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A colloquio con Marilena Grassadonia
Responsabile Diritti e Libertà, Segreteria Nazionale di Sinistra Italiana · A cura di Dino Facchini
Dino: sei tornata recentemente da un viaggio a Cuba con il secondo convoglio umanitario di «Let Cuba breathe» (lascia respirare Cuba). Su cosa si fonda la speranza che il popolo cubano possa resistere all'attacco criminale di Donald Trump?
Marilena: le interlocuzioni riservate tra Stati Uniti e governo cubano ci sono sempre state ma è evidente, soprattutto a chi conosce bene questa lunga storia, che in questa fase storica la diplomazia si trova di fronte a un passaggio sempre più stretto. La speranza oggi è essenzialmente legata alla grande mobilitazione di solidarietà da parte dei popoli di tutto il mondo per il popolo cubano. Il convoglio «Let Cuba Breathe» ha portato a Cuba cittadini dall'Italia, dal Messico, dagli Stati Uniti, dalla Spagna. La sensazione è che a questo punto organizzare la solidarietà sia l'unica azione che può fermare il disastro. Cuba ha da sempre lavorato incessantemente su questo; esiste un ente governativo, l'ICAP, che lavora proprio «sull'amicizia di Cuba con i popoli», ciò denota il profondo senso politico della solidarietà nella storia di Cuba.
Dino: Hai visto una parte importante dell'organizzazione sociale di Cuba. Lo stato sociale di Cuba è una eccezione in America Latina e rappresenta uno dei motivi di fondo per cui Cuba è vissuta come un pericolo costante dagli Stati Uniti e come un esempio da perseguire per le forze progressiste e di cambiamento. Che impressione ne hai ricavato in questa fase, caratterizzata da un inasprimento feroce del «bloqueo» americano?
Cuba ha nella storia costruito la sua organizzazione su due pilastri fondamentali, l'istruzione e la sanità pubblica. Basta guardare la società americana per capire come tutto questo vada in corto circuito con l'organizzazione capitalista diffusa. In questa fase difficilissima è evidente come la dignità del popolo cubano continui a passare attraverso il tenere in piedi, nonostante la situazione oggettivamente complicata, questi due pilastri.
Marilena: durante la nostra missione abbiamo visitato piccole cittadine che nonostante i black out continui e la mancanza di generi di prima necessità (dai medicinali alle garze sterili) fanno di tutto per garantire le cure necessarie a chi ne ha bisogno. Abbiamo visto bambini giocare per strada scalzi e con un pallone sgonfio e poi, la mattina dopo, quegli stessi bambini vestiti di tutto punto a scuola, dentro classi tenute in piedi dalla straordinaria volontà di insegnanti e dalla capacità di resistenza e resilienza di un popolo. L'impressione racconta chiaramente la dignità di un popolo che nella sua storia è da sempre costretto a farcela da solo e che non sembra abbia nessuna intenzione di mollare.
Dino: la grande maggioranza del popolo cubano, nonostante le terribili condizioni di vita quotidiana determinate dall'embargo pluridecennale, appare unita nello sforzo per difendere la propria indipendenza, disposta persino a combattere per respingere l'aggressione statunitense. Se non ci fosse questa sostanziale, forte, unità di intenti, a Cuba oggi potrebbe esserci anche un clima e un pericolo di guerra civile, proprio ciò che Trump e Rubio avrebbero auspicato. Tu come valuti questo alto livello di resistenza del popolo e del governo cubani?
Marilena: ogni piccola comunità ha il suo responsabile della difesa. Una persona che conosce i suoi concittadini e sa cosa ognuno di loro può e deve fare per difendere il proprio territorio in caso di attacco armato. Una organizzazione capillare e distante dal nostro immaginario ma che a Cuba trova posto nella storia di un popolo che vive nel mito della rivoluzione, di Fidel e del Che, e che prova a tenere in vita questo sogno anche in questa fase. Ciò non vuol dire che non ci sia anche una parte di popolazione stanca di una vita fatta di sacrifici ma ciò non credo corrisponda alla reale possibilità di organizzarsi per una opposizione interna all'attuale governo cubano. Quello che preoccupa profondamente è che l'intervento statunitense possa far esplodere le contraddizioni interne senza però, come purtroppo Trump ci ha ampiamente dimostrato, avere a cuore il futuro del popolo cubano. È per questo motivo che la preoccupazione è alta perché, dietro a minacce e azioni statunitensi, si intravede solo un interesse economico e non quello sociale e umanitario.
Dino: la partecipazione del popolo cubano, dai Comitati di caseggiato a quelli di quartiere, dalla presenza in tutti gli snodi della vita sociale e civile sino alla elezione degli organismi istituzionali più elevati, penso sia uno dei tratti rilevanti della vita pubblica e politica a Cuba. Alla luce della tua esperienza diretta, quali sono i pregi ed eventualmente anche i limiti di questa organizzazione della società e dello Stato cubano?
Marilena: mi ha molto colpito il modo in cui le persone raccontano la loro storia e la loro voglia di resistenza. I temi, l'enfasi, i ragionamenti sono gli stessi sia se a farli è il presidente cubano o l'insegnante della piccola cittadina montana. Chi gestisce un ospedale organizza i turni pensando a risparmiare sul carburante ma nello stesso tempo facendo i conti con l'organizzazione familiare di infermiere e medici. Ogni persona sa che ogni sua azione condiziona la vita degli altri; questo determina il sentirsi parte di una storia più grande che tutti contribuiscono a scrivere e a tenere in vita.
Dino: infine, quale valore viene dato dalle autorità e dai cittadini che hai incontrato alla solidarietà internazionale e — in particolare — all'amicizia che Sinistra Italiana ha manifestato verso Cuba in tutti questi anni difficili?
