati e alcuni militanti di Potere al Popolo. I disoccupati chiedono di parlare dal palco. Gli si risponde che è impossibile. Alla fine i disoccupati se ne vanno e iniziano i comizi.
Mio commento: la mancata previsione della contestazione da parte degli organizzatori è l’ennesima dimostrazione della lontananza dalla realtà napoletana e non solo napoletana. Così come non avevano previsto la vittoria del No al referendum sulla giustizia. Tale e quale. Altro commento: arrivano i 4 leader del Campo Largo e si mobilitano, in una città e in una regione amministrate da decenni, due-trecento simpatizzanti.
Cominciati i comizi emerge un altro problema. Anche questo più che prevedibile. Dal palco Conte accenna al tema più divisivo dello schieramento, cioè il riarmo voluto da Bruxelles e il giudizio sulla guerra in Ucraina e sulla Russia e la russofobia. Apriti cielo. L’imbarazzo è palese. La Schlein da una parte, Conte dall’altra e la coppia AVS-sinistra italiana nel mezzo, a tentare di mediare. I giornali amplificano tutto, dalla contestazione alle divisioni interne.
Il punto di attrito più importante dello schieramento ha implicazioni non solo nazionali, ma anche locali. Il Pd e 5stelle amministrano insieme comune e regione, creando un inevitabile imbarazzo al governatore Roberto Fico, visto la sua incespicante subordinazione alla frenesia privatizzatrice imposta dal sindaco Gaetano Manfredi, che proprio in questi giorni sta trasformando l’azienda dell’acqua, ABC, in una società per azioni ( prima tappa verso la privatizzazione) e gestisce i lavori per l’America’s Cup, con una falsa bonifica di Bagnoli e del litorale flegreo, fatta per il gaudio di privati come Caltagirone (come ha ben dimostrato un’inchiesta recente di Report).
La pochezza dell’evento di piazza del Gesù rivela la pochezza del Campo Largo, destinata a manifestarsi sempre più chiaramente.
Da qui la mia domanda: come potrebbe mai questo schieramento contrastare e vincere la destra? Obiettivo più che importante, quasi decisivo, visto che la Meloni & c. vogliono assestare un colpo mortale a quel poco che resta, più enunciato che attuato, della Carta costituzionale e a quel poco che resta più enunciato che attuato della democrazia italiana. Ripeto. Questo mediocre e diviso schieramento ce la potrebbe fare e poi, ammettendo una vittoria, agirebbe in maniera diversa sui grandi temi, come le guerre e i genocidi, il riarmo, le disparità sociali, i diritti dei lavoratori, le libertà di espressione e molto altro ancora? Finora, a distinguere i due schieramenti, sono due, tre temi (come, è quasi una battuta anche se vera, l’insegnamento del sesso nelle scuole), per il resto è solo una questione di forma. Faccio un solo esempio. Tra un Salvini e un Minniti c’è stata una differenza sostanziale nel trattamento dei migranti? Io non la vedo.
Arrivo alle conclusioni. Sui grandi temi, nella sostanza, a Roma e soprattutto a Bruxelles, il Pd ha votato quasi sempre più insieme con Forza Italia che con quanto promesso dalla Schlein o con i suoi alleati. A cominciare proprio dalla guerra in Ucraina e da tutte le sue conseguenze, economiche come il gas russo, o culturali, come la questione Olimpiadi o Mostra di Venezia.
A me viene da dire: ma perché il Pd, o una sua parte non genera uno schieramento di centro, con chi gli è più affine, appunto Forza Italia? Mi auguro che ciò succeda e che i 5stelle abbandonino il loro balbettio e siano finalmente conseguenti, così come i mediocri appartenenti a Avs-sinistra italiana. Credo che invece di preoccuparsi di piccoli insetti, come Renzi e Calenda che nulla valgono anche nelle urne, ci sia una grande parte del paese che aderirebbe ad uno schieramento di sinistra, di una sinistra ovviamente diversa perché l’Italia e il mondo sono cambiati e molto da quando c’era il Pci e una Cgil forte e decisa contro i padroni.
L’imprevista vittoria del No al referendum l’ha dimostrato, sebbene la speranza non sia di facile e rapida attuazione, Il no al referendum avrebbe potuto essere una lezione per il Campo Largo, ma la lezione è stata subito dimenticata da uno schieramento rimasto invece attaccato a una penosa superficialità fatta di moderatismo, all’insegna di poltrone e poltroncine.
In vista delle prossime elezioni politiche e amministrative, io mi darò da fare, ad esempio qua a Napoli aiutando de Magistris e a livello nazionale cercando di collaborare all’unità di varie forze minoritarie (oltre a Potere al Popolo, ci sono movimenti come Agorà o come Schierarsi di un Di Battista, che avrebbe poco di sinistra, ma che comunque sulle questioni centrali, come guerre e genocidi, lo è molte volte di più del Pd). Se ciò non accadesse, non disperderò il voto. Ora come ora lo darei, obtorto collo, ai 5 stelle con tutti i loro limiti e contraddizioni. Ritenendo il Pd & soci quanto di più lontano da quello che ho pensato da quando ho iniziato a fare politica.
Guido Piccoli
PERCHE’ LE LISTE D’ATTESA SONO DIVENTATTE COSI’ LUNGHE?
di Luca Salvi
Una persona ha bisogno di una visita medica specialistica. Il primo appuntamento disponibile con il Servizio Sanitario può essere fra sei mesi, un anno o, in alcune realtà, perfino due anni. La stessa visita, a pagamento, può invece essere effettuata nel giro di pochi giorni. È comprensibile che una situazione del genere susciti indignazione. Il primo pensiero è inevitabile: i ricchi si curano subito, i poveri aspettano.
