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25 APRILE. ORAZIONE CIVILE

Di Jessica Cugini

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LIBERE PARTIGIANE COSTITUENTI
21 DONNE IN ASSEMBLEA

Buon pomeriggio e grazie, grazie per l’invito a trascorrere insieme questo 25 aprile, l’orazione civile di oggi è figlia di quella dello scorso anno, in cui ricorrevano gli 80 anni della guerra civile partigiana e in cui mi si chiese a Custoza di dedicare il mio discorso al protagonismo delle donne nella Resistenza. L’emozione è la medesima, non solo per la pienezza che per noi, tutte e tutti, ha questa data del 25 aprile, giorno colmo di significati, ancor di più in questo 2026, anno dell’anniversario degli 80 anni di voto alle donne, dell’Italia repubblicana e dell’Assemblea costituente, ma anche per lo stesso monito alla responsabilità che continua a riproporsi in eguale maniera: che la memoria si declini in azione. Così come per il protagonismo femminile partigiano, anche per questo capitolo di Storia dedicato alle donne dell’Assemblea Costituente, si tramanda un silenzio: abbiamo sempre sentito parlare più di Padri che di Madri, più di uomini che di donne. Eppure, tra le storie delle 21 donne che per la prima volta entrarono a Montecitorio nel 1946 ci si perde, ci si commuove, si sente il moto della fierezza, della ribellione e anche, dobbiamo dircelo, della nostalgia… Ma soprattutto (e spero che ciò rimanga come senso conclusivo di queste mie parole) si sente il senso del dovere e, permettetemi, della rivalsa, declinata non solo come risarcimento di un silenzio durato troppo a lungo, ma di un protagonismo che necessita di essere reincarnato nelle nostre azioni antifasciste quotidiane. Una rivalsa affinché questa eredità femminile e femminista abbia un senso in questo tempo in cui il fascismo si ripresenta, sotto altre vesti vero, ma non celate. Ce lo dobbiamo dire, noi, che attraverso gli anticorpi che abbiamo ricevuto, lo sappiamo riconoscere - anzi come è di moda dire adesso, lo sentiamo arrivare – il fascismo che, oggi come allora, riecheggia nella normalizzazione di quello che sembrava indicibile da mettere nella pratica e nelle leggi: l’odio razziale e la xenofobia, la deportazione delle persone e la criminalizzazione delle marginalità, la limitazione delle libertà di azione e di pensiero, la mercificazione del diritto alla difesa e l’oro della patria alle armi.

Di fronte al riproporsi di una storia che, Gramsci diceva, insegna ma non ha scolari, il senso della memoria e soprattutto delle ricorrenze è legato non solo al conoscere e ricordare, ma al dovere di declinare nell’oggi quelle conquiste che furono ieri il voto alle donne, la loro elezione a sindache, consigliere comunali e componenti dell’Assemblea costituente nel 1946. Perché il voto e la rappresentanza, così come ogni diritto che ha a che vedere con la Storia delle donne, sono frutto di rivendicazioni e lotte, non sono concessioni ma conquiste, arrivano da lontano. Portano i nomi delle suffragette italiane della metà dell’800, una fra tutte Anna Maria Mozzoni, e di quelle dei primi del 900, Anna Kuliscioff ad esempio, per arrivare ai proclami di Maria Montessori, alle proposte di legge che nascono dalla consapevolezza che lo Statuto albertino, che diventa la carta costituzionale della neonata Italia unita, non esclude esplicitamente le donne dal voto. Ma questo avviene comunque, perché è prassi. Perché nella declinazione di un suffragio universale di tutti i cittadini che sapevano leggere e scrivere le donne non erano comprese. Perché questo maschile sovraesteso, per cui dicendo uomini dico anche donne, è sempre stato e continua a essere foriero di esclusioni, di invisibilità. Soprattutto quando la declinazione riguarda diritti e riconoscimenti di ruoli. O forse dovremmo dire spazi di potere, spesso di dominio patriarcale. E non è un caso se questo potere, questo diritto di cittadinanza che si esprime attraverso il voto e la rappresentanza, si raggiunge proprio dopo il ventennio fascista, dopo quel tempo che più stringeva il campo d’azione femminile. Con la guerra e il fascismo le donne erano diventate protagoniste nelle fabbriche così come nelle montagne, nelle città così come nelle cascine. La Resistenza aveva liberato ancora prima del Paese,