Marilena: un valore enorme. Cuba conosce e riconosce il nostro esserci stati, sempre. Oggi come Sinistra Italiana abbiamo deciso di sostenere fattivamente il popolo cubano attraverso una campagna di donazioni che ha portato a raccogliere più di 35.000 euro, cifra che servirà in parte per l'acquisto di un nuovo generatore di corrente nell'ospedale di Contramaestre nella provincia di Santiago. È stato un viaggio straordinario. Mi è bastato osservare gli sguardi della direttrice dell'ospedale mentre apriva gli scatoloni pieni di medicinali, l'emozione dell'insegnante che raccontava di come organizzano i turni per non lasciare fuori nessun bambino in una scuola distrutta dall'uragano Melissa, la gratitudine di una piccola comunità mentre portavamo in un piccolo consultorio dei pannelli solari che daranno la possibilità al presidio medico di funzionare meglio e alle famiglie che abitano vicino di avere un po' di acqua calda. È bastato questo per capire che stiamo facendo la cosa giusta, l'unica possibile per chi fa come noi dà alla solidarietà anche un valore politico oltre che sociale.
Cuba no está sola.
Meritocrazia e poteri in Cina: luci ed ombre
Terzo articolo di Antonella Maconi · I primi due in Archivio
Succede, con alterne vicende, da più di 2500 anni, cioè a partire dal VI secolo a.C., ben prima di Aristotele e della Repubblica di Platone. È la Meritocrazia Politica cinese, cioè il governo dei migliori, che, ispirata da filosofi come Confucio (550 a.C.) e i suoi successori (Mozi, Mencio), dirige l'amministrazione dello Stato.
Secondo Confucio e i suoi seguaci, il sovrano doveva governare con giustizia e umanità: se governava in modo tirannico e perdeva il sostegno del popolo, poteva essere legittimamente rovesciato. Il benessere del popolo era il criterio principale della legittimità politica. I filosofi non erano solo degli intellettuali, ma molti di loro furono ministri e primi ministri, e l'impostazione data da Confucio e da molti mandarini nei secoli successivi fu quella di non essere al servizio dell'imperatore, ma della Vera Via, cioè del buon governo.
Ciò fu possibile creando una élite intellettuale-politica molto agguerrita, reclutata per chiara fama o per titoli ed esami, mai per nascita, in grado di modellare la mente degli imperatori e di indirizzarne gli atti. La forza dell'Impero è stata quindi la sua capacità di governare egemonizzando la società, nel senso individuato da Antonio Gramsci, usando cioè un ceto di intellettuali organici a stretto contatto sia con il popolo che con lo stato.
Il legame tra confucianesimo e potere si mantenne per tutta la durata del potere imperiale, fino al 1912, per diventare poi estremamente conflittuale nel 1949 con la presa del potere da parte di Mao Zedong, che lo considerava un pericoloso retaggio del passato e lo combatté duramente negli anni della Rivoluzione Culturale dal 1969 al 1976. L'impostazione etica confuciana si è quindi estinta come sistema di governo, ma è rimasta nel corpo vivo della Cina come una specie di anima politica del paese e, nonostante continui rivolgimenti epocali, i caratteri fondanti della civiltà cinese sono rimasti intatti.
L'eredità confuciana è presente oggi, non solo nella dimensione etica del Partito-Stato, ma anche nel criterio meritocratico che regola il reclutamento dei suoi membri e istituisce la sua gerarchia interna. A cominciare, infatti, da Deng Xiaoping, si è formata una classe dirigente con grandi competenze e un elevatissimo livello culturale.
Il Dipartimento dell'Organizzazione
Di ciò si occupa il Dipartimento dell'Organizzazione del Comitato Centrale del Partito Comunista: il processo inizia con il reclutamento annuale di giovani laureati da inserire nei contesti controllati dallo stato: amministrazione pubblica, le imprese statali, le università. I nuovi assunti entrano al livello più basso, e da lì inizia un processo di valutazione rigorosa e continua e di promozione attraverso quattro ranghi manageriali. I più promettenti raggiungono il secondo e terzo livello, nel quale si gestiscono città e province con milioni di abitanti oppure aziende con centinaia di milioni di dollari di fatturato.
Per dare un'idea del rigore del processo di selezione, nel 2025 sono stati nominati 900.000 funzionari di primo livello, 600.000 al secondo e 40.000 al terzo. Sono poi pochissimi i talenti che riescono a salire ancora di alcuni ranghi fino ad accedere al Comitato Centrale. L'intero processo può richiedere 2 o 3 decenni, e la maggior parte di coloro che ci arrivano avrà maturato esperienza gestionale in quasi ogni aspetto della società cinese. Dopo uno o due mandati come membri del Comitato Centrale, pochi eletti verranno promossi a membri del Politburo. Dei 25 membri del Politburo eletti al XIX Congresso, 17 avevano gestito province più grandi della maggior parte dei paesi del mondo e budget superiori a quelli di una nazione di medie dimensioni.
Il percorso di Xi Jinping è emblematico: nei trent'anni del suo percorso manageriale, da vice-capo di contea a membro del politburo, ha gestito aree con popolazioni totali di oltre 150 milioni di persone e PIL confrontabili con quelli di paesi come la Spagna. Occorre aggiungere che Xi ha un grado di istruzione molto alto, che va dalla Laurea in Chimica a due dottorati in Legge e Filosofia politica, e il curriculum dei suoi due predecessori è altrettanto elevato.
Il capolavoro: l'eliminazione della povertà
Bisogna riconoscere che il capolavoro di questa meritocrazia è stata l'eliminazione della povertà: la regia del programma è stata assicurata da una infrastruttura informatica dedicata che ha permesso di incrociare i dati degli 850 milioni di persone (situazione lavorativa, nucleo familiare, scolarità, situazione sanitaria...) e ha portato alla costruzione di 10 milioni di km di strade rurali, ha esteso l'elettricità a 100 milioni di persone, fornito acqua potabile a 60 milioni di residenti rurali, ha fornito istruzione gratuita a 500.000 studenti rurali, interventi mirati sulla sanità e creato 50 milioni di posti di lavoro.