È un interrogativo che interpella il senso di equità del nostro sistema sanitario. In realtà il problema è molto più complesso. Certamente esiste il rischio di una progressiva privatizzazione della sanità, e questo merita una riflessione seria. Tuttavia, lo scandalo non consiste semplicemente nel fatto che chi paga venga visitato prima. È del tutto legittimo che un professionista, al termine del proprio orario di servizio, possa dedicare una parte del suo tempo all'attività libero-professionale, ricevendo un compenso aggiuntivo. Questo, di per sé, non è immorale.
La vera domanda che dovremmo porci è un'altra: perché le liste d'attesa del servizio pubblico sono diventate così lunghe? Le cause sono molteplici.
Una parte del problema riguarda l'appropriatezza nell'utilizzo delle risorse. In alcuni casi vengono prescritti esami, visite o controlli che, alla luce delle evidenze scientifiche e del contesto clinico, potrebbero non modificare in modo significativo il percorso diagnostico-terapeutico. Altre volte sono gli stessi pazienti a richiedere accertamenti non realmente necessari, spesso mossi dalla paura o dal desiderio di una rassicurazione assoluta, che in medicina purtroppo non esiste.
A questo si aggiunge il crescente contenzioso medico-legale, che favorisce il ricorso alla cosiddetta medicina difensiva e contribuisce inevitabilmente ad aumentare il numero delle prescrizioni.
Naturalmente esiste anche un problema di carenza di personale, pensionamenti, difficoltà organizzative e una popolazione sempre più anziana, con un numero crescente di patologie croniche.
In questo contesto è giusto riconoscere il grande impegno dei professionisti del Servizio Sanitario Nazionale, che ogni giorno lavorano con dedizione nonostante condizioni spesso difficili.
E poi c'è un grande assente nel dibattito pubblico: la prevenzione. L'Italia continua a investire molto più nella cura che nella prevenzione. Eppure ogni malattia evitata significa meno sofferenza per il paziente e meno pressione sugli ospedali e sugli ambulatori. Promuovere stili di vita sani, investire nell'educazione sanitaria, negli screening e nella diagnosi precoce non rappresenta una spesa, ma uno degli investimenti più efficaci e sostenibili che un Paese possa compiere.
Per questo sarebbe riduttivo limitarsi a contrapporre sanità pubblica e sanità privata. La vera sfida è far funzionare meglio l'intero sistema sanitario: utilizzare in modo appropriato le risorse disponibili, investire nella prevenzione, sostenere i professionisti, responsabilizzare cittadini e istituzioni e garantire finanziamenti adeguati.
Solo così sarà possibile ridurre le liste d'attesa senza alimentare una sterile guerra ideologica tra pubblico e privato, restituendo ai cittadini ciò che tutti desideriamo: cure tempestive, appropriate, di qualità e accessibili a tutti.
Dr. Luca Salvi
Verona
La Cassetta degli Attrezzi
Debito e risparmio globale nell'economia finanziarizzata
2^ parte Il debito – Le origini e il contesto storico in cui matura la crisi del 2008
di Alberto Giuliani
Come annunciato nel fascicolo 6 iniziamo da oggi ad esaminare la crisi esplosa tra il 2007 e il 2009, crisi innescata dallo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti. Una crisi locale, americana, che si propagò contagiando, con diversi gradi di intensità, l’intera economia mondiale, modificandone strutturalmente gli assetti.
Prima di entrare nella descrizione dei complessi meccanismi, attraverso i quali con una complicata quanto fantasiosa architettura finanziaria, si è prodotto il gonfiaggio della enorme bolla immobiliare con le successive pesanti conseguenze economiche, ritengo indispensabile, allo scopo di una più precisa comprensione del fenomeno, esaminare, sia pur sommariamente, il contesto storico e geopolitico in cui la crisi si è generata.
Innanzitutto esaminiamo un aspetto interessante relativo alle conseguenze della crisi del 2008: “la socializzazione delle perdite” cioè il travaso dal debito privato al debito pubblico.
Il debito privato: un boom preesistente, poi la grande contrazione
La crisi del 2008 ha interrotto brutalmente un ciclo trentennale di espansione del debito privato e forzato una repentina riduzione di tale debito.
Il debito delle famiglie americane era cresciuto da $705 miliardi nel 1974 (60% del reddito disponibile) a $7.400 miliardi nel 2000, fino a raggiungere $14.500 miliardi nella metà del 2008 — pari al 134% del reddito disponibile. [Wikipedia]
Questo era il debito accumulato prima della crisi.
Dopo il crollo, si apre invece un lungo periodo di contrazione. Il "Grande Deleveraging", avvenuto tra il 2008 e il 2013 fu storicamente senza precedenti: a partire dal quarto trimestre del 2008, il debito privato calò per nove trimestri consecutivi. Nei 63 anni precedenti (255 trimestri), il debito non era mai sceso in termini nominali per trimestri consecutivi. [Federal Reserve Bank of New York]
Il debito delle famiglie scese da un picco di quasi il 100% del PIL al momento della Grande Recessione a circa il 76% del PIL negli anni successivi. [St. Louis Fed]
Quindi prima della crisi — fase esuberante — il debito privato sosteneva i consumi; dopo la crisi, le famiglie smisero di spendere per ripagare i debiti, il che aggravò la contrazione economica.
