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Magnifica Humanitas: la dignità della persona nel tempo dell'intelligenza artificiale
di Sergio Paronetto
Ogni documento ecclesiale patisce alcune conseguenze: quella di non essere letto (se non da pochi esperti), quella di essere citato con poche frasi sbrigative, quella di essere valutato in modo superficiale o interessato (ognuno ci vede quello che vuole vedere), quella di essere dimenticato forse perché scomodo.
Magnifica humanitas (MH) di Leone XIV è un testo lungo e complesso ma, contemporaneamente, chiaro e stimolante. Interessante osservare che, davanti all'IA, Leone evita due atteggiamenti speculari: l'entusiasmo ingenuo e il catastrofismo apocalittico (si colloca nel campo della responsabilità). L'Enciclica ha come sottotitolo «Lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale» e si articola in cinque capitoli.
Dopo una Introduzione che ricorda testi di Leone XIII, del Concilio Vaticano II e di papa Francesco, il primo capitolo ricorda le Encicliche sociali dei papi da Leone XIII a oggi, alcuni documenti del Concilio vaticano II, e, in particolare, il magistero sociale di papa Francesco (Evangelii gaudium del 2013, Laudato sì del 2015, Fratelli tutti del 2020).
Il secondo capitolo espone i principi della "dottrina sociale della Chiesa" con in quali "discernere" la realtà e orientarsi verso "lo sviluppo umano integrale": la dignità della persona umana, il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, la solidarietà, la giustizia sociale.
Il terzo capitolo descrive il dominio del "paradigma tecnocratico" (già sviluppato nella Laudato sì di papa Bergoglio), "la concentrazione di potere nel mondo digitale", le caratteristiche ambivalenti dell'IA, la necessità di "disarmarla", le prospettive inquietanti del "transumanesimo" (uomo tecnologicamente potenziato) e del "postumanesimo" (uomo "ibridato" con le macchine), proponendo il senso generativo del limite.
Il quarto capitolo, intitolato "Custodire l'umano nella trasformazione", affronta le questioni della comunicazione, della democrazia, dell'educazione, del lavoro, dei giovani, alla luce della necessità di "custodire la libertà contro dipendenza e mercificazione", di "spezzare le catene delle nuove schiavitù" e di comprendere l'"inedito colonialismo digitale" pericoloso per la libertà e la democrazia.
Il quinto capitolo, vero e proprio saggio sulla "cultura della potenza e sulla civiltà dell'amore", costituisce una robusta argomentazione sulla "normalizzazione della guerra", sulla "crisi del multilateralismo", sul "falso realismo" che nega alternative, sul necessario "superamento della teoria della guerra giusta", sulla crescita abnorme dell'industria bellica, sulla "perpetuazione dei conflitti come fonte di potere e di rendita". In tale contesto si individuano "piste di responsabilità quotidiana e pubblica": disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo (che "non rinuncia a cambiare il mondo"), rilanciare il diritto internazionale (e una Onu rinnovata), esercitare la diplomazia e il dialogo, non usare mai il nome di Dio per giustificare oppressioni e violenze, pregare.
Nella Conclusione, Leone sollecita i credenti a una "spiritualità eucaristica" ("che ci apre alla giustizia e alla condivisione"), a restare fedeli alla verità, a investire nell'educazione, a curare le relazioni, ad amare la giustizia e la pace, a "entrare nei cantieri della storia" per diventare "tessitori di speranza", a "guardare il mondo dal basso", contemplando il Magnificat dove Dio disperde i superbi, rovescia i potenti, innalza gli umili, ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote (Lc 1, 46-55). Proprio il canto del Magnificat diventa per Leone "la bussola per un'esistenza evangelica nell'era digitale".
Podcast il Contesto: a proposito di russofobia
La Russia si sta preparando a vent'anni di guerra con l'Occidente · Maurizio Boni
Ha suscitato un certo clamore l'intervento formulato durante il recentissimo Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo da Andrey Bezrukov, docente presso l'università statale di Mosca per le relazioni internazionali e consigliere del consiglio d'amministrazione di Rosneft con alle spalle una lunga carriera da colonnello dell'Svr. Secondo Bezrukov, la Russia deve prepararsi a sostenere per i prossimi venti o trent'anni una situazione di conflitto permanente con l'Occidente che verte non sulla conquista di nuovi territori, ma sul danneggiamento sistematico delle infrastrutture. Nel suo intervento, Bezrukov ha delineato un quadro particolarmente allarmante per la Russia, a cui l'Occidente starebbe applicando la strategia della "rana bollita" con l'intento di sconfiggerla tramite sfiancamento così da evitare di scatenare una catastrofica guerra nucleare. Simultaneamente, la Germania ha pubblicato il primo documento di strategia militare, che si inserisce perfettamente in questo discorso. Ne parliamo assieme a Maurizio Boni, generale di corpo d'armata, giornalista, saggista e collaboratore di «Analisi Difesa» e de «Il Fatto Quotidiano».
Il riarmo della Germania. Ci risiamo!
di Corrado Brigo
Secondo i dati più autorevoli disponibili oggi — quelli del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) — la differenza tra la spesa militare annua dei 27 Paesi UE e la spesa della Russia è rappresentata dalla seguente tabella.
| Area | Spesa militare stimata |
|---|---|
| Unione Europea (27 paesi) | 380–400 miliardi € |
| Russia | 190 miliardi $ |
| Russia (a parità di potere d’acquisto, stime alte) | 230–240 miliardi $ PP |
| Membri Europei NATO* | 559 miliardi $ |
* 27+ Gran Bretagna + Turchia + Norvegia + Islanda + Albania + Montenegro + Macedonia Nord
Altre differenze tra Europa dei 27 e Russia:
La Russia ha: un comando centralizzato; un solo esercito; una sola strategia industriale; forte economia di guerra; produzione concentrata e continua.
L’UE invece ha: 27 eserciti; sistemi d’arma diversi; duplicazioni diffuse; procurement frammentato (approvvigionamento e logistica); interoperabilità incompleta.
Se si fosse effettivamente interessati ad una difesa comune europea il compito immediato sarebbe una razionalizzazione della spesa, con un margine enorme per effettuare forti risparmi.
E’ falso che la costruzione di una “difesa comune europea” debba passare attraverso “l’aumento delle spese militari dei singoli stati europei”
Sono due concetti completamente diversi: anzi opposti.
Quelli riportati sopra sono dati ufficiali, non contestati. Sono dirimenti, perché dimostrano senza appello che non si sta mettendo mano alla difesa comune europea, ma solo all'aumento delle spese belliche.
E allora? Come mai i ragionamenti sulla cosiddetta difesa comune non partono da questo unico dato certo? Qual è la spiegazione di questo colossale imbroglio mediatico?
Se si guarda al giornalismo, a quello televisivo in particolare, la risposta è semplice: si tratta di pennivendoli e/o propagandisti.
Se si considerano gli esponenti della politica, più professionali, le spiegazioni sono parecchie e diverse.
Prendiamone in esame tre.
i politici europei, attualmente al governo nei principali paesi (27+Regno Unito), con pochissime esclusioni, sono succubi della grande finanza mondiale. Intendono fornire ai propri mandanti occasioni di investimenti sicuri (cioè garantiti dagli Stati).