Partito e Stato: due gerarchie coincidenti
La Cina di oggi viene governata a tutti i livelli da due gerarchie di fatto coincidenti, quella dello Stato e quella del Partito. Dal punto di vista legale, Stato e Partito sono due entità separate: Xi Jinping guida il Partito e Li Qiang guida il governo centrale. In pratica, però, le due funzioni sono strettamente collegate, perché Xi è anche il Presidente della Repubblica e Li Qiang è anche membro permanente del comitato centrale del Politburo. Questa fusione è replicata nei livelli inferiori: il sindaco di una città, per esempio, è anche vice-segretario del partito locale, ed è il Partito, in ogni caso, che nomina i funzionari.
Questa integrazione tra amministrazioni e partito e la grande competenza e capacità di governo a tutti i livelli fa sì, per esempio, che il governatore di una provincia delle dimensioni di un grande paese occidentale sia in grado di dirigere e indirizzare l'economia della sua giurisdizione, possa cancellare vecchie regole e crearne di nuove, possa influenzare gli investimenti delle imprese del suo territorio e facilitare i finanziamenti bancari alle aziende. Quindi si capisce come, dietro ogni storia di successo della Cina contemporanea, si trovi un governo locale che l'ha pensata e sperimentata.
Il rovescio della medaglia: corruzione e potere militare
Il rovescio della medaglia è che il decentramento promosso da Deng ha prodotto uno sviluppo a rotta di collo durato vari decenni e le province hanno gestito lo slancio economico trattenendo per sé gran parte delle entrate fiscali. Ciò ha prodotto un enorme aumento della corruzione a tutti i livelli. La corruzione della Cina in quegli anni era diventata politicamente insostenibile, dando luogo a un malcontento che minacciava il prestigio stesso del Partito.
La svolta è arrivata su una scala impressionante: dal 2013 al 2023 sono stati indagati e processati 5.400.000 membri del partito e le indagini non hanno risparmiato alcune delle figure di più alto rango della politica cinese. Una delle politiche anticorruzione di Xi è costituita dagli «Otto Regolamenti», cioè un codice di condotta per i pubblici ufficiali ispirato alla frugalità confuciana: chiunque dimostri beni e tenore di vita lussuosi è soggetto ad accertamenti. L'effetto Xi ha depresso i consumi di lusso, ma ha migliorato nettamente i bilanci delle imprese di Stato.
È evidente comunque che la battaglia è ancora in corso: i recenti episodi di rimozione dalle cariche e di epurazione rivelano che la corruzione è insita nella struttura stessa dello stato. L'esercito di Liberazione della Repubblica Popolare non è un esercito come in qualunque altra nazione, è l'esercito del partito, e ciò crea un paradosso unico in quanto è il principale garante della sopravvivenza del partito, ma è anche l'unica forza organizzata che potrebbe abbatterlo. Per questo, ogni leader politico, da Mao in poi, ha una unica, vera ossessione: nell'esercito la lealtà politica deve superare la competenza tecnica.
Xi Jinping ha ereditato tutto questo e ha deciso di cambiare le cose: dal 2016 ha iniziato una vera e propria guerra interna togliendo letteralmente il libretto degli assegni dalle mani dei generali. Si sta aprendo perciò uno scontro politico senza precedenti perché, nel caso dei due ultimi generali epurati, si parla non solo di corruzione, ma di aver «minato il sistema di responsabilità del Presidente», frase sibillina che nasconde la parola «tradimento». Queste ultime «purghe» ci dicono che la stabilità di Xi è probabilmente garantita, ma per quanto tempo? E a quale prezzo?
Fonti: Pino Arlacchi, «La Cina spiegata all'Occidente», Fazi Ed. 2025 · Vito Mancuso, «I quattro Maestri», Garzanti, 2020 · Simone Pieranni, «Chi comanda in Cina?», YouTube
In Cina si vota, ma non come immaginiamo
di Simone Pieranni
Incontri bilaterali: Stati Uniti/Cina — Russia/Cina
di A.M.
Xi – Trump
Per Trump è stato il vertice più grandioso di sempre; per alcune fonti sembra sia stato un grandioso fallimento, per altre ancora pare non sia andato poi così male. Fatto sta che ambedue i leader avevano bisogno, entrambi per ragioni interne, di portare a casa qualcosa di positivo, se non altro di stabilizzare le relazioni bilaterali.
L'incontro è stato molto cordiale, ma di ben poca consistenza: Trump è stato accolto in pompa magna, ma dal Vicepresidente Han Zheng che non è neanche più nel Politburo, quindi non ha particolare potere. Alla fine dell'incontro non c'è stato alcun comunicato congiunto, ma due comunicazioni separate, peraltro piuttosto divergenti nei contenuti:
Nel comunicato cinese Xi Jinping ha sottolineato che «la questione di Taiwan è la più importante nelle relazioni sino-americane: se gestita bene può contribuire a mantenere la stabilità complessiva nelle relazioni bilaterali; se gestita male i due paesi potrebbero scontrarsi se non addirittura entrare in conflitto... si auspica la massima cautela».
Nel comunicato americano non c'è alcun cenno a Taiwan; si auspicano invece ampliamenti dell'accesso al mercato cinese e aumenti degli investimenti cinesi nelle industrie americane. Il comunicato prosegue affermando che le due parti caldeggiano la riapertura del golfo di Hormuz e che l'Iran non potrà mai dotarsi di armi nucleari: peccato che nel comunicato cinese non vi siano conferme né smentite.
Quando Xi Jinping ha posto la questione della Trappola di Tucidide come «una domanda posta dalla storia e dal popolo», Trump ha risposto che aveva davanti un grande leader. L'unica cosa concreta sul piano diplomatico sembra essere la proposta di «stabilità strategica costruttiva» di Xi, che si articola in 4 punti: stabilità positiva basata sulla cooperazione, stabilità benigna con competizione moderata, stabilità normale con divergenze gestibili, stabilità duratura con prospettive di pace.