un genere, che acquisiva consapevolezza di sé. Il confino fisico dei ruoli, così come era stato per gli intellettuali e le intellettuali a Ventotene, aveva determinato un inedito spazio mentale e fattuale di possibilità, che poteva trovare realizzazione solo attraverso la prima forma di emancipazione: il voto, l’unica espressione capace di incidere e portare cambiamento. È questa consapevolezza che per anni aveva nutrito il diniego maschile a tale riconoscimento, la troviamo fino a un giorno prima della conquista, fino al decreto luogotenenziale di Bonomi del 1° febbraio 1945, in cui si riconosce alle donne il diritto di voto attivo, cioè solo a eleggere ma non a essere elette, e solo per le elezioni amministrative. Dovrà passare un altro anno, di lotte e rivendicazioni del Comitato pro voto composto dalle donne dei partiti del Comitato di liberazione nazionale e dalle associazioni femminili, affinché il 10 marzo ‘46 un nuovo decreto riconosca anche il diritto di voto passivo e la partecipazione delle donne alle elezioni politiche. Fino all’ultimo, gli uomini del tempo, senza distinzione di appartenenza politica, sciorineranno tutti i pregiudizi possibili sul come e in nome di chi voteranno le donne, sulla loro immaturità politica o mancata partecipazione al voto. Ma niente di tutto questo avverrà: nel marzo del ‘46, quando le donne andranno a votare per i Comuni, così come il 2 giugno, quando in massa voteranno per il referendum e l’Assemblea costituente. Le donne si presenteranno ai seggi numerose, lo faranno, lo racconta la giornalista Anna Garofalo, rigirandosi tra le mani quelle schede elettorali che “sembrano più preziose delle tessere del pane”, stringendole al petto, le schede, “come biglietti d’amore”. È un cammino che inizia. È una strada che deve ritrovare il suo tracciato e per farlo deve ripartire dai sui primi passi, per riprendere la direzione di quella strada maestra che fu partigiana e costituente, di quel moto che nel ‘46, dopo un operoso lavoro delle donne dell’Udi, del Cif, della rivista Noi donne, porta l’89% delle donne di allora, quasi 13 milioni, a votare e a eleggere le prime 12 sindache e le 21 donne costituenti.

Oggi, che la partecipazione delle donne al voto e spesso anche alla politica va scemando (perché far politica per le donne è sempre più faticoso), dobbiamo ritessere quel filo sfilacciato. Lo facciamo ripartendo dalle frasi della costituente che per prima, il 1° ottobre del ‘46, prese parola a Montecitorio, la democristiana Angela Guidi Cingolani, a nome di tutte, delle altre 20 che la prima volta che siedono sugli scranni lo fanno tenendosi vicine, prima di essere distribuite nei posti riservati ai partiti di appartenenza, e a nome delle milioni di donne italiane che si erano recate al voto, che forse non avevano votato una donna, ma che le costituenti avrebbero rappresentato, scegliendo e battendosi per ogni singola parola che posero e imposero alle discussioni dell’Assemblea e della nostra Costituzione. Eccole le parole che risuonavano per la prima volta dentro le istituzioni, abitate da chissà quale e quanta emozione, Guidi Cingolani parla a nome di 21 donne tra 535 uomini e scrive la pagina di una Storia di cui sappiamo poco, ma che non è mai troppo tardi conoscere…

"Colleghi Consultori, nel vostro applauso ravviso un saluto per la donna che per la prima volta parla in quest’aula. Non un applauso dunque per la mia persona, ma per me quale rappresentante delle donne italiane che ora, per la prima volta, partecipano alla vita politica del Paese. Ardisco pensare di poter esprimere il sentimento, i propositi e le speranze di tanta parte di donne italiane. Credo proprio di interpretare il pensiero di tutte noi, Consultrici, invitandovi a considerarci non come rappresentanti del solito sesso debole e gentile, oggetto di formali galanterie e di cavalleria di altri tempi, ma pregandovi di valutarci come espressione rappresentativa di quella metà del popolo italiano che ha pur qualcosa da dire, che ha lavorato con voi, con voi ha sofferto, ha resistito, ha combattuto, con voi ha vinto e ora con voi lotta per una democrazia che sia libertà politica, giustizia sociale, elevazione morale”. E ancora…