I politici europei tentano di contrastare le crisi di importanti comparti industriali attraverso la riconversione in produzione bellica. Aziende come: Rheinmetall Hensoldt Thyssenkrupp Marine Systems stanno aumentando la produzione di munizioni; di mezzi corazzati; di sistemi elettronici; e di mezzi per la difesa aerea. Aumenta parallelamente la loro quotazione in borsa
Produzioni mature come l'auto vanno incontro ad un autentico crollo del mercato. Si pretende allora che lo Stato intervenga, creando una fittizia domanda di prodotti sostitutivi.
Proviamo ad immaginare le proporzioni: un carro armato Leopoard Modello 2A8 costa 30 Milioni; una Mercedes modello A180 d costa 38.207 Euro.
Un Leopard muove un fatturato pari a quello di 758 Mercedes. Senza concorrenza, senza complesse strategie di marketing, senza rischi di perdite sui crediti. Lo Stato commissiona, lo Stato paga. (facendo debiti!).
I governi dei principali paesi europei sono composti da personale aderente o proveniente dalle due grandi famiglie politiche europee: socialisti e democristiani/popolari. Si tratta di governi in crisi, incalzati dalla forte ascesa delle formazioni "sovraniste".
La svolta militarista e riarmista può essere un estremo tentativo di conservare il potere, attraverso l'evocazione del NEMICO ESTERNO, occupando gli spazi politici tradizionalmente cari alla destra (nazionalismo, militarismo, difesa dal nemico alle porte), abbandonando il pacifismo, nonostante sia stato fino a ieri una caratteristica identitaria sia dei Socialisti, sia del mondo Cristiano.
Questa terza spiegazione non sembri poi così astrusa. Quanti sono i terreni politici e sociali che la sinistra ha abbandonato, anno dopo anno, "per allargarsi al centro"? (ad esempio: l'ugualitarismo, la programmazione economica, il recupero salariale, la progressività fiscale, la patrimoniale, la tassazione delle rendite, l'imposta di successione….)
Il caso Germania
La tendenza al riarmo è praticata con determinazione e consapevolezza del proprio ruolo soprattutto dalla classe dirigente tedesca.
I governanti tedeschi non si cullano nell’illusione dell’esercito dei 27. La Germania ha una enorme possibilità di spesa a debito. Non ha alcuna intenzione di promuovere un debito europeo comune per un esercito comune.
Si riarma in proprio.
Se l’Europa vorrà acquisire uno status di Grande Potenza, della taglia di Usa, Russia e Cina, dovrà essere a trazione tedesca.
I governanti tedeschi sono già parecchio avanti con i lavori.
In primo luogo, il 27 febbraio 2022. Il cancelliere Olaf Scholz annuncia il “Zeitenwende” (“cambiamento d’epoca”).
un fondo speciale da 100 miliardi di euro per l’esercito;
aumento stabile delle spese militari;
invio di armi all’Ucraina;
riduzione della dipendenza energetica dalla Russia.
Questa scelta rompe tutti i tabù della politica tedesca del dopoguerra.
Nel marzo 2025 viene addirittura modificata la costituzione per consentire lo sforamento dei limiti all’indebitamento, appositamente per le spese militari
La classe dirigente tedesca si ripropone di far diventare la Germania la principale potenza militare europea convenzionale; il pilastro europeo della NATO.
La posizione dei partiti
Favorevoli
SPD
Il partito di Scholz ha cambiato posizione rispetto al tradizionale pacifismo socialdemocratico. Oggi sostiene: il rafforzamento della Bundeswehr; l’appoggio all’Ucraina; il rispetto degli impegni di spesa definiti dalla NATO.
Elettoralmente è ormai alla canna del gas. I sondaggi lo danno attorno all’11%, in ulteriore calo.
CDU / CSU (DEMOCRISTIANI)
Tradizionalmente atlantiste e favorevoli alla spesa per la difesa.
Nelle diverse tornate elettorali arretrano di poco, ma costantemente. Oggi i sondaggi le danno attorno al 25%
ALLIANCE 90/THE GREENS (VERDI)
Storicamente pacifisti. Dopo il 2022 sono diventati i più duri verso la Russia. Figure come Annalena Baerbock sostengono: aiuti militari all’Ucraina; rafforzamento della difesa europea; contenimento della Russia.
Il loro consenso elettorale è oscillante attorno all’11-12 %
Contrari
AfD Alternative für Deutschland
favorevole a una Germania forte militarmente; però è critica verso gli aiuti all’Ucraina; più incline a rapporti con la Russia; contraria ai costi del coinvolgimento nel conflitto.
E’ in ascesa costante e i sondaggi la danno come primo partito, attorno al 25-28%.
DIE LINKE
È la principale forza apertamente contraria al riarmo.
Critica l’aumento delle spese militari; l’invio di armi; la logica della militarizzazione. Sostiene: diplomazia; disarmo; negoziati. Elettoralmente è in crescita, specie tra i giovani ed è accreditata di un 11%, circa alla pari con i Socialdemocratici.
In quasi tutti i Paesi europei si manifesta il medesimo paradosso: la grande coalizione di centro: favorevole; entrambe le opposizioni, di destra e di sinistra: contrarie.
Altro dato omogeneo: il tracollo elettorale di tutti i partiti Socialisti (o simili) che, da posizioni di governo, hanno sostenuto la tesi del riarmo. Le coalizioni di centro, giustificate solo dalla necessità di stoppare l’avanzata delle destre cosiddette sovraniste, hanno prodotto l’effetto opposto: l’avanzamento delle destre e lo schianto dei Socialisti (e simili).
(L’Italia, come spesso accade, fa storia a sé: la contrapposizione “riarmo si, riarmo no” non coincide con la divisione governo-opposizione. Se si dovesse prendere sul serio le attuali posizioni espresse dai partiti, in Italia nessuna delle due coalizioni potrebbe sostenere una politica riarmista. Per l’opposizione di Lega e Vannacci a destra, e di 5 Stelle e AVS a sinistra.
Questo, a parole, Ma non facciamoci troppe illusioni.) (Per una Picierno che va a fare danni altrove, c’è un Veltroni che resta.)
I dati quantitativi
Nel 2025 la spesa militare tedesca era composta da due voci: bilancio ordinario del Ministero della Difesa; fondo speciale straordinario (“Sondervermögen”) da 100 miliardi creato dopo la “Zeitenwende” del 2022.
Le cifre: circa 62 miliardi di euro di bilancio ordinario; circa 24 miliardi provenienti dal fondo speciale; totale effettivo vicino agli 86-90 miliardi di euro.
Nel 2025 la Germania raggiunge e supera l’obiettivo NATO del 2% del PIL: circa 2,1% del PIL secondo le stime governative.
Per avere un confronto storico:
nel 2014 la spesa militare in Germania era intorno all’1,2% del PIL;
nel 2021 circa 1,4-1,5%;
nel 2025 supera stabilmente il 2%.
Previsioni per il 2026: Secondo i documenti governativi e le anticipazioni di bilancio:
circa 82,7 miliardi di euro nel bilancio ordinario della difesa; circa 25,5 miliardi dal fondo speciale; totale di circa 108 miliardi di euro. Questo rappresenta un aumento di oltre 20 miliardi rispetto al 2025.