Anche sul piano commerciale il risultato è stato essenzialmente preliminare. I 500 Boeing che Trump voleva vendere a Pechino, sono diventati 200, con una caduta immediata del titolo del 4,6%. Pechino acquisterà 17 miliardi di dollari all'anno in prodotti agricoli statunitensi. Nulla è stato detto per quanto riguarda l'estensione della tregua commerciale sui dazi.
Xi – Putin
Stavolta il funzionario che ha accolto Putin è stato il Ministro degli Esteri e membro del Politburo, cioè il più alto in grado nella gestione delle relazioni con gli altri paesi. I due leader hanno ribadito ed esteso il trattato di buon vicinato, amicizia e cooperazione in vigore dal 2001 e affermato l'idea di un ordine mondiale multipolare.
Alla fine dell'incontro è stato rilasciato un comunicato comune, dal quale si deduce un maggior grado di convergenza politica, ma con risultati economici poco soddisfacenti: sono stati firmati una ventina di accordi commerciali bilaterali, ma molto settoriali (trasporto transfrontaliero, economia digitale, IA, energia nucleare civile...). L'integrazione energetica rappresenta il vero punto di stallo: non c'è stato accordo, né sul prezzo né sui volumi, sul gasdotto Power of Siberia 2, che permetterebbe alla Russia di esportare molto più gas verso la Cina.
Sul piano diplomatico: ferma condanna dell'attacco all'Iran, della cattura di Maduro e delle interferenze a Cuba; una presa di posizione decisamente anti-americana. Xi e Putin accusano apertamente Trump di irresponsabilità per aver impedito la proroga del trattato START (non proliferazione nucleare).
Concludendo molto schematicamente: la Cina si è collocata al centro, sfruttando la crescente dipendenza russa e l'incertezza strategica statunitense; la partnership con la Russia è apparsa prioritaria, ma è Xi che detta le condizioni, con molta prudenza.
La Cassetta degli Attrezzi
IL SIGNORAGGIO DEL DOLLARO: 2 — I Petrodollari
di Alberto Giuliani
Cosa sono i petrodollari?
Il termine «petrodollari» indica i proventi in dollari statunitensi derivanti dalla vendita del petrolio da parte dei paesi esportatori, in particolare quelli del Golfo Persico e del Medio Oriente. Il concetto nacque concretamente negli anni Settanta, dopo gli shock petroliferi del 1973 e del 1979, quando il prezzo del greggio subì aumenti vertiginosi e i paesi membri dell'OPEC accumularono enormi surplus commerciali denominati in dollari.
Il legame con il dollaro non era casuale: fin dagli accordi di Bretton Woods (1944) e, più esplicitamente, con gli accordi USA-Arabia Saudita degli anni Settanta, il petrolio veniva scambiato quasi esclusivamente in valuta americana, consolidando così il ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale.
I petrodollari pongono una serie di questioni di rilievo su più piani:
Sul piano monetario e finanziario, i paesi produttori si trovavano con ingenti riserve in dollari che dovevano essere «riciclate» nel sistema finanziario internazionale — attraverso l'acquisto di titoli del Tesoro americano, investimenti in banche occidentali, o fondi sovrani. Questo processo, noto come «petrodollar recycling», contribuì a rafforzare la finanza internazionale ma generò al contempo squilibri globali.
Sul piano geopolitico, il sistema dei petrodollari conferisce agli Stati Uniti un privilegio strutturale: poiché il petrolio si compra in dollari, tutti i paesi importatori devono detenere riserve in quella valuta, sostenendo di fatto la domanda del biglietto verde indipendentemente dalle politiche monetarie americane. Questa è una delle componenti fondamentali di quello che Valéry Giscard d'Estaing chiamò il «privilegio esorbitante» degli USA.
Sul piano teorico, il sistema dei petrodollari è un caso emblematico di come le relazioni monetarie internazionali non siano neutrali, ma riflettano rapporti di forza politici ed economici — un tema centrale nelle analisi di stampo post-keynesiano e marxista, da Kalecki a Minsky, fino agli studi più recenti sull'imperialismo del dollaro.
In che consistevano gli accordi USA-Arabia Saudita degli anni '70?
Il punto di partenza è la crisi del sistema di Bretton Woods. Nel 1971 Nixon sospese la convertibilità del dollaro in oro, facendo venir meno il pilastro su cui si reggeva l'ordine monetario postbellico. Nel frattempo, l'embargo petrolifero arabo del 1973 aveva quadruplicato il prezzo del greggio, lasciando l'Arabia Saudita con surplus enormi e un bisogno urgente di sicurezza militare e legittimazione internazionale.
Le trattative decisive si svolsero tra il 1974 e il 1975, con protagonisti chiave come Henry Kissinger e il Segretario al Tesoro William Simon. Gli accordi, in parte segreti, si articolarono attorno a uno scambio fondamentale:
Da parte saudita: l'Arabia Saudita si impegnava a denominare tutte le vendite di petrolio esclusivamente in dollari americani; i surplus petroliferi sauditi sarebbero stati reinvestiti in titoli del Tesoro USA e in banche americane.
Da parte americana: gli USA garantivano protezione militare al regime saudita, inclusa la fornitura di armamenti e la presenza di consiglieri militari. Gli investimenti sauditi in titoli del Tesoro sarebbero stati trattati con riservatezza (una clausola mantenuta segreta per decenni).
Le implicazioni strutturali
Poiché il petrolio veniva venduto esclusivamente in dollari, ogni paese importatore era costretto a detenere riserve in quella valuta. Si veniva così a costituire un circuito autoalimentante:
I paesi importatori acquistano dollari per comprare petrolio
I paesi esportatori accumulano dollari e li reinvestono in titoli USA
Gli USA finanziano il proprio debito a costi contenuti e mantengono il signoraggio globale
Da una prospettiva critica, questi accordi possono essere letti come la riconfigurazione imperialista dell'ordine monetario dopo la crisi di Bretton Woods: in assenza dell'oro, il petrolio divenne il nuovo «ancoraggio reale» del dollaro, ma un ancoraggio politicamente costruito attraverso alleanze militari e accordi di potere. Non è un caso che i paesi che hanno tentato di svincolarsi dal sistema — dall'Iraq di Saddam Hussein che nel 2000 iniziò a vendere petrolio in euro, alla Libia di Gheddafi che progettava un dinaro aureo africano — abbiano poi subito interventi destabilizzanti.