Il debito sovrano: il trasferimento di perdite private sul pubblico
La socializzazione del debito privato verso quello pubblico è stata massiccia e si può quantificare.
Il punto di partenza (2007-2008): nel 2007, il debito pubblico americano era al 78% del PIL. [US Government Spending]
Il salto post-crisi: tra il 2008 e il 2010, il debito pubblico crebbe a un ritmo del 15% annuo circa, mentre il governo federale interveniva a sostegno dell'economia durante la crisi finanziaria globale. [Deloitte Insights]
I canali del trasferimento: il CBO (Uffico di Bilancio del Congresso americano) nel 2009 identificò le cause del deficit schizzato a $1.410 miliardi (contro $460 miliardi nel 2008): calo delle entrate fiscali di $320 miliardi per effetto della recessione, più $100 miliardi di tagli fiscali dello “stimulus bill”; $245 miliardi per il programma TARP di salvataggio bancario; $100 miliardi di spesa aggiuntiva per l'ARRA (“legge americana per la ripresa e il reinvestimento); e altri $185 miliardi per aumenti delle spese primarie (Medicare, Medicaid, sussidi di disoccupazione). Fu il deficit più alto in rapporto al PIL (9,9%) dal 1945. [Wikipedia]
L'effetto sul debito pubblico totale: il debito governativo raggiunse il 101% del PIL nel 2009, rispetto al 78% del 2007. [US Government Spending]
Il debito pubblico americano totale salì di circa $12.000 miliardi nel decennio 2008–2018, quasi raddoppiando rispetto ai livelli del 2008. [University of New Hampshire]
Il quadro sintetico
| Indicatore | Pre-crisi (2007) | Post-crisi (2009-2013) |
|---|---|---|
| Debito famiglie / PIL | ~100% | calo a ~76% |
| Debito pubblico / PIL | ~64% | salto a ~100% |
| Debito totale domestico / PIL | ~370% (picco) | stabilizzazione ~330% |
La caduta del debito delle famiglie fu guidata principalmente dal crollo del debito ipotecario seguìto al tracollo immobiliare, mentre il balzo del debito pubblico fu in parte trainato dai grandi pacchetti di stimolo fiscale dispiegati per combattere la Grande Recessione. [St. Louis Fed]
In termini gramsciani, potremmo dire che il momento della crisi realizzò una “trasformazione egemonica” della struttura del debito: le perdite del capitale finanziario furono "universalizzate" attraverso il bilancio pubblico, mentre i costi della riduzione del debito privato ricaddero sui salari e sui servizi sociali, il terreno dell'austerità che seguì.
Richiamo l’attenzione su questi dati e su questo passaggio. Abbiamo infatti una prima prova empirica del fatto che l’esplosione del debito pubblico non è stata originata, come da narrazione liberista, dall’eccesso della spesa sociale (per altro esigua negli USA) ma, come meglio vedremo più avanti, dall’impiego disinvolto e senza limiti del denaro pubblico per salvare banche e finanza dai disastri dalle stesse provocati.
Passiamo ora ad esaminare, molto sommariamente, i vari passaggi storici che hanno prodotto la realtà di un’economia globale sempre più finanziarizzata e le annesse, ricorrenti crisi finanziarie, fra cui quella del 2008 è stata forse la più grave e rilevante.
Il debito privato esplode a partire dagli anni 80 spinto dalla compressione dei salari, dalle delocalizzazioni industriali prodotte dalla globalizzazione, dalla deregolamentazione dei flussi finanziari e infine (negli USA) dai mutui subprime.
Proviamo a ricostruire una sequenza causale, nel corso dei vari momenti storici, aggiungendo alcune mediazioni strutturali che la rendano più robusta.
La sequenza lunga (1974–2008)
Negli USA
Anni '70 — la rottura del compromesso fordista
Il punto d'avvio è la crisi di redditività del capitalismo industriale americano a metà anni '70. La risposta del capitale è duplice: compressione salariale e ristrutturazione produttiva. La compressione salariale sistematica inizia qui — la produttività continua a crescere, ma i salari reali si disancòrano da essa (decoupling) perdendo valore e potere d’acquisto, una forbice che si allarga progressivamente.
Anni '80 — la "soluzione finanziaria"
La politica reaganiana non è solo ideologica. Ha una funzione strutturale precisa: de-regolamentazione finanziaria + repressione sindacale (Volcker-shock prima, con
l’innalzamento record dei tassi di interesse della Fed fino alla cifra del 20%, rottura degli scioperi poi) + tagli fiscali che favoriscono l'accumulo di capitale.
In questo contesto, il credito al consumo diventa il surrogato funzionale del salario. Le famiglie mantengono i livelli di consumo non attraverso redditi crescenti, ma attraverso debito crescente. È la tesi centrale anche di economisti mainstream come Mian e Sufi (House of Debt) e, in forma diversa, di Rajan (Fault Lines).