Proiezioni 2027: Per il 2027: bilancio ordinario previsto: 105,8 miliardi di euro; spesa complessiva difesa (inclusi fondi speciali e aiuti collegati): circa 145 miliardi di euro.
Percentuale sul PIL: Le proiezioni ufficiali parlano di: circa 3,1% del PIL nel 2027; possibile crescita fino al 3,7% entro il 2030.
Considerazione finale
Nel giro di pochi anni la Germania è passata da una spesa militare intorno all’1,3-1,5% del PIL a una traiettoria che punta oltre il 3%. In valori assoluti, Berlino si sta avvicinando a livelli di spesa militare comparabili alle grandi potenze mondiali, trasformando la Bundeswehr nel principale progetto strategico europeo dei prossimi anni.
Non c’è alcun esercito comune europeo alle viste. Di concreto c’è la corsa al riarmo dei singoli Stati europei, con alla testa la Germania, in accordo strategico con la Gran Bretagna e assumendo la Russia come nemico dichiarato. Questo è quanto, il resto delle chiacchiere sta a zero.
Jeffrey Sachs: «Ecco le colpe della Germania»
durata: 33 minuti
«La Germania ha tradito la riunificazione tedesca. Furono assunti impegni a favore della Germania, promettendo, nel 1990, che la Germania non avrebbe spostato la presenza della NATO verso Est. Ma nel vertice NATO di Bucarest, ai tempi della presidenza di Bush junior, fu deciso di intraprendere la strada dell'adesione della Ucraina alla NATO. Nel 2014 gli Stati Uniti spinsero per un colpo di stato che trasformò l'Ucraina da paese neutrale ad aspirante membro della NATO. La neutralità dell'Ucraina è la condizione per la pace.»
Ragionando pacatamente di immigrazione
Nota 3 dell'11 giugno 2026 · di Carlo Melegari
Si dice «remigrazione» e si intende «deportazione»
Nel dibattito pubblico europeo si è diffuso negli ultimi anni un termine che merita di essere esaminato con attenzione: «remigrazione». A prima vista potrebbe sembrare una parola neutra, quasi tecnica. In realtà, come spesso accade in politica, le parole non sono mai innocenti. Esse non si limitano a descrivere la realtà: contribuiscono a costruirla, a renderla accettabile oppure respingente.
Per questa ragione ritengo che uno dei compiti della cultura democratica sia chiamare le cose con il loro nome. E quando si analizza seriamente ciò che viene proposto sotto l'etichetta di «remigrazione», emerge una conclusione difficilmente aggirabile: se il progetto consiste nell'allontanamento forzato di gruppi di popolazione in ragione della loro origine, della loro appartenenza etnica o della loro storia familiare, il termine appropriato non è «remigrazione». Il termine appropriato è «deportazione».
Il linguaggio come strumento politico
La prima questione riguarda il linguaggio. Hannah Arendt osservava che la politica può diventare pericolosa quando le parole cessano di illuminare la realtà e iniziano a nasconderla. Gli eufemismi servono spesso a ridurre la percezione della violenza contenuta in determinate scelte politiche.
«Remigrazione» suggerisce infatti l'idea di un ritorno volontario, di un movimento quasi naturale verso un luogo di provenienza. Ma di quale ritorno stiamo parlando quando le persone interessate sono nate nel Paese in cui vivono, oppure vi risiedono da decenni? Quale ritorno è possibile per chi ha costruito lì la propria vita, il proprio lavoro, i propri affetti?
In questi casi non siamo di fronte a una libera scelta. Siamo di fronte a una decisione imposta dall'autorità pubblica.
L'ossessione dell'omogeneità
Lo storico Mark Mazower ha mostrato come gran parte della storia europea del Novecento sia stata segnata dal tentativo di costruire Stati etnicamente omogenei. Popolazioni considerate estranee furono trasferite, espulse o costrette ad abbandonare territori nei quali vivevano da generazioni.
Michael Mann, nel suo fondamentale studio sulla pulizia etnica, ha spiegato che tali processi nascono dalla convinzione che una comunità politica debba essere resa culturalmente uniforme. Il problema non è ciò che gli individui fanno, ma ciò che essi sono o vengono ritenuti essere.
Quando una proposta politica identifica milioni di persone come un corpo estraneo da rimuovere, non siamo più nel campo della regolazione dell'immigrazione. Siamo nel campo della selezione identitaria della popolazione.
Dalla cittadinanza all'origine
Le democrazie moderne si sono costruite attraverso una lunga lotta contro l'idea che il sangue, l'etnia o la religione debbano determinare l'appartenenza politica.
Seyla Benhabib ha sostenuto che la forza delle democrazie costituzionali risiede nella loro capacità di includere progressivamente nuovi soggetti all'interno della comunità dei diritti. Jürgen Habermas ha parlato di «patriottismo costituzionale»: ciò che unisce i cittadini non è l'origine comune ma la condivisione di principi democratici e di regole comuni.
La «remigrazione» ribalta questa impostazione. Essa introduce una distinzione tra cittadini pienamente appartenenti e cittadini condizionati dalla propria origine. Non importa quanto una persona sia integrata, quanto contribuisca alla società o quanto rispetti le leggi: l'origine continua a prevalere.
È qui che riemerge ciò che il filosofo Étienne Balibar ha definito il rischio di un «neo-razzismo» culturale: non l'inferiorizzazione biologica dell'altro, ma la sua rappresentazione come irrimediabilmente incompatibile con la comunità nazionale.
Una questione democratica
La posta in gioco non riguarda soltanto i migranti. Riguarda l'idea stessa di cittadinanza e di democrazia.
Zygmunt Bauman ricordava che le società attraversate dalla paura tendono a cercare sicurezza attraverso l'esclusione. Ma l'esclusione non elimina i problemi: ridefinisce semplicemente chi debba essere considerato estraneo.
Per questo il tema della remigrazione non può essere affrontato come una semplice proposta amministrativa. Esso tocca il principio fondamentale dell'uguaglianza politica. Se si accetta che l'origine possa prevalere sui diritti, nessuna appartenenza diventa davvero sicura.
Chiamare le cose con il loro nome
Naturalmente uno Stato democratico ha il diritto di regolare gli ingressi, contrastare l'immigrazione irregolare ed espellere chi non possiede titolo a restare. Nessuno mette in discussione questo principio.
Ma una cosa è l'applicazione della legge nei confronti di singoli individui. Altra cosa è immaginare l'allontanamento di intere categorie di persone definite sulla base della loro origine.
Quando il criterio non è più il comportamento individuale ma l'appartenenza a un gruppo, la logica cambia radicalmente. Ed è proprio questa logica che rende il termine «remigrazione» profondamente fuorviante.
Le democrazie si difendono anche attraverso la precisione delle parole. Se una politica prevede l'espulsione coercitiva di popolazioni considerate non appartenenti alla comunità nazionale, il dovere civile e intellettuale è chiamarla con il suo nome: «deportazione».
https://www.cestim.it/sezioni/dati_statistici/italia/verona/2026-03-13-ALBERTINI_migranti_e_immigrati_nel_mondo.pdf.pdf
La Cina, per concludere: limiti e criticità
di Antonella Maconi
A conclusione dei tre articoli sulla Cina pubblicati nei precedenti fascicoli, occorre aggiungere qualche nota a margine, qualche spunto di riflessione in più, data la complessità dell'argomento e per evitare schematismi e semplificazioni:
Dunque davvero la Cina è il paese di Bengodi? La risposta è: assolutamente no, e per più di un motivo, che proviamo ad elencare senza nessuna pretesa di completezza storica, filosofica o sociologica,
La democrazia, i diritti civili, le libertà individuali, i sistemi di contrappesi tra i poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sanciti, se pur con le dovute differenze e specificità di applicazione, dalle varie costituzioni occidentali sono per noi irrinunciabili, anche se imperfetti nella loro realizzazione, e la Cina è lontana dal garantirli; vediamo quindi alcune delle più esemplari criticità che alimentano a tutt'oggi molte delle nostre perplessità.