Alberto Giuliani
SALARIO MINIMO — Secondo articolo
di Giovanni Contarini
Nel primo articolo dello scorso numero, dedicato ad una veloce introduzione al salario minimo, abbiamo provato a dare uno sguardo riassuntivo al suo utilizzo nel mondo, per poi soffermarci sul lavoro di alcuni economisti che, avanzando il dubbio, con dati e teorie, dell'esistenza di un danno potenziale di questa politica, hanno fatto esplodere dagli anni '90 fino ad oggi un'intensa letteratura economica tra chi porta evidenze contrarie e chi favorevoli, senza un vero vincitore.
Arrivati a questo punto, però, è interessante concludere la nostra breve discussione riportando un paper che sta attirando crescente attenzione, dal titolo «Minimum wages at a Turning Point?» (pubblicato dalla Munich Society for the Promotion of Economic Research) e che potrebbe essere l'inizio di una comprensione definitiva del rapporto tra salario minimo ed aumento di disoccupazione.
I tre autori del paper — Balázs Égert, Jarmila Botev e David Turner — ipotizzano che tra salario minimo e disoccupazione non ci sia una relazione lineare, ma una funzione a forma di «gobba» in cui, se il tetto inferiore per legge rimane sotto ad una certa soglia, gli effetti sul numero di occupati sono positivi, mentre, una volta superata, il mercato del lavoro risponde licenziando lavoratori altrimenti impiegati.
Il paper si propone di fare uno studio empirico aggregando tutti i paesi OCSE che dispongono di questa normativa. Entrando nella parte tecnica della ricerca, gli autori, per misurare in modo omogeneo il livello del salario minimo nei diversi stati del campione, introducono una misura molto nota in economia del lavoro, l'indice di Kaitz, che esprime il rapporto percentuale tra il salario minimo per legge e il salario mediano nazionale, nell'ottica poi di mettere in relazione questa variabile con un possibile effetto sull'occupazione a seguito dell'introduzione della normativa sul salario minimo.
Quali sono dunque le evidenze empiriche della ricerca? In breve, a seguito di un'analisi aggregata di dati osservati dal 1985 al 2020, lo studio si conclude validando l'ipotesi degli autori e identificando la soglia di svolta del salario minimo (il threshold) — in cui gli effetti sull'occupazione tendono da positivi a diventare dannosi — attorno a un indice di Kaitz del 51%, con effetti marginali negativi più pesanti per i lavoratori giovani ed anziani. Lo studio, inoltre, conclude, a seguito di diversi confronti statistici, che la presenza di un pesante cuneo fiscale e di stringenti normative a protezione del lavoro peggiorano i danni occupazionali, i quali però possono essere compensati dall'introduzione di Politiche Attive del Lavoro (PAL).
La spiegazione teorica dei dati proposta nella ricerca rappresenta una sintesi tra il paradigma neoclassico e le ipotesi opposte di David Card ed Alan B. Krueger: le imprese, lasciate senza vincoli, assumono meno e a un salario minore a causa di una fisiologica mancanza di concorrenza, e il salario minimo corregge queste inefficienze fin tanto che raggiunge un punto di equilibrio in cui arriva a corrispondere alla produttività marginale dell'ultimo lavoratore assunto; superata questa soglia (il 51% del salario mediano), le aziende non trovano più profittevole il numero di salariati impiegati e cominciano a licenziare i lavoratori «in eccesso», come in origine prescriveva la teoria neoclassica.
Quali sono le conclusioni che possiamo trarre da questo excursus nella letteratura del salario minimo? Molto in generale, si può concludere in modo fondato che:
qualsiasi salario minimo italiano fino ad almeno 7 euro lordi (facendo un breve calcolo molto conservativo, prendendo i dati da un report ISTAT del 2022) non danneggerebbe ma anzi sosterrebbe l'occupazione in termini aggregati;
in un paese come l'Italia ad alta presenza di Normative sulla Protezione per l'Impiego (NPI) è necessario accompagnare l'introduzione del salario minimo con forti Politiche Attive del Lavoro;
prima dell'introduzione del salario minimo è desiderabile una riduzione del cuneo fiscale sul lavoro (parecchio alta in Italia), che, oltre ad essere di per sé giusta nell'ottica di cercare risorse per lo stato anche al di fuori del reddito dei cittadini, permetterebbe di ridurre il rischio di imprevisti effetti negativi sull'occupazione.
In altre parole, per concludere, non ci sono evidenze scientifiche che il salario minimo sia una proposta «populista» (come propagandato da una chiara area politica) né che sia inequivocabilmente dannosa per la società, ma al contrario esistono forti riscontri per cui, con giusti accorgimenti legislativi che accompagnano questa normativa, entro alcuni limiti, un tetto inferiore ai salari per legge è una proposta sia desiderabile che doverosa.
Giovanni Contarini
Ragionando pacatamente di immigrazione
Nota 2 del 29 maggio 2026 · di Carlo Melegari
Per stare solo a dati attendibili e facendo riferimento solo a studiosi autorevoli...
Come estensore delle note di questa sezione mi sembra giusto che i lettori sappiano a quali «dati ritenuti scientificamente attendibili» e a quali «studiosi ritenuti scientificamente autorevoli» io faccia più diretto e frequente riferimento.
Per quanto riguarda i dati, si tratta anzitutto di quelli offerti dal Cestim nelle elaborazioni in tabelle, grafici e schede illustrative della sociologa Gloria Albertini. Essi vengono:
dal Dossier Statistico Immigrazione che dal 1991 esce ogni anno ad ottobre (www.dossierimmigrazione.it)
dai Rapporti periodici sui migranti nel mondo, in Europa e in Italia, pubblicati dalle Nazioni Unite, dall'Istat e da altri prestigiosi Istituti di ricerca pubblici e privati.