Anni '90 — avvio della “globalizzazione” e delle delocalizzazioni industriali come acceleratore
Il NAFTA (Accordo Commerciale di libero scambio nordamericano del1994) e poi l'ingresso della Cina nel WTO (2001) intensificano la pressione sui salari industriali americani. La manifattura si svuota — il "Rust Belt" (la deindustrializzazione negli USA) si consolida come fenomeno strutturale. Due effetti simultanei: (1) ulteriore compressione salariale per i lavoratori non qualificati; (2) enorme afflusso di capitali dalla Cina e dai paesi esportatori verso i Treasuries (titoli del Tesoro USA) e i mercati finanziari americani — il "global saving glut" di Bernanke (sarebbe l’eccesso di risparmio globale, una situazione macro-economica in cui la somma dei risparmi globali supera la quantità di investimenti desiderati) — che deprime i tassi d'interesse e alimenta la propensione all'indebitamento. In altre parole, il debito pubblico americano (grazie anche al signoraggio del dollaro e alle politiche dei tassi di interesse della Fed) viene sostenuto dal risparmio globale.
Anni 2000 — i mutui subprime come stadio finale
Con i tassi bassi e il mercato immobiliare in ascesa, il credito ipotecario diventa lo strumento privilegiato per estendere il consumo a debito anche alle fasce più fragili. Ma qui la causalità si inverte parzialmente: non sono solo le famiglie che chiedono credito per compensare salari stagnanti — sono le banche che spingono credito perché la cartolarizzazione (MBS/CDO) consente di trasferire il rischio fuori dal bilancio. L'offerta di credito diventa essa stessa forza propulsiva, non solo risposta alla domanda.
Una precisazione teorica importante
Lo schema qui delineato: compressione salariale →debito come surrogato →crisi, corrisponde alla lettura di economisti come Rajan e in parte di Foster e Magdoff (The Great Financial Crisis). Ma va integrato con una componente che Marx (III° libro del Capitale) chiama “capitale fittizio”: il debito non è solo compensazione del salario mancante, ma genera esso stesso dinamiche di accumulazione autonome. La finanza non è solo "soluzione" alla crisi di profitto industriale — diventa essa stessa un settore di estrazione di surplus, con le proprie contraddizioni interne.
La linea interpretativa completa è allora:
crisi di redditività industriale → compressione salariale → debito come surrogato salariale → de-regolamentazione finanziaria → autonomizzazione della finanza → cartolarizzazione come amplificatore → bolla immobiliare come stadio terminale → socializzazione delle perdite sul debito pubblico
Ogni passaggio ha una logica, ma nessuno è puramente meccanico — ci sono decisioni politiche in ogni snodo: dalla rottura con i sindacati al Gramm-Leach-Bliley del 1999 che abolisce il Glass-Steagall, alla scelta di Greenspan di non regolare i derivati. (Approfondiremo più avanti gli aspetti specifici delle leggi qui citate)
Esaminiamo ora i dati relativi alla compressione dei salari dagli anni 80 al 2007
Il dato strutturale: il divario produttività-salari
Il fenomeno centrale è il wage decoupling (il disancoraggio dei salari dalla produttività) che inizia precisamente intorno al 1979.
Tra il 1979 e il 2019, la produttività netta crebbe del 59,7% mentre la retribuzione del lavoratore mediano crebbe solo del 15,8% — una divergenza di 43,9 punti percentuali, guidata dalla crescita della disuguaglianza. [Economic Policy Institute]
In sostanza, solo circa il 15% della crescita di produttività tra il 1973 e il 2014 si tradusse in salari orari e benefit più alti per il lavoratore americano tipico. Dal 2000 in poi, il divario tra produttività e retribuzione è cresciuto ancora più rapidamente. [Economic Policy Institute]
I dati periodo per periodo
La crescita reale dei salari orari per i lavoratori produttivi fu negativa negli anni '80
(–0,37% annuo), risalì debolmente negli anni '90 (0,71% annuo, trainata dal solo boom di fine decennio), e tornò quasi a zero nel periodo 2001–2007 (0,31% annuo). [Brookings]
Nell'intero periodo 1979–2013, i salari orari dei lavoratori a reddito mediano furono praticamente stagnanti, crescendo solo del 6% in 34 anni — meno dello 0,2% annuo. Questa crescita, peraltro, avvenne quasi interamente negli anni '90 quando il mercato del lavoro si strinse abbastanza. I salari dei lavoratori a basso reddito andarono anche peggio, scendendo del 5% tra il 1979 e il 2013. [Economic Policy Institute]
Il ruolo della destrutturazione sindacale
Il numero di lavoratori americani coperti da contratto collettivo dal 25,7% nel 1980 è sceso all'11,2% nel 2025. I lavoratori un tempo protetti dai sindacati guadagnano oggi salari mediani più bassi nonostante i guadagni di produttività. [Clockify]
La quota del lavoro sul reddito nazionale
La quota del lavoro sul reddito d'impresa scese dall'82,4% nel 2000 al 77,9% nel 2007 — equivalente, in termini pratici, a un taglio salariale medio dell'8,4% per ogni lavoratore dipendente. [Economic Policy Institute]
Sintesi visiva
Il grafico illustra la forbice: la produttività cresce costantemente, il salario mediano reale resta quasi piatto per tre decenni.