Minoranze etniche
La maggioranza della popolazione (circa il 90%) è costituita dagli Han; il governo cinese riconosce poi ufficialmente circa 55 gruppi etnici. Alcune di queste etnie hanno subito e subiscono tuttora discriminazioni e repressioni anche feroci che dipendono da motivi religiosi, dalla presenza di movimenti autonomistì, dall'importanza strategica dei territori. Il governo infatti vede con priorità assoluta la stabilità interna e l'unità territoriale, perciò le repressioni sono rivolte soprattutto ai territori di confine, tramite l'assimilazione culturale, la limitazione di libertà religiose, fino ad arrivare a deportazioni e lavori forzati.
Tra le popolazioni oggetto di persecuzioni ci sono soprattutto gli Uiguri dello Xinjiang, etnia turcofona di religione islamica, gli Hui musulmani, i Mongoli dalla Mongolia interna.
Tibet
E' una storia travagliata, tipica delle zone di frontiera: è stato retto per secoli da una suggestiva teocrazia buddhista, pur facendo parte dell'impero mongolo e poi dell'impero Manchu. Lo stato del Tibet fu quello di una entità semiautonoma amministrata dai Lama e, per secoli, le varie sette buddhiste furono reciprocamente impegnate in guerre feroci per il controllo dei monasteri.
L'entrata nel territorio tibetano dell'esercito della neonata Repubblica Popolare cinese nel 1950 fu una vera e propria occupazione, alla quale seguì una pesante persecuzione e la distruzione di molti monasteri, Dopo la rivolta del 1959 il Dalai Lama stabilì in India un governo in esilio.
La storia è però più complessa e controversa, dunque lo schema “buddisti buoni/comunisti cattivi” non funziona per la comprensione di questa vicenda:
- Il primo Dalai Lama (1622) fu un sequestratore di monasteri, il secondo era famoso per il numero delle sue amanti e fu assassinato dai suoi sacerdoti; altri 5 Dalai Lama furono strangolati per motivi di successione e gli scontri tra monasteri per ragioni di potere e ricchezza si sono perpetuati fino ai nostri tempi, anche se le notizie sul lato oscuro dei Dalai Lama sono rare, anche per via del loro profilo anticinese e anticomunista.
- la ricchezza dei monasteri, prodotta da contadini e pastori ridotti in uno stato servile, era concentrata nelle mani di una élite di Lama che esercitavano commerci ed anche usura ai danni della popolazione.
-I servi appartenevano ai signori laici e religiosi, non godevano di alcun diritto e l'amministrazione della giustizia consisteva in punizioni crudeli, soprattutto amputazioni di arti e lingua, dato che il buddhismo proibisce di togliere la vita.
- Va detto che durante il primo decennio della nuova era i comunisti governarono il Tibet come una regione autonoma, ma non si tenne conto a sufficienza che qualunque cambiamento aveva profonde ripercussioni su una società feudale ossificata, così, a partire dal 1956, l'esercito popolare cinese subì continue imboscate da parte di bande armate tibetane che furono poi sostenute dalle casate feudali, dai Dalai Lama, e dalla CIA, che forniva armi e addestramento paramilitare nei campi di supporto in Nepal.
-L'invenzione di un Dalai Lama difeso dai suoi tibetani e costretto a fuggire a Lhasa ha tenuto banco fino ad oggi: il Dalai Lama fu in realtà assediato da una folla ostile al suo governo, oltre che ai cinesi, che peraltro lo difesero e gli offrirono rifugio nel loro quartier generale: l'offerta non fu accettata e fu costretto a riparare in India.
-Nel frattempo la popolazione tibetana dal 1959, è triplicata, l'aspettativa di vita ha raggiunto i 71 anni e la mortalità infantile si è ridotta del 97%.
-Pino Arlacchi inoltre sostiene che le narrative correnti sul genocidio del popolo tibetano e sul controllo forzato delle nascite rasentano il ridicolo: che dire dell'affermazione ricorrente che l'occupazione cinese del1951 è costata al popolo tibetano 1.200.000 morti, quando l'intera popolazione ammontava nel 1953 (anno del primo censimento) a 1.274.000 persone? Inoltre il controllo obbligatorio delle nascite è stato istituito nel 1979 e abrogato nel 2015.
Per concludere: la narrativa sul Tibet viene oggi sostenuta prevalentemente dal Dalai Lama, i giovani tibetani non sanno quasi nulla di lui e solo i buddhisti praticanti sono influenzati dai suoi precetti. La maggior parte dei tibetani si considerano sia tibetani che cinesi e i ragazzi sono ormai completamente bilingui.
Taiwan
Tanto tuonò che non piovve: l'approccio è quello della pazienza strategica, che valorizzi la stabilità economica al di sopra delle contingenze politiche: infatti, nonostante le crescenti tensioni politiche internazionali, le relazioni economiche tra Cina e Taiwan hanno mantenuto livelli straordinari, raggiungendo nel 2023 i 218,2 miliardi di dollari, rivelando ciò che gli analisti taiwanesi definiscono ”economia calda, politica fredda”: Pino Arlacchi, che presiede l' associazione che organizza incontri con accademici taiwanesi, sostiene che ciò che sfugge al racconto occidentale è come il Kuomitang sostenga un approccio pragmatico e dialogante con Pechino e come, pur sostenendo l'autonomia di Taiwan, veda l'intensificasi degli scambi come un deterrente naturale contro un potenziale conflitto. I media internazionali, invece, tendono ad enfatizzare unicamente le dimensioni conflittuali, presentando Taiwan come potenziale detonatore di uno scontro sino-americano; l'unica vera linea rossa è quella dell'indipendenza, in quanto rappresenterebbe una minaccia all'integrità territoriale cinese. Pechino dunque auspica una riunificazione pacifica secondo il modello “un paese, due sistemi”, già applicato nei confronti di Hong Kong
Diritti politici e il socialismo con caratteristiche cinesi
Il cittadino cinese gode oggi di una libertà personale ampia, nel senso che il Partito non interferisce nella loro vita quotidiana: resta il tabù degli affari interni nei confronti dei quali non c'è tolleranza (ricordiamo bene Piazza Tienanmen): l'ossessione cinese per la coesione sociale rende impossibile l'affermarsi di una qualsivoglia opposizione e i partiti altro non sono che associazioni che possono solo fare proposte
In realtà la creazione di un sistema politico multipartitico basato sulla divisione dei poteri non viene reputata particolarmente urgente: Il Partito Comunista la considera, comprensibilmente, come una minaccia al monopolio del suo potere; l'estensione, inoltre, della democrazia elettorale oltre il livello comunale avrebbe, secondo i molti accademici interpellati, conseguenze disastrose: la distruzione del metodo meritocratico di selezione della leadership, l'avvento di politici populisti e incompetenti e la deriva ultra-nazionalista.