Per quanto riguarda gli studiosi di sicura competenza, il riferimento sarà prioritariamente agli autori dei seguenti tre libri:
H. De Haas, Migrazioni, Einaudi 2024, pp. 616
M. Ambrosini - F. Campomori, Le politiche migratorie, Il Mulino 2024, pp. 302
S. Allievi, Diversità e convivenza, Laterza 2025, pp. 172
Nel primo libro si decostruiscono criticamente gli stereotipi più diffusi sulle migrazioni.
«È vero che l'immigrazione è fuori controllo? Il cambiamento climatico aumenterà il numero di rifugiati? Le restrizioni riescono a limitare gli ingressi? Partendo da trent'anni di studi sui flussi migratori globali, De Haas scardina decine di luoghi comuni e offre una prospettiva nuova e definitiva su uno degli argomenti più divisivi del nostro tempo. Hein de Haas, direttore dell'International Migration Institute dell'Università di Oxford, mette a confronto gli slogan della propaganda con i dati, il punto di vista dei Paesi di destinazione con quello dei Paesi d'origine, le ragioni di chi parte e quelle di chi vede cambiare il proprio mondo. Lo scopo è opporsi ai falsi miti che inquinano il discorso pubblico e dotare cittadini e istituzioni di una bussola per orientarsi in una realtà complessa. Il risultato è un libro basato sui fatti, capace di gettare una luce diversa su un fenomeno sotto gli occhi di tutti, ma spesso mal compreso.»
Nel secondo libro si trattano le problematiche della governance delle migrazioni
«Le politiche migratorie investono la gestione dei confini, la risposta all'immigrazione irregolare, il trattamento dei rifugiati, ma anche tematiche interne allo spazio nazionale che toccano corde profonde, come la cittadinanza, l'integrazione dei nuovi arrivati, la relazione con la diversità culturale e religiosa, il contrasto verso razzismi e discriminazioni. Questioni complesse, su cui occorre riflettere sulla base di dati obiettivi, risultati di ricerca, comparazioni internazionali. Con questo obiettivo, il testo fornisce ai lettori una guida chiara e organica per orientarsi e approfondire l'argomento. Derivante dall'esperienza di ricerca e di insegnamento degli autori, è suddiviso in due parti: una verte sulle politiche dell'immigrazione, l'altra riguarda le politiche per l'integrazione.»
Nel terzo libro si affrontano le conseguenze culturali delle migrazioni
«Le migrazioni sono un fatto, che piaccia o no. E la presenza di un numero significativo di immigrati comporta un cambiamento radicale delle società che li accolgono. La pluralità — culturale, identitaria, religiosa — va conosciuta, indagata e affrontata. Di più: il conflitto non va temuto. Va riconosciuto, accettato, governato. Al di là dello schierarsi pro o contro, del sostenere l'una o l'altra posizione politica sul tema dell'accoglienza o della cittadinanza, quali sono le implicazioni delle migrazioni e della mobilità umana? Qual è l'orizzonte verso il quale stiamo andando, quali gli scenari che si aprono, le difficoltà che dovremo affrontare, le soluzioni a disposizione? Quel che è certo è che non possiamo permetterci di sottovalutare le conseguenze della pluralità culturale e religiosa che caratterizza aree sempre più vaste del mondo. In questo libro, le analisi e le riflessioni di uno degli studiosi più accreditati sui temi delle migrazioni e del multiculturalismo.»
https://www.cestim.it/sezioni/dati_statistici/italia/verona/2026-03-13-ALBERTINI_migranti_e_immigrati_nel_mondo.pdf.pdf
Criminali nazisti e fascisti: importante risorsa degli Stati Uniti e della NATO nella Guerra Fredda e per condizionare la politica italiana
Terzo articolo di Giorgio Gabanizza · I due precedenti in archivio
Con lo sganciamento (6 e 9 agosto 1945) di due bombe atomiche statunitensi su Hiroshima e Nagasaki1, in Giappone, che si stava arrendendo, termina la seconda guerra mondiale. L'Europa viene divisa in due blocchi, quello occidentale sotto l'influenza angloamericana e quello orientale sotto l'influenza sovietica (come era stato stabilito nella Conferenza di Yalta tra il 4 e 11 febbraio 1945). Da quel momento l'Italia, liberata dal nazifascismo anche da un vasto movimento partigiano, è a libertà vigilata, può autodeterminarsi solo entro i confini della politica consentita dagli angloamericani.
In particolare gli statunitensi ritengono subito l'ex alleato in guerra, l'URSS, il vero nemico da contrastare e se possibile sconfiggere. Si apre il lungo periodo della «guerra fredda», con qualche momento caldo2. Gli Stati Uniti con la NATO si organizzano contro il comunismo sovietico e contro le organizzazioni socialcomuniste e i movimenti progressisti dei lavoratori, degli studenti, delle donne occidentali.
Chi è più ferocemente anticomunista e antiprogressista dei nazisti e dei fascisti? Ecco fatto: invece di processare e assicurare alle patrie galere i criminali nazisti e fascisti (a parte il processo di Norimberga), parte dei nazisti tedeschi e dei fascisti italiani, compresi coloro che si erano resi responsabili di stermini e crimini efferati, vengono reclutati nei servizi speciali statunitensi — CIA, FBI, servizi NATO — mentre una parte viene aiutata a fuggire e raggiungere paesi dell'America Latina3 con governi compiacenti rigorosamente sotto controllo statunitense.
La NATO non è soltanto una organizzazione militare: con la stipula di documenti aggiuntivi al Patto Atlantico, deve garantire lo status quo filostatunitense e anticomunista, impedire, usando anche la forza, un qualsiasi cambio di rotta politica italiana determinato dalla volontà popolare espressa con le elezioni. I servizi segreti italiani devono collaborare con i servizi angloamericani dai quali dipendere; non sono solo servizi informativi, ma veri e propri agenti attivi che possono usare organizzazioni eversive e terroristiche anticomuniste come quelle nazifasciste.