“Il fascismo ha tentato di abbrutirci con la cosiddetta politica demografica considerandoci unicamente come fattrici di servi e di sgherri, sicché un nauseante sentore di stalla avrebbe dovuto dominare la vita familiare italiana. La nostra lotta contro la tirannide tramontata nel fango e nel sangue, ha avuto un movente eminentemente morale, poiché la malavita politica che faceva mostra di sé nelle adunate oceaniche, fatalmente sboccava nella malavita privata. Per la stessa dignità di donne noi siamo contro la tirannide di ieri come contro qualunque possibile ritorno ad una tirannide di domani. Non so se risponda a verità la definizione che della donna militante è stata data: “la donna è un istinto in marcia”. Ma anche così fosse, è l’istinto che ci fa essere tutrici della pace. (…) Colleghi Consultori, ho finito; ma come donna e come italiana figlia del mio tempo, sento di non poter meglio concludere se non col sostituire alla mia parola quella ardente della grande popolana di Siena che, a distanza di secoli ed in analoga situazione catastrofica per il nostro Paese, incita ed esalta le donne italiane ad una intrepida operosità, fonte di illuminato ottimismo: “traete fuori il capo e uscite in campo a combattere per la libertà. Venite, venite e non andate ad aspettare il tempo, che il tempo non aspetta noi”.

Il tempo non aspetta noi, eccola l’esortazione, che vale ancora, dopo 80 anni… così come ancora valgono gli esempi della donne costituenti dentro quell’aula dell’Assemblea, 21 su 556:

  • 9 comuniste: Adele Bei; Nadia Gallico Spano, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minella Molinari, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi e Rita Montagnana;
  • 9 democristiane: Laura Bianchini; Elisabetta Conci, Maria De Unterrichter Jervolino, Filomena Delli Castelli, Maria Federici Agamben, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Maria Nicotra Verzotto e Vittoria Titomanlio;
  • due socialiste: Bianca Bianchi e Lina Merlin;
  • una della lista "L´Uomo qualunque": Ottavia Penna Buscemi. 5 fanno parte della Commissione dei 75 chiamata a scrivere la Costituzione; una sola nella sottocommissione prima, quella dei diritti e doveri, Nilde Iotti, che poi diventerà la prima presidente della Camera, e 3 nella terza sottocommissione, impegnata a redigere gli articoli sui diritti e doveri nel campo economico e sociale.

Con le sue parole Angela Guidi Ciprani dice quel che sono e saranno queste donne, che da subito rivendicano un agire protagonista, che si smarcano (pensate che lungimiranza, rispetto alle cose che tornano) dall’essere funzionali alla politica demografica, che si riconoscono figlie di un tempo di cui hanno consapevolezza e che le incita a non indugiare nel tracciare una strada di cui si sentono espressione democratica e, prima di ogni altra cosa, antifascista. Donne, che sono quel che di più lontano ci possa essere dalla definizione di un “sesso debole”, in tante hanno fatto parte dei Gruppi di difesa della donna, dei Gruppi di azione patriottica, hanno contribuito alla lotta di Liberazione, sono state tra la gente e da quella gente hanno ricevuto un riconoscimento elettorale. Alla socialista Bianca Bianchi viene negata la posizione di capolista nel collegio Firenze/Pistoia, le preferiscono Sandro Pertini, una storia di resistenza, prigione e confino troppo importante. Ma alle urne, Bianchi prende oltre 15mila preferenze, più del doppio dei voti di quell’uomo che diventerà presidente della Repubblica. È giovane, bella, ma troppo indipendente, per questo, ancora prima delle elezioni, tenteranno di farle firmare una lettera di dimissioni. «In Federazione serpeggiava la paura che fossi eletta. I dirigenti mi avevano accettato in lista come l’emblema della novità, del progressismo, del richiamo per le allodole. In questo caso le donne. Sentendosi scavalcati dalla piega degli avvenimenti, escogitarono un modo per levarmi di mezzo nel caso malaugurato di una mia elezione. Prepararono una lettera di dimissioni dalla carica di deputato, per far passare al mio posto un vecchio socialista dalla barba bianca.