Vanno invece prendendo piede, nel mondo accademico cinese, le idee della scuola meritocratica guidata da Daniel Bell e Bai Tongdong: il punto di partenza di questa scuola è la ricerca di una soluzione al maggior difetto della democrazia liberale, che è L'IRRAZIONALITA' DEGLI ELETTORI. Si presuppone una uguaglianza delle capacità degli individui di partecipare ai processi democratici e di prendere sensate decisioni politiche che è palesemente inesistente, rendendo la democrazia facile preda della manipolazione da parte di gruppi di interesse, élite e oligarchie. Secondo Bai , solo un sistema di meritocrazia confuciana fornisce una risposta convincente a questi problemi.
E' chiaro che quanto detto non è per noi occidentali affatto condivisibile: ma allora che cosa resta di esportabile dell’esperienza cinese?
Molto, moltissimo: l'idea della prosperità comune come progetto di trasformazione complessiva della società e dell'economia, l'idea di un socialismo che non deprima l'iniziativa privata, ma che ne diriga le finalità per il bene comune, l'idea, dunque, di una politica economica che, guardando avanti, punti le sue risorse sulla conoscenza piuttosto che sulla crescita; la lungimiranza nella trasformazione energetica e nel recupero ambientale; una finanza non predatoria e fine a se stessa; il miracolo, inoltre, di aver sconfitto in pochi anni la povertà assoluta per 850 milioni di persone
Infine: si sta creando in Cina la più vasta e più istruita classe media del pianeta. E' logico quindi pensare che 500 milioni di persone, istruite secondo gli standard più avanzati vogliano, nel tempo, contare direttamente nelle decisioni politiche e nel futuro della nazione. L' élite di governo si sta quindi attrezzando per navigare, con molte incognite, dentro una transizione che dovrà necessariamente fare i conti con la crescente domanda di una maggiore tolleranza e apertura democratica.
Armi di discussione di massa
Se la sinistra vuole tornare a vincere, deve tornare ad ascoltare
di Luca Salvi
Qualche giorno fa ho pubblicato sui social un post che commentava un episodio di cronaca avvenuto a Belluno: sei giovani italiani che aggrediscono selvaggiamente un cittadino egiziano, lo colpiscono ripetutamente anche quando é a terra e ne diffondono il video.
Il mio commento era estremamente semplice: sei contro uno è una vigliaccheria.
Non parlavo di immigrazione. Non parlavo di statistiche. Non parlavo di destra o di sinistra. Parlavo di una persona sola contro sei.
Pensavo che fosse un'affermazione condivisibile da chiunque. E invece la discussione si è immediatamente spostata su altro.
Immigrazione. Sicurezza. Maranza. Degrado. Identità. Razzismo.
Perché?
Perché quell'episodio, in realtà, ha toccato un nervo scoperto del nostro Paese.
Leggendo centinaia di commenti, mi sono convinto di una cosa.
Una parte della sinistra continua a non capire fino in fondo perché tante persone votino a destra.
E finché non lo capirà, continuerà a perdere terreno.
No, non credo che milioni di italiani siano diventati improvvisamente razzisti. Non credo che la maggioranza degli elettori di destra sia composta da fanatici.
Credo invece che molte persone si sentano impaurite, insicure, abbandonate.
Vedono quartieri che cambiano rapidamente. Vedono fenomeni di degrado. Vedono episodi di criminalità. Vedono una società che appare più fragile e meno governata.
E chiedono risposte.
La destra, spesso, offre risposte semplici a problemi complessi. Individua un nemico. Indica un responsabile. Trasforma la paura in consenso. Non sempre risolve i problemi, ma almeno dà l'impressione di prenderli sul serio.
La sinistra, troppo spesso, ha fatto l'errore opposto.
Ha lasciato alla destra il monopolio di parole come sicurezza, legalità, controllo del territorio, degrado urbano, periferie.
Talvolta ha persino liquidato come ignoranza o razzismo preoccupazioni che, pur espresse male, nascevano da problemi reali.
È stato un errore.
Perché la sicurezza non è un valore di destra. La legalità non è un valore di destra. Sono valori democratici. Sono valori popolari. Sono valori che appartengono a tutti.
Ed è qui che sento di rivolgere una critica alla mia stessa area culturale e politica.
Negli ultimi anni una parte della sinistra è stata percepita come distante dalla vita quotidiana di molte persone.
Troppo concentrata sui dibattiti interni ai propri ambienti culturali. Troppo impegnata a parlare ai già convinti. Troppo poco capace di ascoltare chi non la pensa come lei.
Attenzione: non sto dicendo che i diritti civili non siano importanti. Lo sono.
La dignità delle persone LGBT conta. La lotta contro le discriminazioni conta. La tutela delle minoranze conta.
Ma una forza politica che vuole governare un Paese non può essere identificata soltanto con questi temi.
Perché nel momento in cui la maggioranza delle persone percepisce che tu parli soprattutto di ciò che riguarda alcune minoranze, smette di ascoltare anche tutto il resto.
E così accade un paradosso.
Una parte della popolazione finisce per credere che la sinistra difenda soltanto migranti, minoranze e categorie specifiche, mentre la destra difenderebbe famiglie, lavoratori, pensionati, sicurezza e identità nazionale.
È una rappresentazione falsa.
Ma è una rappresentazione che molti percepiscono come vera.
E la politica vive anche di percezioni. Se una madre ha paura a far rientrare la figlia da sola la sera, la politica deve ascoltarla. Se un anziano teme di uscire di casa, la politica deve ascoltarlo. Se un quartiere si degrada, la politica deve intervenire.
Non basta spiegare che le statistiche sono più complesse. Non basta accusare chi ha paura di essere ignorante o razzista. Perché il disprezzo non convince nessuno. Anzi.
Spinge le persone ancora più lontano. Ed è esattamente ciò che è accaduto. La vera sfida della sinistra non è scegliere tra diritti civili e diritti sociali. È tenere insieme entrambe le cose. Sicurezza e solidarietà. Legalità e inclusione. Diritti delle minoranze e bisogni della maggioranza. Tutela dell'ambiente e difesa del lavoro. Accoglienza e governo dei fenomeni migratori. Ordine e giustizia.
La sinistra migliore della nostra storia è stata quella che parlava contemporaneamente agli operai e agli studenti, ai credenti e ai laici, alle famiglie e agli ultimi.
Quella che univa.
Non quella che divideva il mondo tra illuminati e ignoranti. Perché la verità è che l'elettore di destra non è necessariamente un nemico. Molto spesso è una persona che si sente poco ascoltata. E se non saremo noi ad ascoltarla, continuerà ad ascoltare chi le offre risposte semplici a problemi complessi.
Da cattolico, da medico e da persona che si considera culturalmente di sinistra, continuo a pensare che la pace, la giustizia sociale, la lotta alle disuguaglianze, la difesa dell'ambiente e la tutela della dignità umana siano battaglie fondamentali.
Ma penso anche che una sinistra che non sappia parlare di sicurezza, legalità e coesione sociale rischi di lasciare queste parole nelle mani sbagliate.
E sarebbe un errore enorme.