La lettura interpretativa
Questi dati confermano la tesi strutturale in modo preciso. Il wage decoupling non è un accidente statistico ma il risultato di precisi rapporti di forza:
- Anni '80: attacco diretto al sindacato (Reaganism), salari reali negativi
- Anni '90: lieve recupero solo nel periodo di piena occupazione (1997–2000), poi immediata ricaduta
- Anni 2000: il credito — mutui, carte di credito, HELOC (Home Equity Line of Credit è una linea di credito rotativa garantita dal valore della tua casa. Funziona in modo simile a una carta di credito, ma utilizza il patrimonio immobiliare, cioè la la differenza tra il valore reale di mercato dell’immobile, e il tuo mutuo residuo) — diventa il meccanismo che permette alle famiglie di mantenere consumi crescenti nonostante salari piatti. È la "privatizzazione del welfare" attraverso il debito che Rajan chiama la "fault line" centrale del capitalismo americano
Il punto teoricamente più importante: l'E.P.I. definisce questo fenomeno ormai "wage suppression" piuttosto che semplice "wage stagnation" — perché non si tratta di un rallentamento spontaneo ma del risultato diretto di scelte di politica economica a favore dei detentori di capitale. [Economic Policy Institute] Una terminologia che richiama esplicitamente la categoria marxiana di estrazione di plusvalore relativo attraverso la compressione del valore della forza lavoro.
Questo fenomeno non riguardo' solo gli Usa. Se in America entra in crisi il modello fordista, in Europa entra in crisi il modello socialdemocratico-keynesiano con l'affermarsi, a livello politico, delle forze neo liberiste (Thatcher in Gran Bretagna per esempio). E’ un fenomeno strutturale occidentale, non solo americano. Ma con differenze nazionali significative che vale la pena mappare con dati.
In Europa e nel resto dell’Occidente
Il dato comune: la compressione salariale è un fenomeno OCSE
In media tra 24 paesi OCSE si registra un “wage decoupling” significativo tra salario reale mediano e produttività. Tuttavia ci sono grandi differenze fra i vari paesi: nei paesi con crescita di produttività superiore alla media (Corea, Polonia, Slovacchia) i salari reali mediani sono cresciuti bene nonostante il “decoupling”. Dove invece la crescita di produttività era nella media o sotto — come in Canada, Giappone e Stati Uniti — il “decoupling” si è tradotto in quasi-stagnazione dei salari reali. [Wikipedia]
Il fenomeno dunque non è identico ovunque, ma il vettore di fondo — riduzione del potere contrattuale del lavoro, erosione sindacale, liberalizzazione dei mercati — è comune all'intero blocco occidentale.
Gran Bretagna: il caso più radicale
La Thatcher rappresenta l'applicazione più brutale e ideologicamente consapevole di questo programma.
Le famiglie del decile più povero videro i loro redditi scendere in media durante gli anni Thatcher. Il debito delle famiglie britanniche crebbe significativamente durante gli anni '80 e '90, mentre molti nuclei ricorsero al credito per compensare il deficit di reddito. [Oxford Academic]
La repressione anti-sindacale è decisiva: la quota del lavoro sul PIL britannico scese dalla metà degli anni '70 fino al 1997, esattamente il periodo di egemonia conservatrice. [Economics Help]
Germania: la via socialdemocratica alla compressione salariale
Il caso tedesco è teoricamente molto interessante perché la compressione salariale avviene dentro un quadro formalmente socialdemocratico, attraverso la concertazione e poi le riforme Hartz (Peter Hartz era allora il super consulente del cancelliere Schroeder).
La moderazione salariale tedesca iniziò nel 1995, non con le riforme Hartz del 2004. Fu principalmente una conseguenza dell'alto tasso di disoccupazione, della globalizzazione e della minaccia di delocalizzazione da parte delle imprese. [Centre for European Reform]
La moderazione salariale tedesca ebbe costi propri, per i lavoratori tedeschi ma anche per l'Europa: salari più bassi significarono consumi e importazioni più basse in Germania. Di conseguenza la Germania iniziò a esportare capitali — capitali che contribuirono a costruire bolle immobiliari e debitorie altrove, che poi scoppiarono causando la crisi. [Centre for European Reform]
Questo è un punto teoricamente cruciale: la Germania esercitò di fatto una politica di beggar-thy-neighbour (impoverisci il tuo vicino) salariale all'interno dell'Eurozona, esportando deflazione salariale verso la periferia.
La combinazione di salari calanti e occupazione crescente in Germania avvantaggiò i detentori di capitale, contribuendo a una quota decrescente del lavoro sul reddito nazionale. [Oxford Academic]
Il quadro comparativo per paese
La lettura strutturale: convergenza nei meccanismi, differenze nelle forme
Il punto interpretativo più importante è che il fenomeno ha un'unica radice strutturale ma si manifesta attraverso forme nazionali diverse:
USA: attacco diretto al sindacato (Reagan, 1981 — rottura dello sciopero dei controllori di volo PATCO come segnale simbolico), de-regolamentazione finanziaria, compressione del salario minimo reale.
Gran Bretagna: smantellamento della contrattazione collettiva per via legislativa sotto la Thatcher, privatizzazioni, deindustrializzazione accelerata del Nord industriale. Negli anni '80 la disuguaglianza salariale britannica crebbe bruscamente, gli storici collegano questa tendenza alle riforme legislative thatcheriane che spostarono le istituzioni del mercato del lavoro da un modello "collettivista" a uno "individualista". [USAPP]
Germania: la via consensuale alla compressione salariale — prima attraverso la concertazione corporativa che accettava moderazione in cambio di cogestione, poi con le riforme Hartz (2003–2005) che crearono il grande settore dei Minijobs (lavoretti) e del lavoro precario.
Francia e Italia: resistenza relativamente maggiore grazie a sistemi di contrattazione collettiva più rigidi — ma uguale pressione attraverso la liberalizzazione commerciale, l'euro come vincolo esterno, e le successive riforme strutturali degli anni 2000.