Il segretario Ignesti mi chiamò in Federazione. Non fece preamboli. Mi disse subito che dovevo firmare una lettera senza specificarmi il contenuto. “Desidero leggerla”. “Perché?” “Come perché? Non penserai che firmi qualcosa senza sapere che cosa c’è scritto. Mi giudichi così stupida?” “No, che c’entra, sai, sono le direttive del partito”. “Meglio ancora. Voglio conoscerle. Sono iscritta, no? Ho diritto di sapere”. “Va bene, facciamola finita. Ecco, leggila”. Me la porse. Non era una lettera, ma una dichiarazione. Avrei dovuto dichiarare che mi sarei dimessa dalla carica di deputato, qualora fossi stata eletta: mi si ringraziava perfino del contributo che avevo dato alla propaganda elettorale. Una farsa. La ripiegai e gliela resi. L’amarezza si impadronì di me, ma la nascosi ben bene. “Non firmo”. “Come non firmi?” “No: è un imbroglio. Avete fatto tutto qui in famiglia, con questi quattro barboni che non sopportano di essere stati scavalcati da una donna. Mi rifiuto di chiamare in causa le direttive del partito: un partito che seguisse una strada così immorale non avrebbe diritto di esistere. Ci siamo intesi? Non ci provate più”».

Una postura che deriva da lontano questa di Bianchi e delle altre, una postura di fermezza che troveremo nella difesa dei loro convincimenti, nella rivendicazione dei diritti delle donne e di quella emancipazione che in nessun partito di allora, sebbene espressione del CLN, era davvero prioritaria. In nessun partito, no, ma nelle donne di quei partiti sì, e dentro l’Assemblea costituente questa tensione di eguaglianza e parità si esprime attraverso la battaglia sulle parole da inserire dentro il testo costituzionale. Perché sanno, le 21 costituenti, che le parole hanno un potere performativo, che anche le parole possono essere costituenti, se conoscono e riconoscono, se rivendicano e sono capaci di indicare l’orizzonte di un tempo nuovo che necessita anche di un codice linguistico con cui immaginare un futuro scritto negli articoli della Costituzione.

Un tempo dove, per volere della socialista Lina Merlin, in uno degli articoli più importanti, l’articolo 3, in cui si afferma il principio d’eguaglianza, si scrive “senza distinzioni di sesso”, perché si vuole essere libere ed eguali. E così sesso, questa parola importante, che ritroveremo in mille battaglie e che ancora oggi fatica a trovare una declinazione persino in quegli ambiti dove è più necessaria, nelle scuole, entra nella Costituzione come rivendicazione di parità, seguita, non a caso, da un’altra espressione, aggiunta per volontà della comunista Teresa Mattei: “di fatto”. L’eguaglianza deve essere non solo formale ma sostanziale, per questo occorre la rimozione di tutto ciò che impedisce, sia esso un ostacolo sociale o economico, che questa parità si realizzi. «Se la Repubblica vuole che più agevolmente le donne collaborino alla costruzione di una società nuova e più giusta – affermava Mattei –, è suo compito far sì che tutti gli ostacoli siano rimossi dal loro cammino, e che esse trovino al massimo facilitata ed aperta almeno la via solenne del diritto, perché molto ancora avranno da lottare per rimuovere e superare gli ostacoli creati dal costume, dalla tradizione, dalla mentalità corrente del nostro Paese». E in questo percorso costituente, di ostacoli da costume, tradizione e mentalità ne incontreremo diversi e sempre legati a un’idea che permane della donna, e che proprio le costituenti contrastano dal di dentro, non sempre riuscendo, ma seminando lungimiranza per cambiamenti successivi tanto nel diritto di famiglia quanto nel codice penale, pensiamo al delitto d’onore, al matrimonio riparatore, ma anche al divorzio, all’aborto e all’ingresso delle donne in magistratura. Sull’articolo 51, che garantisce “a tutti i cittadini” il diritto di accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, le discussioni in aula sono esemplificative degli ostacoli culturali, di una differenza di passo di emancipazione tra i generi della Costituente. Le donne chiedono che quel diritto d’ingresso allarghi la dicitura a “tutti i cittadini di ambo i sessi”, sanno che scrivere cittadini non è sufficiente. E affiancano questa rivendicazione a un’altra: sopprimere la subordinazione di tale diritto all’espressione “conformemente alle loro attitudini”.