Perché una società giusta deve essere anche una società sicura. Così come una società sicura deve essere anche una società giusta. La politica migliore è quella che riesce a difendere entrambe.
E forse è proprio da qui che la sinistra dovrebbe ripartire. Non parlando soltanto ai propri elettori. Non parlando soltanto alle minoranze. Non parlando soltanto ai già convinti. Ma tornando a parlare all'intero Paese. Anche a chi oggi non la vota più.
Il campo largo alle prese con ReArm Europe
di Dino Facchini
In una recente trasmissione de La Sette, Cacciari sbotta con Gruber:” ce la prendiamo con Meloni ma l’Europa di von del Layen è infinitamente peggio di lei, perché forse l’Europa potrebbe almeno sforzarsi di approntare una politica estera decente, che manca totalmente.”.
Cacciari ha più volte sottolineato in molti interventi su La 7 la preoccupazione per il clima di guerra che si sta consolidando in Europa e che coinvolge pesantemente anche una parte delle forze del socialismo europeo e in Italia parte del ‘Campo Largo’ antagonista di Giorgia Meloni
Agli in inizi del mese di giugno i partiti del campo progressista hanno preparato una interessante mozione parlamentare per la ‘revisione integrale del Rearm Europe 2030‘ e un appello per il mutamento del patto di stabilità in direzione, invece che della guerra, dello stato sociale, del contenimento delle bollette, del cuneo fiscale e delle fonti energetiche alternative.
il documento contiene altre coraggiose aperture per avviare l’iniziativa diplomatica sulla questione ucraina e contrastare ogni inasprimento del conflitto e delle spese militari.
© Wikimedia Commons / CC BY 4.0
Sarebbe evidentemente auspicabile che questa novità programmatica venisse seguita ad ogni livello da atteggiamenti coerenti e confermativi. invece un paio di giorni dopo in Commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo la proposta non certo dialogante di accelerazione dei negoziati per l’adesione dell’Ucraina alla Unione Europea, avanzata dal PPE, ha portato all’ennesima divisione dell’alleanza progressista e di sinistra italiana, con il voto favorevole (come sempre purtroppo) della delegazione del PD e con quello contrario (e coerente!) dei 5 Stelle.
Dovrebbe essere chiaro, al Partito Democratico, soprattutto, che la situazione di guerra e di odio frontale ed esasperato contro la Russia a cui la commissione von der Leyen ha trascinato l’Europa, non solo costituisce un pericolo sempre più grave di scalata bellica ma anche danneggia gravemente le alleanze e le lotte per il cambiamento, oltre che le stesse prospettive elettorali dei partiti progressisti e di sinistra.
La Cassetta degli Attrezzi
Sulla risposta dell’Unione Europea alla richiesta italiana di flessibilità fiscale per affrontare il caro-energia seguito all’attacco all’Iran da parte di USA e Israele. Contenuti e riflessioni.
Come ampiamente riportato dalle cronache giornalistiche, il governo Meloni aveva chiesto a Bruxelles di estendere all'energia la stessa flessibilità fiscale già concessa per le spese di difesa, invocando il caro-energia seguito allo scoppio del conflitto in Medio Oriente nel febbraio 2026. Da quel momento, l'Italia ha adottato misure fiscali per attenuare l'impatto dei prezzi elevati dell'energia su famiglie e imprese.
La risposta della Commissione: sì, ma condizionato
La Commissione europea ha annunciato la possibilità di estendere agli investimenti nella transizione verde ed energetica la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità, per un massimo dello 0,3% del PIL all'anno e dello 0,6% sul triennio 2026–2028.
In termini concreti, per l'Italia questo si traduce in una cifra compresa tra 6,5 e 14 miliardi di euro, a seconda di come il margine verrà attivato.
I vincoli principali
Al di là del trionfalismo governativo, in realtà la risposta non è una concessione piena. I paletti, posti dall’UE sono significativi e vale la pena di esaminarli:
I programmi già esistenti o avviati prima del febbraio 2026 non rientrano tra le spese ammissibili.
Sarebbero escluse le misure di sostegno generalizzato ai consumi e ai combustibili fossili; il principio guida è privilegiare gli investimenti strutturali rispetto ai sussidi.
Le risorse potranno essere usate per investimenti e sostegni alle famiglie sulle energie rinnovabili, non per tagli alle accise.
Rientrano invece, tra le spese ammissibili, l'elettrificazione dei settori finali, le reti elettriche e lo stoccaggio.
Per Bruxelles, "misure ampie e non mirate comportano elevati costi fiscali e sono socialmente ed economicamente inefficienti".
La critica alle misure italiane già adottate
La Commissione europea critica, nelle sue raccomandazioni macroeconomiche, il taglio delle accise sui carburanti portato avanti dal governo italiano dallo scoppio della guerra.
Il quadro fiscale italiano rimane sotto sorveglianza
Le previsioni di primavera della Commissione indicano per l'Italia una crescita reale dello 0,5% nel 2026, inflazione al 3,2%, deficit al 2,9% del PIL e debito al 138,5%. Il margine sotto la soglia del 3% esiste, ma è sottile. Nelle raccomandazioni specifiche per l'Italia, la Commissione parla inoltre di "squilibrio macroeconomico", con vulnerabilità legate principalmente all'elevato debito pubblico e alla debole crescita della produttività.
Valutazione politica
Il risultato è interpretabile come una vittoria molto parziale per il governo Meloni: la direzione della richiesta è stata accolta, ma la lettera di Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen resterà senza una vera risposta formale, un portavoce della Commissione ha precisato che non si tratta di una risposta diretta alla proposta della premier, bensì di una risposta generica a questioni sollevate da tutti gli Stati membri. La clausola dovrà ancora passare dal Consiglio (possibilmente all'Ecofin dell'11 giugno o al Consiglio europeo del 18–19 giugno).
Ma è ancor più interessante esaminare la critica UE alle misure italiane ed in particolare sullo stato dell'economia italiana. È un quadro molto articolato.
La diagnosi UE sull'economia italiana: Semestre europeo 2026
Il quadro macro: crescita strutturalmente debole
La crescita italiana si è fermata allo 0,5% nel 2025 e resterà dello "zero virgola" anche nel 2026 e nel 2027, relegando il Paese all'ultimo posto nell'UE.
È il punto di partenza di tutto il ragionamento europeo: la Commissione non si limita a fare i conti del deficit, ma identifica una fragilità strutturale che precede il ciclo contingente.
Le due principali vulnerabilità dell'economia italiana individuate dalla Commissione sono l'elevato debito pubblico e la debole crescita della produttività, entrambe con "rilevanza transfrontaliera".
Il carattere transfrontaliero è una formula tecnica importante: significa che queste debolezze non sono un problema solo italiano, ma generano esternalità negative sull'intera zona euro.
Il nodo del debito
Il rapporto debito/PIL era diminuito dopo la pandemia, ma è tornato ad aumentare nel 2024 e nel 2025 a causa del rallentamento della crescita del PIL nominale, dell'impatto ritardato dei crediti d'imposta per la ristrutturazione degli alloggi degli anni precedenti e dei disavanzi pubblici ancora consistenti. La Commissione prevede che il rapporto continuerà a crescere nel 2026 e nel 2027.
Con un debito al 138,5% del PIL e traiettoria ascendente, lo spazio per politiche fiscali espansive è strutturalmente compresso.