Una chiave interpretativa di ispirazione gramsciana
Siamo in presenza di un passaggio che Gramsci chiamerebbe una rivoluzione passiva su scala transatlantica: una trasformazione strutturale dei rapporti di forza tra capitale e lavoro che non avviene attraverso rottura rivoluzionaria ma attraverso incorporazione progressiva, riforma dall'alto, e smantellamento consensuale delle istituzioni socialdemocratiche. Il Thatcherismo e il Reaganismo ne sono le forme attive e consapevoli; la Terza Via blairiana e la social-democrazia tedesca ne sono le forme passive, che accettano il terreno avversario.
Sul piano delle politiche economiche, prendono il sopravvento le teorie liberiste (privatizzazioni, passaggio della potestà monetaria dai governi alle banche centrali, e in generale, drastico ridimensionamento del ruolo dello stato in economia, attacco e ridimensionamento del Welfare State).
Il processo non è lineare né uniforme, e presenta alcune contraddizioni interne che ne rivelano la natura più ideologica che puramente tecnica che vale la pena di approfondire.
La periodizzazione della “grande svolta”
Il momento di rottura è identificabile con precisione: 1979-1982. Non è casuale che Reagan e Thatcher arrivino al potere quasi simultaneamente, e che il Volcker shock (il rialzo dei tassi al 20% per strangolare l'inflazione) (1979-1981) preceda entrambi come momento tecnico-monetario della svolta. È la sequenza che il sociologo inglese David Harvey definì: “l'inaugurazione del neoliberismo come progetto di classe”.
Ma la svolta intellettuale era già avvenuta nel decennio precedente: Hayek vince il Nobel nel 1974, Friedman nel 1976. La Mont Pèlerin Society — fondata nel 1947 — aveva lavorato per trent'anni alla costruzione di un'egemonia intellettuale alternativa al keynesismo, e la stagflazione degli anni '70 le offrì una formidabile finestra di opportunità. Il keynesismo "falliva" empiricamente (almeno secondo la narrazione dominante) e il monetarismo friedmaniano si presentava come soluzione tecnica disponibile.
I quattro pilastri del progetto neoliberista: dati e precisazioni
1. Privatizzazioni
Il fenomeno è massivo e documentabile. In Gran Bretagna, Thatcher privatizzò British Telecom, British Gas, British Airways, British Steel, le utilities dell'acqua e dell'elettricità tra il 1984 e il 1991 — circa 29 miliardi di sterline di asset pubblici ceduti al mercato. In Italia il processo è più tardivo (anni '90: IRI, ENI parzialmente, banche) ma altrettanto sistematico. In Francia paradossalmente alcune privatizzazioni avvengono sotto governi socialisti.
La logica dichiarata è l'efficienza allocativa. La logica reale, come argomenta l’economista Blyth in Austerity, è duplice: trasferire rendite dal pubblico al privato, e rimuovere dal perimetro della contrattazione politica settori economici strategici.
2. Indipendenza delle banche centrali
Questo è forse il punto teoricamente più rilevante. L'indipendenza delle banche centrali non è una scoperta tecnica neutrale, è una scelta politica che sottrae la politica monetaria alla sovranità democratica e la affida a tecnici formati in una specifica tradizione intellettuale (monetarismo, poi “inflation targeting”).
La sequenza: Fed già relativamente autonoma, ma il Volcker shock ne segna la svolta operativa. Bundesbank come modello europeo. Bank of England diventa formalmente indipendente nel 1997, paradossalmente sotto Blair, non sotto Thatcher. La BCE nasce nel 1998 come istituzione per statuto impermeabile alle pressioni politiche, con mandato esclusivo di stabilità dei prezzi, a differenza della Fed che ha doppio mandato (prezzi + occupazione).
Il punto critico: questo assetto istituzionalizza una gerarchia di obiettivi in cui la stabilità monetaria precede strutturalmente l'occupazione e la crescita.
È esattamente ciò che il grande economista polacco Michal Kalecki aveva previsto nel 1943 nel suo saggio Aspetti politici del pieno impiego: il capitale preferirà sempre un'istituzione tecnica che mantenga la disciplina sul lavoro attraverso la disoccupazione controllata, piuttosto che governi democratici esposti alla pressione salariale.
3. Ritiro dello Stato dall'economia
Qui va fatta una precisazione importante che spesso sfugge: lo Stato non si ritira — si trasforma. La spesa pubblica come percentuale del PIL nei paesi OCSE non cala significativamente negli anni '80 e '90. Quello che cambia è la composizione della spesa: meno investimento produttivo, meno trasferimenti universali, più sussidi alle imprese, più spesa per interessi sul debito.
Il sociologo Karl Polanyi (La grande trasformazione) aveva già chiarito questo punto: il mercato "libero" non si auto-genera — richiede intervento statale attivo per essere costruito e mantenuto. Lo Stato neoliberista non è uno Stato debole, è uno Stato riconfigurato al servizio di interessi precisi. Thatcher smantellava i sindacati con la forza dello Stato. Reagan deregolamentava la finanza con atti legislativi statali. La BCE è essa stessa un'istituzione statale (sovranazionale) potentissima.