“Attitudine”, riferito al diritto all’accesso a un lavoro, un incarico, una carica elettiva, è parola tranello. Le costituenti l’avvertono subito che è un termine che si legge “non è cosa da donne”, che per genere non si possono ritenere adatte. Un presentimento che si materializza negli interventi di alcuni costituenti quando il dibattito verte sulle donne in magistratura. “La donna, in determinati periodi della sua vita, non ha la piena capacità di lavoro”, “la ragione della diffusa ostilità nella maggioranza di fronte a una donna giudicante sta nella prevalenza che nelle donne ha il sentimento sul raziocinio”, “dove si deve arrivare alla rarefazione del tecnicismo, è da ritenere che solo gli uomini possano mantenere quell’equilibrio di preparazione che più corrisponde per tradizione a queste funzioni”. Siamo volubili perché in balìa dei cicli mestruali e dei sentimenti e quindi incapaci nel giudizio: questo il sunto. L’emendamento, presentato in aula dalla democristiana Maria Federici, in cui si chiede la cancellazione del passaggio sulle attitudini, e la sostituzione con “secondo i requisiti stabiliti dalla legge”, le costituenti lo scrivono insieme.

Non è sempre facile trovare un compromesso. Nilde Iotti racconta: «Non avevamo ancora l’abitudine di avere degli scambi di idee fra di noi, ora che eravamo chiamate a condurre un’azione comune per l’affermazione dei diritti delle donne nella Carta costituzionale: successe però che quasi istintivamente riuscimmo a trovare delle posizioni comuni, conducendo un lavoro prezioso, anche se non molto visibile, all’interno dei nostri gruppi parlamentari per arrivare alla stesura degli articoli fondamentali della Costituzione, che riguardavano l’uguaglianza di fronte alla legge, nel lavoro e nella famiglia». Il tema dell’eguaglianza nel lavoro nella famiglia sarà centrale, nessuna mette in discussione che si tengano insieme. A tutte è chiara la necessità di dover conciliare il lavoro con la cura, ma all’articolo 37, sulle parole essenziale “missione” o “funzione” familiare, rivolte al ruolo della donna all’interno della famiglia iniziano i primi distinguo tra comuniste e democristiane. La parola “missione” sembra richiami troppo a un tempo che aveva confinato la donna nel focolare domestico nei ruoli di madre e moglie e anche il compromesso che si raggiunge sulla “essenziale funzione familiare” verrà vissuto da alcune come una gabbia che cristallizzava la donna in un ruolo che nel tempo si declinerà in quella cultura che si tramanda e da cui deriva un gender gap salariale e di condivisione del lavoro di cura. Iotti, unica costituente nella prima sottocommissione dedicata ai diritti e doveri, porta avanti una strenua difesa sull’eguaglianza all’interno della famiglia, che ritroviamo negli articoli 29/30/31 che riguardano l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, e l’eguale “dovere e diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio”. Un’eguaglianza, questa morale e giuridica, che entra in contrasto con tanti articoli del codice civile e penale, in cui il pater familias era capo assoluto di un nucleo che sarà oggetto di discussione rispetto all’interpretazione di una società naturale fondata sul matrimonio. Discuteranno innanzitutto tra loro, le donne, e spesso riusciranno a trovare una convergenza, nonostante le differenti appartenenze, su diversi temi. Non però ad esempio sull’indissolubilità del matrimonio, su cui in aula si dibatte tanto e che spacca Dc e Pci, si chiede il voto segreto e, a sorpresa, la cancellazione della parola “indissolubile” passa per soli tre voti, aprendo di fatto la strada alla legge sul divorzio, che senza la presenza di quel termine non entrerà in contrasto con la Costituzione. Ma a proposito di matrimonio e indissolubilità, c’è una storia che riguarda una coppia di costituenti, entrambi comunisti: Teresa Noce e Luigi Longo. Il 28 novembre 1953, Noce legge in un trafiletto sul Corriere della Sera: il vicesegretario del Pci Longo ha divorziato dall’onorevole Noce. Ma il divorzio ancora non esiste e per l’annullamento occorre andare a San Marino. Teresa Noce non è andata in nessun luogo, né firmato nessuna carta, e così scrive una smentita al giornale, visto che la direzione del partito non risponde. Ma la notizia è vera e al partito non gradiscono, né la