Successivamente, Ordine Nuovo, organizzazione nazifascista italiana, diventa un utile strumento del terrorismo e i suoi vertici, anche locali, come a Verona e nel Veneto, diventano agenti CIA e NATO e sono protagonisti di stragi come quella di Piazza della Loggia a Brescia.
Sempre su indicazione statunitense i servizi segreti italiani (SIFAR) reclutano i peggiori protagonisti del regime mussoliniano. Lo stesso Alcide De Gasperi conia la formula della «superiore continuità dello Stato» per giustificare la nomina di persone legate al regime fascista nei ministeri, nelle prefetture, nelle questure, nelle amministrazioni provinciali e comunali ed in altri enti pubblici. Già nel 1946 riesce a «riconvertire» oltre 150 spie fasciste collocandole nelle amministrazioni pubbliche4, alcune alle dipendenze dirette della Presidenza del Consiglio.
Dopo il 1948 i governanti italiani, che pur avevano contribuito a varare la Costituzione antifascista, in accordo con gli USA costruiscono in ambito NATO servizi segreti e apparati statali innervati da capi fascisti che collaborano con i servizi statunitensi a loro volta pervasi da gerarchi e criminali nazisti5.
Tutto ciò ci sollecita non solo un giudizio etico e politico, ma ci spiega che questi servizi, queste organizzazioni che agiscono sottotraccia, che operano fuori dalle norme e convenzioni, che ordiscono trame con altre organizzazioni eversive fino a compiere o a fare eseguire, con la strategia della tensione, efferati delitti e stragi sanguinose, non intendono garantire una normale vita democratica in Italia, ma a tenerla rigorosamente fedele alle volontà politiche e agli interessi economici atlantici6.
Va ribadito che l'Italia per autodeterminarsi, per poter essere totalmente libera di governare come vuole, deve liberarsi dai vincoli del Patto Atlantico e dall'asfissiante controllo NATO. Come sarebbe andata in Italia senza la strategia della tensione, senza l'assassinio di Moro, senza la NATO? Ma oggi, più che mai, ci sono ulteriori e impellenti ragioni per ribadire la necessità di abrogare il Patto Atlantico e di sciogliere la NATO, o comunque di uscirne. Al prossimo articolo.
1 Ove morirono entro il dicembre 1945 circa 250.000 persone, chi incenerite subito, chi in seguito per effetto delle radiazioni.
2 Crisi determinata dalla installazione di missili atomici sovietici a Cuba nel 1962 in risposta alla presenza in Turchia e in Italia di missili nucleari USA puntati contro l'URSS. Colpo di stato dei colonnelli in Grecia 1967, colpo di stato in Cile 1973, ecc...
3 L'Argentina di Perón la meta preferita, ma anche Brasile, Cile e Paraguay ove, tra l'altro, esistevano consistenti comunità di espatriati tedeschi.
4 Giuseppe De Lutiis, «Storia dei Servizi Segreti in Italia», Editori Riuniti.
5 Stefania Limiti, «L'anello della Repubblica. La scoperta di un nuovo servizio segreto. Dal fascismo alle Brigate Rosse», Chiarelettere.
6 Tra questi: Otto von Bolschwing, stretto collaboratore di Adolf Eichmann. Il reporter del New York Times Eric Lichtblau documenta il fenomeno del reclutamento di nazisti (ben oltre 1.000) in CIA, in FBI e in servizi segreti NATO da parte degli States nel libro «The Nazis Next Door: How America Became a Safe Haven for Hitler's Men».
7 Il presidente dell'ENI, Enrico Mattei, ex partigiano democristiano, il 27 ottobre 1962 muore per l'esplosione di una bomba sull'aereo sul quale stava viaggiando. Stava operando per l'ENI in medio oriente in forte concorrenza con le sette sorelle (aziende petrolifere statunitensi). Dalle indagini molte tesi portano a mandanti statunitensi, ad ambienti governativi italiani, ad ambienti mafiosi legati alla mafia italoamericana. Stava arrivando alla verità degli attentatori il giornalista Mauro De Mauro che però sparisce nel nulla.
Armi di discussione di massa
Si apre con questo fascicolo una nuova sezione, dedicata ai liberi contributi di lettori e collaboratori sul tema del riarmo europeo, della pace e della guerra. Diamo voce a tutte le posizioni, anche dissonanti tra di loro. Il tema è troppo importante e vitale per essere rinchiuso nel recinto delle certezze consolidate.
Riceviamo da Guido Piccoli · Napoli
Aderisco volentieri all'iniziativa veronese di un giornale on-line che discuta di politica in questi tempi d'incertezza, in una realtà immaginabile solo da pochi «grandi», per lo più inascoltati. Mi concentro, fermandomi al titolo, «Qualcosa di sinistra». Non per contestarlo, ma per dire la mia.
Io non mi riconosco nel più frequente concetto di sinistra. Per me la contrapposizione «sinistra e destra» ripensando al passato, anche quello prossimo, soprattutto italiano, non ha più senso. Perché se la destra è rimasta più o meno tale e quale, con le stesse idee, programmi e anche personaggi, quel che si chiama correntemente «sinistra» — intesa come figlia o nipote di... — è proprio un'altra cosa. Ad esempio che c'entra un Berlinguer con non dico un Fassino o un Renzi, ma anche una Schlein & simili? Poco se non niente.
Io che non ho mai votato PCI credo che Berlinguer fosse di sinistra, obbligato — dato il contesto degli anni Settanta fatto di minacce di golpe, stragi e omicidi politici, da Mattei in poi — a svolte sempre più moderate in alleanza con una DC che, accanto ad apparati filo-USA e filo-stragisti, aveva donne e uomini di valore, più apprezzabili della gran parte del PD attuale.