4. Ridimensionamento del Welfare State
Anche qui la realtà è più complessa della narrazione. Il welfare non viene smantellato frontalmente, viene eroso attraverso tre meccanismi più sottili:
- Residualizzazione: da universale a circoscritto “da risorse sempre meno disponibili”
- Mercificazione: introduzione di logiche di mercato dentro i servizi pubblici (per esempio, in Italia gli ospedali trasformati da presidio sanitario in azienda ospedaliera)
- Finanziamento del debito: taglio delle imposte sui redditi alti → deficit → debito → "crisi fiscale" usata per giustificare tagli. È la trappola che Gramsci chiamerebbe una costruzione egemonica del "senso comune" dell'inevitabilità
La contraddizione interna fondamentale
Il punto più acuto teoricamente è questo: il neoliberismo predica il ritiro dello Stato ma produce la più grande espansione del debito pubblico della storia in tempo di pace. Reagan triplica il debito federale. Thatcher lascia un debito pubblico in rapporto al PIL più alto di quello che aveva trovato. Il motivo è strutturale: tagliare le tasse sui redditi alti riduce le entrate; la compressione salariale riduce i consumi e quindi il gettito; la crisi sociale che ne deriva aumenta la spesa assistenziale. Il risultato è un deficit strutturale che viene poi usato politicamente per giustificare ulteriori tagli al welfare.
Da un punto di vista gramsciano: egemonia o coercizione?
La domanda più profonda è: come si è affermato questo blocco ideologico in società formalmente democratiche? La risposta non può essere solo coercizione (anche se la repressione sindacale c'è stata). C'è stata costruzione egemonica vera: i think tank neoliberisti (Heritage Foundation, IEA, Adam Smith Institute, Istituto Bruno Leoni e Università Bocconi in Italia) hanno lavorato sistematicamente sulla formazione del "senso comune" — l'idea che non ci sia alternativa, che il mercato sia naturale e lo Stato artificiale, che l'inflazione sia il nemico principale dei lavoratori (non la disoccupazione).
La svolta decisiva è quando anche i partiti socialdemocratici — Blair, Schröder, Clinton — interiorizzano questo terreno. A quel punto l'egemonia è completa: non c'è più un'alternativa sistemica rappresentata istituzionalmente. È quello che il sociologo inglese Colin Crouch chiama post-democrazia: le istituzioni democratiche formalmente sopravvivono, ma il perimetro delle decisioni realmente contestabili si è drasticamente ridotto, avviandosi inesorabilmente verso una sostanziale forma di oligarchia.
Abbiamo esaminato, sia pur sommariamente, i processi storico-politici che hanno prodotto il brodo di coltura nel quale è cresciuta come un’infezione la crisi del 2008. Nel prossimo fascicolo entreremo nel merito della crisi, nello specifico dei suoi meccanismi, dei suoi costi sociali ed economici.
Ma allora, in Cina c'è il socialismo?
di Giorgio Gabanizza
Le previsioni che economisti e studiosi fanno per quanto riguarda l'uso dell'Intelligenza Artificiale nei processi produttivi non sono rosee per il mondo del lavoro. Vengono ipotizzati, nel globo terrestre, milioni di licenziamenti con rilevante aumento di produttività (qualcuno dirà: "diventiamo più ricchi") e drastica riduzione del personale dipendente (qualcun altro dirà: "ci sono sempre più poveri").
Via via avanzano ricerche nell'Intelligenza Artificiale e conseguenti applicazioni nelle impese, via via gli algoritmi sostituiscono lavoratrici e lavoratori. L'IA favorisce il capitale e annichilisce il lavoro? Il rischio c'è e alcune intenzioni, pure! Ma non può e non deve andare così. Una prima esemplare risposta è venuta dalla Cina.
Una storica sentenza del tribunale (Corte del Lavoro) di Hangzhou ha stabilito che, per le norme di tutela del lavoro esistenti (art. 40 del Labour Contract Law cinese), "sostituire un lavoratore con l'Intelligenza Artificiale non giustifica un licenziamento unilaterale". I giudici hanno affermato che il progresso tecnologico non è un motivo valido per abbassare lo stipendio o licenziare un dipendente, tutelando cosi i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici rispetto ai profitti aziendali. Nel caso di specie un lavoratore aveva rifiutato un trasferimento interno che prevedeva una riduzione stipendiale del 40%, una prassi aziendale finalizzata alle dimissioni che la Corte del Lavoro ha sanzionato, imponendo il risarcimento pieno del danno ed il suo reintegro. Insomma i giudici hanno ribadito, in applicazione delle leggi cinesi, che l'introduzione di sistemi tecnologici più economici non esime il datore di lavoro dagli obblighi di stabilità occupazionale.
E in Europa, ritenuta e sedicente "patria dei diritti civili e sociali" esistono analoghe tutele? Il nostro Paese, la cui Costituzione inizia con " L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro", garantisce compiutamente i diritti dei lavoratori e del lavoro? Non adeguatamente di fronte alle nuove sfide dell'IA, se oltre 200 economisti ed esperti di IA, tra cui 16 premi Nobel, hanno firmato un appello documento dal titolo "We Must Act Now" con il quale invitano governi, istituzioni e imprese a prepararsi agli effetti economici dell'Intelligenza Artificiale applicata ai processi produttivi, tra opportunità di crescita e possibili conseguenze sull'occupazione e sulla distribuzione della ricchezza. Nel documento si afferma che bisogna intervenire subito per prepararsi ad un cambiamento che ha pochi precedenti nella storia; nei prossimi dieci anni l'IA potrebbe diventare "radicalmente più potente" dando origine a una trasformazione economica superiore a quella della "Rivoluzione Industriale", ma concentrata in un arco di tempo più breve. I firmatari riconoscono che questa evoluzione potrebbe produrre importanti benefici, come l'incremento della produttività e un miglioramento degli standard di vita, ma segnalano rischi significativi, tra cui la sostituzione di un numero elevato di lavoratori da parte di algoritmi. Per questo si appellano affinché l'attenzione sia diretta alla costruzione di incentivi, regole, norme e istituzioni capaci di orientarne lo sviluppo verso un modello complementare alle capacità umane, non sostitutivo.