rettifica, né la richiesta di Noce che Longo venga richiamato dalla Commissione centrale controllo. Perché il Pci non può avere una doppia morale, una pubblica e una personale. E invece, la storia finisce con Noce, la partigiana Estella, colei che aveva condotto il primo sciopero delle donne in Fiat dopo la prima guerra mondiale, che aveva organizzato quell’importante esperienza di solidarietà che erano i “Treni dei bambini”, la donna che fu tra le 5 costituenti chiamate a scrivere la Costituzione, viene espulsa dalla direzione del Pci e non più candidata, mentre Longo sostituirà Togliatti, diventando segretario del Pci. Noce, d’altra parte, aveva un antecedente non di poco conto: contraria alla ratifica dei Patti Lateranensi, stipulati dal fascismo nel 1929, scelse di astenersi nonostante la linea dettata da Togliatti fosse quella di votare a favore. «Mi ricorderò̀ sempre quelle facce voltatesi a guardarmi come un sol uomo. Ero la prima. Poi, Marchesi, che era giunto in ritardo, votò no, tranquillo, senza aver chiesto il parere a nessuno». Di Vittorio, per non votare, abbandonò l’aula.

Ma c’è un’altra donna che avrebbe voluto votar contro l’articolo 7, ritenendo i Patti lateranensi un retaggio fascista incompatibile con uno Stato laico e democratico, ma non lo fa per disciplina nei confronti del partito, obbedisce e, pur esprimendo la propria contrarietà, vota a favore, senza però perdonare, rifiutando nel ’48 la ricandidatura: Teresa Mattei, la partigiana Chicchi, quella che Togliatti chiama “la maledetta anarchica”. Quella a cui, nel’47, il Migliore chiede di abortire, essendo rimasta incinta di un uomo sposato, uno scandalo anche per un partito come il Pci. Chicchi non si scompone, a 16 anni era partita da sola per Nizza, per portare denaro e messaggi ai fratelli Rosselli; a 17 era stata radiata da tutte le scuole del regno per aver zittito il professore che al liceo esaltava le leggi razziali; si era laureata davanti a una commissione universitaria composta in fretta e furia per coprirla durante una fuga dai tedeschi, dopo aver fatto saltare in aria 14 vagoni carichi di esplosivo… Mattei, la più giovane delle costituenti, con una postura che si ripete e non sempre è gradita agli uomini di partito, risponde a Togliatti: «Le ragazze madri in Parlamento non sono rappresentate, dunque le rappresento io». D’altra parte Mattei affermava: «Ho sempre pensato che se una cosa è sbagliata, non può essere giusta solo perché lo dice il partito». E il partito, come le era capitato al liceo con il fascismo, la radia: nel 1955, Togliatti fa scrivere per “indegnità politica e morale”, una motivazione a cui Mattei si oppone, minacciando di portare il Migliore in tribunale, assistita niente meno che da Piero Calamandrei. Togliatti batte in ritarata, cambia la motivazione in «dissenso politico». «Una motivazione onorevole», chiosa lei. «Anche ai compagni non piacciono le donne che non sanno stare al loro posto». Il commento di Teresa Mattei vale per diverse costituenti ieri, per molte donne di oggi, i femminicidi ne sono espressione. Ma lo scegliere dove stare, schierarsi, posizionarsi in un posto diverso da quello che si vive sbagliato, stretto, ingiusto, diseguale è da sempre la declinazione del parteggiare. Dovrebbe essere, gramscianamente, la declinazione di un vivere pieno. Vivere vuol dire essere partigiani, partigiane. Schierarsi, contro il proprio partito quando esprime una posizione non condivisibile, contro le leggi quando sono ingiuste, contro i governi quando reprimono le libertà di manifestare, condannano i soccorsi in mare, sottraggono denaro pubblico all’istruzione, alla sanità, al lavoro, all’abitare, al sociale per spenderlo in armi. Parteggiare vuol dire riempire di significato e azione gli articoli della Costituzione che con il tempo rischiano di essere espressione di una eguaglianza formale e non sostanziale. Non andate ad aspettare il tempo, che il tempo non aspetta noi, diceva Angela Guidi Cingolani, parlando per la prima volta dagli scranni di Montecitorio, un luogo oggi più che mai svuotato del significato costituzionale che l’Assemblea gli aveva assegnato. Sono passati 80 anni e ancora bisogna andare a conquistare la rossa primavera, sotto la guida, in una notte che appare ancora nera, di una stella polare, la Costituzione…

E allora avanti, Libere, partigiane, costituenti… Buon 25 aprile!

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