La trappola della produttività
Questo è forse il nodo più interessante dal punto di vista analitico. L'occupazione continua a crescere, ma la buona performance del mercato del lavoro non si traduce in un aumento adeguato della produttività. In altre parole, l'Italia lavora di più ma non cresce abbastanza. Negli ultimi due decenni, salvo la fase successiva alla pandemia, la dinamica del PIL è rimasta sistematicamente più debole di quella dell'occupazione.
La produttività è recentemente calata ed è prevista in stagnazione, limitando la crescita del PIL potenziale e ostacolando così la riduzione del rapporto debito/PIL". È un circolo vizioso classico: bassa produttività → bassa crescita del PIL nominale → difficoltà a ridurre il rapporto debito/PIL anche a parità di avanzo primario.
La critica alle misure energetiche
Su questo punto la Commissione è esplicita e diretta. L'Italia si trova ad affrontare i prezzi dell'elettricità tra più alti dell'UE a causa della sua dipendenza strutturale dalla costosa produzione di energia da centrali a gas.
Il problema di fondo è quindi strutturale, non congiunturale. Rispondervi con sussidi generalizzati perpetua la dipendenza invece di risolverla.
La Commissione ricorda che le misure fiscali per attenuare l'impatto degli elevati prezzi dell'energia su famiglie e imprese hanno incluso una riduzione "non mirata" delle accise sui carburanti. La critica è sia di efficienza (misure costose e poco selettive) che di coerenza con la transizione energetica.
Le sei raccomandazioni: il carattere di lunghissimo periodo
Un dettaglio rivelatore: molte di queste raccomandazioni non sono nuove. Se si esaminano nel dettaglio le richieste di riforma provenienti da Bruxelles, si trovano misure già enunciate nelle raccomandazioni specifiche emesse nel 2012. Tra queste: riforma del mercato del lavoro, riforma della giustizia civile e aggiornamento del catasto — quest'ultimo richiesto dall'UE dal 2013 senza che i valori catastali siano mai stati allineati a quelli di mercato.
Nel merito, le sei aree di intervento chieste all'Italia:
1 Conti pubblici: rispettare il tetto alla crescita della spesa netta (+1,6% nel 2026); le misure anti-caro energia devono essere temporanee e mirate.
2 PNRR e coesione: garantire la continuità delle riforme oltre la scadenza del 2026 e accelerare i programmi di coesione, dove l'Italia resta sotto la media UE per progetti selezionati e pagamenti.
3 Ricerca, innovazione e mercati dei capitali: più ricerca e sviluppo (la spesa pubblica in R&S è stimata allo 0,59% del PIL), appalti per l'innovazione, mobilitazione del risparmio privato verso i mercati dei capitali, venture capital, nuove quotazioni e una strategia industriale che riduca il divario Nord-Sud. Bocciato il piano Made in Italy 2030: i 18 settori strategici individuati sono ritenuti troppi e non prioritizzati. (Su questo punto la critica UE riprende lo spirito dei documenti “Draghi” e “Letta”, in particolare sul punto relativo alla “mobilitazione del risparmio privato” verso il mercato dei capitali. Una visione tutta centrata sul capitale finanziario privato)
4 PA, giustizia e concorrenza: c'è "ampio margine" per migliorare l'efficacia della pubblica amministrazione, considerato che il 41% delle imprese italiane si dichiara insoddisfatto, contro una media UE del 24%.
5 Transizione energetica: accelerare la riduzione della dipendenza dal gas e l'elettrificazione da rinnovabili.
6 Mercato del lavoro, istruzione, sanità: il mercato del lavoro ha continuato a migliorare, ma il potenziale lavorativo non sembra essere pienamente sfruttato.
Una nota critica sul metodo della Commissione Europea
Vale la pena sottolineare la dimensione politica di questo quadro: la Commissione applica all'Italia un’intelaiatura in cui disciplina fiscale e competitività "vanno di pari passo", ma i nuovi bisogni di spesa aumentano mentre i margini di bilancio restano limitati, soprattutto nei Paesi con debito elevato. È una contraddizione interna al paradigma stesso: si chiede di investire di più in R&S, transizione energetica e welfare, ma nel rispetto di vincoli che comprimono esattamente la spesa pubblica necessaria a farlo. Per un paese con mercati dei capitali sottosviluppati e bassa fiducia degli investitori privati nel Sud, la "mobilitazione del risparmio privato" invocata al punto 3 rimane largamente programmatica.
Sui temi dei salari e dell'evasione fiscale il documento di Bruxelles fornisce un quadro ricco e con molte tensioni interne, che merita di essere analizzato.
Salari e evasione fiscale: i due nodi strutturali che la UE mette a fuoco
I salari: una stagnazione senza equivalenti nel mondo sviluppato
Il dato di partenza è brutale nella sua chiarezza. Secondo l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, l'Italia è l'unico Paese avanzato del G20 con salari reali ancora inferiori ai livelli del 2008. Non si tratta quindi di un effetto dello shock inflazionistico post-pandemia, ma di una traiettoria di lungo periodo.
A inizio 2025 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021, il peggior risultato tra tutte le grandi economie dell'OCSE. Nel confronto europeo, nel 2023 il salario lordo medio mensile in Italia era di circa 2.800 euro, contro una media UE di oltre 3.400 euro.
Le cause strutturali sono tre e si alimentano reciprocamente. Dal 1999 al 2024 la produttività del lavoro è rimasta sostanzialmente ferma, mentre nei principali Paesi avanzati è cresciuta di circa il 30%: uno squilibrio che nel tempo ha ridotto lo spazio per aumenti strutturali delle retribuzioni.
A questo si sommano i meccanismi della contrattazione collettiva: i ritardi nel rinnovo dei CCNL — con una durata media di 30,8 mesi nel 2022 e il 53,2% dei lavoratori dipendenti con un contratto scaduto — determinano una massa salariale sistematicamente disallineata dai prezzi, con perdite di potere d'acquisto particolarmente acute nelle fasi di inflazione elevata.
Infine, c'è la composizione settoriale: tra il 2019 e il 2025 i dipendenti in Italia aumentano del 6%, ma la composizione si sposta verso attività con retribuzioni più contenute, in particolare costruzioni e alloggio-ristorazione: creare occupazione in comparti a bassa remunerazione media migliora il numero degli occupati ma non costruisce buste paga più robuste.
La posizione UE sui salari è esplicita e, per certi versi, inusualmente "progressiva" rispetto al tradizionale registro della Commissione. Le raccomandazioni 2026 includono una richiesta di riforma del mercato del lavoro con enfasi esplicita sulla necessità di "rafforzare la contrattazione collettiva, anche per sostenere salari adeguati".
Si noti la logica: la Commissione non chiede un salario minimo legale (che il governo Meloni ha di fatto svuotato con la legge 144/2025), ma potenziamento della contrattazione collettiva — esattamente il meccanismo che in Italia mostra le maggiori disfunzioni in termini di velocità di adeguamento.
Il nodo del cuneo fiscale è l'altra faccia della stessa medaglia. Il sistema fiscale italiano continua a basarsi in larga misura sulla tassazione del lavoro, che rappresenta il principale contributo a un rapporto entrate fiscali-PIL superiore alla media UE. Il cuneo fiscale resta sopra la media europea per i lavoratori single con salario medio e nel 2025 è ulteriormente aumentato, sia pure in misura contenuta.)