Va, urgentemente, sviluppata una azione coordinata affinché l'IA venga impiegata per affiancare il lavoro uman ad una crescita diffusa della prosperità. E' questa una priorità politica, sistemica, da affrontare con determinazione, a partire dalle stesse forze progressiste e di sinistra italiane ed europee. L'esempio cinese non resti isolato.
Giorgio Gabanizza
Intervento di Xi Jinping alla conferenza mondiale sull'Intelligenza Artificiale di Shanghai del 17 luglio
Colpisce innanzitutto la siderale differenza di visione tra Xi e i leader occidentali: l' IA è vista come opportunità per il progresso e il benessere di tutta l'umanità. Risorsa grandiosa di cui riconosce i rischi, che necessita di una governance globale con al centro l'uomo, che sia inclusiva, che non crei ulteriori disuguaglianze, ma le colmi, sostenibile, condivisa e occasione di dialogo e pace tra i popoli.
Propone quindi un ruolo importante per l' ONU, per la Conferenza mondiale e per la Cina stessa che mette a disposizione il suo Know- how per i paesi emergenti,
Tra Confucio e Papa Leone: vale la pena
Tassare i milionari — Riccardo Staglianò — Einaudi
di Alberto Giuliani
Si è parlato molto negli ultimi tempi di “patrimoniale”, con varie sfumature e molta confusione. Riccardo Staglianò, un giornalista che si è occupa con competenza e passione del tema delle disuguaglianze, affronta in termini chiari e convincenti il tema della giustizia fiscale con il suo più recente libro “Tassare i milionari”, edizioni Einaudi 2025. Un libro agile di 81 pagine ma denso e ricco di spunti e informazioni fondamentali per la lotta per un fisco più giusto nel senso previsto dalla nostra Costituzione. Lo stesso autore in una delle prime pagine compila un elenco dei temi trattati, un elenco talmente chiaro e ben scritto da fungere da ottimo riassunto introduttivo e che vi riporto qua sotto. Comunque non accontentavi del riassunto, leggete tutto il libro, ne vale la pena.
“Dramatis personae
(personaggi in forma di numeri e statistiche)
Lo 0,1% piú ricco degli italiani, circa 50 000 persone, dal 1995 al 2016 ha quasi raddoppiato la propria quota di ricchezza. Ieri deteneva meno del 6% del totale, oggi quasi il 10.
Nello stesso periodo la quota di ricchezza della metà piú povera della popolazione, oltre 25 milioni di persone, è sprofondata dal 12 a meno del 4%.
Trent’anni fa l’equivalente dell’8% del reddito nazionale passava ogni anno, come eredità o donazioni, da una generazione all’altra. Vent’anni dopo era quasi il doppio (14%).
Le buste paga “reali” italiane non si sono mai riprese dalla crisi del 2008. Il loro tonfo di quasi il 9% non ha pari in Europa, dove la Francia ha guadagnato il 5 e la Germania il 14%.
Di recente, e in soli quattro anni (2020 - 23), la quota di valore aggiunto che ha remunerato il lavoro ha perso 12 punti, mentre ne ha guadagnati 14 quella andata agli utili.
Il 10% dei percettori di redditi piú elevati detiene oggi quasi il 40% dei redditi nazionali contro il 28 che intascava negli anni Ottanta.
Giovanni Ferrero, che guida la lista dei miliardari italiani, vale circa 700 000 volte l’odierno reddito medio. Il leggendario triumviro Marco Licinio Crasso, il piú ricco dell’antichità, ne valeva “solo” 526 000.
Nel 1974, a due anni dall’invenzione dell’Irpef, c’erano trentadue scaglioni e l’aliquota massima era al 72%. Oggi di scaglioni ce ne sono quattro, con l’aliquota massima al 43%.
Le rendite, che sono la voce principale delle grandi fortune, in Italia vengono tassate tra il 10 e il 21% (case) e il 26% (guadagni azionari). Il lavoro dipendente, invece, quasi o piú del doppio.
Per chi li incassa tramite una società holding, dividendi e plusvalenze vengono detassati anche oltre il 95%. L’imposizione reale finisce per essere inferiore all’1%.
Il sistema fiscale smette di essere progressivo dal 7% piú benestante degli italiani. E diventa molto regressivo per lo 0,1% dei piú ricchi, circa 50 000 multimilionari la cui aliquota complessiva è almeno di 10 punti piú bassa di quella del ceto medio.
I circa 3000 miliardari nel mondo pagano tasse nei dintorni dello 0,3% della loro ricchezza. Da qui la proposta di una tassa minima globale al 2%.
Le imposte di successione italiane, al 4% per figli e coniuge, sono tra le piú basse al mondo. In Gran Bretagna si paga il 40%, una quota rimasta invariata dai tempi della Thatcher.
Tassando dall’1 al 3% lo 0,1% piú ricco della popolazione italiana potremmo ottenere un gettito sui 13 miliardi di euro.”
Alberto Giuliani
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