Ma per tornare al presente, non credo nemmeno che la «sinistra» possa essere rappresentata dagli stanchi e balbettanti eredi di un passato totalmente cambiato in Italia e nel mondo, come i rimasugli, quasi inesistenti nel sociale e ridotti a decimali nelle urne (come Rifondazione e simili), ma anche a Verdi-AVS, aggrappati alla barca del PD dal timone scassato e orientato da sempre a destra in tutto e per tutto, dai temi dell'economia, delle libertà, del sociale, della sicurezza, dei migranti fino a quello degli «esteri».
Sono arrivato agli «esteri». Per me questo è il tema dei temi, perché da questo discendono tutti gli altri. Ebbene, io mi sento vicino a quelli che hanno una visione, e magari anche una pratica, simile alla mia, su USA ed Europa e sui conflitti in atto, da quello in Ucraina a quello di Palestina, Iran e Cuba. La storia si ripete e basta proprio poco per capire ciò che accade.
Penso non solo a Trump, al nazione-Netanyahu, alla Von der Leyen e tutti gli altri leader europei (è difficile fare eccezione, a parte Sanchez). E viene da rimpiangere persone del passato, come la Merkel, perlomeno oneste, o un'italiana come la Bindi. Pur non definendoli di sinistra per la loro storia, io mi sento molto più vicino a coloro che, pur con qualche ricaduta, dicono le stesse cose che penso io sugli «esteri», dalla guerra in Ucraina fino al genocidio infinito a Gaza e in Medio Oriente, ma anche sulla questione del gas russo e su quella farsa, penosa, dell'integrazione europea.
Riguardo la definizione «destra e sinistra», mi viene da allargare lo sguardo a una questione vicina, quella dei migranti. Solo due considerazioni. Anche su questo, a me le differenze sembrano più di stile o forma che di sostanza. La cosa più evidente: qual è la sostanziale differenza tra un Salvini e un Minniti? Mentre la destra esalta, più o meno gridato, il razzismo, la cosiddetta sinistra, facendo quasi da portavoce della Confindustria, ricorda l'utilità dei migranti come manodopera conveniente (anche incentivando la «guerra tra i poveri»).
Accanto al giusto trattamento umanitario, andrebbe ricordato che le migrazioni, soprattutto dall'Africa, si verificano a causa del persistente colonialismo rapinatore in prevalenza occidentale. Tant'è che tutti i leader africani — democratici o meno — da Lumumba, Mandela a Gheddafi, passando per Sankara e molti altri, sono stati osteggiati e per lo più assassinati dalle potenze occidentali. Il più evidente esempio è il Burkina Faso: nei tre anni di governo Sankara, l'emigrazione si era azzerata grazie alla politica di riappropriazione delle ricchezze locali.
Insomma, la diversità tra destra e «sinistra» sta più nella forma. L'idea del «campo largo» altro non è, o almeno appare, che il risultato di una tendenza al moderatismo, con tre effetti: la «sinistra» moderandosi non attrae consensi (tra l'originale e la copia, si preferisce l'originale); cresce un populismo che aggiunge obiettivi che dovrebbero appartenere a una formazione di «sinistra»; cresce l'astensionismo. Il risultato inaspettato del «No» nel referendum sulla giustizia avrebbe dovuto insegnare qualcosa. Mi sembra evidente che non abbia insegnato nulla.
BRICS, emersi
di Michela Faccioli
Di loro, nella loro entità d'insieme, se ne è accorto nei primi anni Duemila un economista occidentale che li aveva identificati con un nome. Niente di originale e niente sforzo, semplicemente un termine composto dalle loro lettere iniziali, inizialmente quattro: BRIC — Brasile, Russia, India e Cina in ordine non di importanza. Poco dopo si aggiunse la «S», quella del Sudafrica.
Porre quei Paesi sotto un'unica insegna significava riconoscere non un legame storico o culturale, ma un nuovo attore sul palcoscenico globale post-guerra fredda, che gode di una popolazione giovane e di grandi risorse economiche. Il loro collante è la prepotente crescita economica utilizzata quale leva per acquisire spazio geopolitico. La loro funzione in ultima istanza è essere un valido contrappeso all'Occidente, peraltro ormai caratterizzato da un lato da una politica nordamericana bizzarra e che fa strame del multilateralismo, e dall'altro da una Europa silente, tecnicista, lontana dal modello di stato sociale e mancante di una rappresentanza unitaria in politica estera.
Le nazioni recentemente entrate nei BRICS (Arabia Saudita, Argentina, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Etiopia, Iran) hanno per buona parte atteggiamenti volti a creare legami, talvolta posizioni interessanti — si pensi al Sudafrica promotore della causa contro Israele per genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia — e una visione comune sul tema del diritto internazionale, sulla necessità di diversificazione delle relazioni e di ottenere maggiore rappresentanza in seno alle istituzioni globali da riformare.
Non sono Paesi emergenti, sono emersi e sono concreti: la formazione di strutture alternative al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale, quali la Banca dei BRICS e il Fondo di riserva, lo studio di una valuta sostitutiva del dollaro statunitense stanno a dimostrare la loro determinata volontà di emanciparsi dai condizionamenti occidentali sul commercio mondiale. Sono pure digitali: allo studio di una divisa tradizionale si affianca quello per l'adozione in un prossimo futuro di una valuta digitale.
Lo spazio geopolitico intanto si accresce, soprattutto grazie all'influenza politica autorevole della Cina di Xi Jinping dopo la guida di Deng Xiaoping che ne ha fatto una potenza economica. Fatta qualche eccezione, per esempio per la Russia nel conflitto ucraino di cui tuttavia mai si rammentano le cause scatenanti tra cui il pressante avvicinamento della NATO ai suoi confini, i BRICS paiono preferire un insediamento nell'economia e nella geopolitica mondiali esercitando la loro influenza piuttosto che con azioni aggressive. Tale potere soft consentirà loro di espandersi ulteriormente e di pasteggiare allo stesso tavolo delle altre potenze magari sorseggiando un buon Barolo proveniente dal bric della collina.
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