La critica UE si collega poi a un effetto distorsivo sistemico: i regimi speciali per i lavoratori autonomi e il crescente ricorso a forme temporanee di tassazione piatta dell'IRPEF rendono il sistema fiscale "altamente complesso", ne indeboliscono la progressività ed erodono la base imponibile, con conseguenti perdite significative di gettito.)
L'evasione fiscale: dimensioni, struttura e contraddizioni politiche
I numeri del “tax gap” italiano (differenza tra le imposte che lo Stato dovrebbe teoricamente incassare e quelle che effettivamente riceve nelle sue casse) rimangono tra i più elevati d'Europa, ma con una struttura asimmetrica che merita attenzione analitica. La propensione all'evasione delle partite IVA e dei lavoratori autonomi resta molto alta, con un tax gap medio del 61,5% tra il 2018 e il 2022, pari a oltre 35 miliardi l'anno.
La scheda Paese della Commissione europea stima il tax income gap del lavoro autonomo al 59,8%, per un valore di circa 37 miliardi di euro.
L'IVA è il fronte più monitorato. La fatturazione elettronica, estesa progressivamente dal 2019, ha contribuito a ridurre il gap IVA da 27,5 miliardi nel 2019 a 17,8 miliardi nel 2021, con la propensione all'evasione scesa dal 21% del 2017 all'attuale 17%. Un miglioramento reale, ma il 2023 ha segnato una inversione: dopo un forte calo del gap dal 19 al 15% negli anni 2021-2022, in parte legato al boom dell'edilizia e al Superbonus 110%, nel 2023 si è registrato un nuovo aumento a circa 25 miliardi, attribuibile alla progressiva abolizione della maxi detrazione e al buon andamento di turismo, servizi ricreativi e ristorazione — settori con livelli di compliance sotto la media.
Il problema politicamente più spinoso è quello della riscossione. La legge di bilancio 2026 prevede una nuova rottamazione delle cartelle, e il rapporto richiama le valutazioni della Corte dei conti, secondo cui l'aspettativa diffusa di future sanatorie e condoni può indurre i contribuenti a rinviare il pagamento confidando di farla franca o di salire sul carro della prossima definizione agevolata.
È una critica di economia comportamentale applicata alla politica fiscale: i condoni ripetuti modificano le aspettative dei contribuenti in modo strutturalmente perverso, abbassando il costo atteso dell'evasione.
La connessione sistemica tra i due fenomeni
Dal punto di vista dell'economia politica, salari bassi ed evasione elevata non sono fenomeni separati ma componenti di un medesimo equilibrio di bassa efficienza. Il cuneo fiscale elevato sui redditi da lavoro dipendente incentiva la conversione fittizia in lavoro autonomo; la proliferazione di partite IVA “apri-e-chiudi” e regimi forfettari erode la base imponibile; la conseguente riduzione del gettito viene parzialmente compensata con pressione fiscale sui lavoratori dipendenti che non possono evadere.
La povertà assoluta è ai livelli più alti da anni, e la qualità del lavoro e i salari restano troppo bassi — due facce dello stesso schema distributivo in cui il lavoro dipendente a bassa produttività porta il peso fiscale maggiore mentre la ricchezza mobile e il lavoro autonomo sfuggono parzialmente alla redistribuzione.
La richiesta UE di spostare il carico fiscale dal lavoro verso altre basi imponibili (consumi, rendite, patrimoni) e di aggiornare i valori catastali va esattamente in questa direzione, ma si scontra con le resistenze politiche più consolidate.
Considerazione finale: la risposta dell’Unione Europea, pur fedele a un’ impostazione ideologica “ordoliberale” non condivisibile, sottopone critiche e indicazioni del tutto fondate e condivisibili (sui temi dei salari, dell’equità fiscale, della transizione energetica, dell’innovazione e persino su aspetti dello stesso Welfare State) che andrebbero prese in seria considerazione anche da parte dell’auspicabile prossima coalizione “progressista”, mettendo mano alla costruzione di un programma credibile e radicale di cambiamento del nostro Paese e dell’intera Europa.
Fonti dei dati e links per chi volesse approfondire
FIRSTonline
https://www.firstonline.info/ue-via-libera-a-flessibilita-su-energia-ma-italia-acceleri-su-riforma-catasto-si-anche-a-pacchetto-per-sovranita-tech-chip-e-ia-meno-dipendenza-da-usa-e-cina/
Agenzia Nova
https://www.agenzianova.com/news/la-commissione-apre-alla-flessibilita-energia-ma-avverte-italia-su-debito-e-produttivita/
MilanoFinanza
https://www.milanofinanza.it/news/dall-ue-sei-raccomandazioni-all-italia-dai-conti-pubblici-al-caro-energia-ecco-su-cosa-dovra-concentrarsi-202606031355229783
Teleborsa
https://www.teleborsa.it/News/2026/06/03/ue-italia-resta-in-procedura-per-deficit-eccessivo-ma-adottate-misure-efficaci-123.html
Eurofocus – raccomandazioni
https://eurofocus.adnkronos.com/politics/semestre-europeo-raccomandazioni-italia/
ANSA – raccomandazioni UE
https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/aziende/2026/06/03/ue-allitalia-sei-raccomandazioni-su-conti-energia-lavoro-e-sanita_b98ba399-d6e5-42e6-b86d-dd7a2ac6012e.html
Eunews
https://www.eunews.it/en/2026/06/03/land-registry-energy-tax-evasion-and-jobs-the-eus-recommendations-to-italy-unchanged-for-over-a-decade/
QuiFinanza
https://quifinanza.it/economia/raccomandazioni-ue-italia-2026/996573/
Eurofocus – priorità primavera 2026
https://eurofocus.adnkronos.com/politics/semestre-europeo-priorita-pacchetto-primavera-2026/
Geopop – stipendi
https://www.geopop.it/gli-stipendi-in-italia-sono-fermi-rispetto-al-1990-al-netto-dellinflazione-i-dati-ocse-e-istat/
Il Corriere Nazionale – salari
https://www.corrierenazionale.net/2026/05/29/lo-stipendio-questo-sconosciuto/
CGIL – Studio Salari in Italia (PDF)
https://files.cgil.it/version/c:OTRiYzM2YWYtNTdhNi00:ZDI1MzAxYzItYzE5NC00/Studio%20Salari%20in%20Italia.pdf
ANSA – fisco e lavoro
https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/pmi/2026/06/03/ue-fisco-italia-pesa-troppo-sul-lavoro-evasione-ancora-elevata_76e2248b-bc90-444d-8a4e-90a3d2ab774d.html
Capitalist – evasione fiscale
https://capitalist.it/evasione-fiscale-italia-sopra-100-miliardi/
Investireoggi – evasione 2026
https://www.investireoggi.it/evasione-fiscale-nel-2026-come-cambia-la-lotta-in-europa-e-dove-si-trova-italia/
PMI – evasione fiscale
https://www.pmi.it/economia/mercati/459149/evasione-fiscale-in-italia-quanto-ci-costa-davvero.html
Il Fatto Quotidiano – evasione
https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/12/evasione-fiscale-report-ue-autonomi-riscossione-notizie/8225476/
Alberto Giuliani
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