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Cultura della potenza o cura delle relazioni?

di Sergio Paronetto

Nel capitolo V della Magnifica humanitas, papa Leone osserva che “la rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti. Alla guerra visibile si affiancano forme ibride: attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, campagne di influenza, automazione di decisioni strategiche. L’IA entra in questi processi come fattore di accelerazione, in un quadro in cui molte tecnologie sono intrinsecamente ambivalenti: ciò che nasce per difendere può essere rapidamente convertito all’offesa, e il confine tra protezione e aggressione tende a sfumare. L’IA può potenziare la difesa e la protezione dei civili, ma può anche abbassare la soglia dell’uso della forza, rendere opache le responsabilità, alimentare una cultura in cui il nemico è ridotto a dato e la vittima a 'danno collaterale'” (183).

La cultura della potenza

“Se guardiamo alle dinamiche mondiali, riconosciamo sempre più chiaramente l’espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze. La moderna Babele non è soltanto il paradigma tecnocratico globalizzato, ma anche lo scontro a distanza tra imperialismi contrapposti, tra potenze che vogliono conservare il proprio primato e potenze che aspirano a conquistarlo, con una molteplicità di conflitti locali. È, inoltre, la corsa a sviluppare tecnologie sempre più potenti, o ad assicurarsene il controllo, secondo una dinamica disumanizzante che sembra non conoscere limiti”. In mezzo a questa deriva, Leone individua, tuttavia, l’impegno di “gran parte dell’umanità che cerca di rimanere umana e di adoperarsi per costruire la città della convivenza e della pace” (185).

La normalizzazione della guerra

L’azione umanizzante è ardua perché “nel discorso pubblico, era comune la convinzione che la guerra dovesse restare una extrema ratio, circondata da limiti etici e giuridici rigorosi” (189). “Oggi, invece, assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso (190).  “A tutto ciò si aggiunge un elemento nuovo e decisivo: la dimensione mediatica e digitale […]. Così la guerra viene non solo combattuta, ma anche preparata culturalmente attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico, disinformazione e paura. Quando si attenua la memoria storica e si indeboliscono i criteri etici che proteggono i civili e i più fragili, diventa più facile presentare la violenza come necessaria, inevitabile o addirittura “pulita”. È in questo clima che l’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti. Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto. L’umanità ha strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia, il perdono. Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili” (192).

La nazione armata

Un elemento decisivo del panorama attuale è la crescita dell’industria bellica, divenuta settore chiave nell’economia di alcuni Paesi. La stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche genera una “nazione armata”, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche. Non possiamo ignorare gli enormi interessi economici che stanno dietro alla guerra. Le industrie degli armamenti e i Paesi che forniscono armi traggono profitto da un mercato che prospera proprio grazie ai conflitti” (193). In tale contesto “l’obiettivo non è più una vittoria definitiva ma la perpetuazione del conflitto come fonte di potere e di rendita” (196).  “A questo scenario si collega lo sviluppo incessante dei […] sistemi d’arma ad autonomia operativa” che rendono la guerra “più “praticabile” e meno soggetta al controllo umano, contraddicendo il principio che il ricorso alla forza armata debba avvenire come ultima risorsa in caso di legittima difesa” (197). 

Le guerre ibride nel riarmo globale

Viviamo in un tempo di notevole cecità spirituale e culturale”, osserva lucidamente Leone. “Sembra tornare a imporsi la logica dell’equilibrio armato e della deterrenza. Ma, contrariamente allo scenario bipolare della Guerra fredda, oggi il moltiplicarsi degli attori e dei fronti di conflitto rende questa logica sempre più fragile. La conflittualità esasperata spinge verso guerre asimmetriche e “ibride”, combattute anche sul terreno economico, finanziario e informatico, con l’uso di disinformazione e campagne che alimentano paura, per influenzare l’opinione pubblica. In molti Paesi, anche nel Sud globale, l’aumento delle spese militari viene presentato come unica risposta a un futuro incerto o a minacce percepite, mentre il costo reale grava sui più poveri, che vedono ridursi risorse destinate a sanità, istruzione e servizi sociali” (204).

Un “realismo” irresponsabile

“A monte di tutto ciò sta un falso ‘realismo’, fondato non solo sull’invalsa logica della forza, ma anche su una convinzione culturale e antropologica, come se la guerra fosse inevitabilmente parte della natura umana. È sempre stato così, si dice, salvo brevi parentesi, e così sempre sarà! Dunque, il problema non è più la pace, smarrita come riferimento nell’orizzonte internazionale, ma come e quando agire militarmente, mentre si sostiene che sarebbe irresponsabile non prepararsi allo scontro. Invece, ciò che è veramente irresponsabile è la Realpolitik, questa forma di “realismo” politico, che semina nelle coscienze e nella cultura la rassegnazione a una guerra ineluttabile, e qualifica la pace e il dialogo come posizioni utopiche o irrazionali, che ignorano i rischi in campo. Al contrario, la pace non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra” (205). Che fare allora?   Vedremo cosa propone Leone XIV.

Sergio Paronetto

Quattro chiacchiere con Andrea Castagna, Presidente di ANPI Verona

A cura di Corrado Brigo

Questi sono i dati delle iscrizioni all’ANPI a livello nazionale

Andrea Castagna, Presidente di ANPI Verona
Andrea Castagna, Presidente di ANPI Verona
ANNON. ISCRITTI
2022140.000
2023153.000
2024160.000
2025170.000

L’ANPI di Verona chiuderà il tesseramento del 2026 attorno ai 1400 iscritti

QdS: prima questione: perché gli iscritti all’ANPI continuano ad aumentare, mentre ormai (purtroppo) i reduci ex partigiani sono scesi a poche unità?

Ne parliamo con Andrea Castagna, presidente dell’ANPI Provinciale dal 2022.

Andrea Castagna:” Ci sono parecchie ragioni, in primo luogo una consolidata tradizione, vecchia come la Repubblica. Ma, a mio parere, i motivi attuali della crescente adesione all’Associazione dei Partigiani sono almeno tre:

Un fatto identitario: se sono antifascista senza se e senza ma, mi iscrivo all’Associazione fondata da quelli che avevano fatto dell’antifascismo la ragione della loro vita. e, spesso, col sacrificio della loro vita.

Una zattera unitaria: in mezzo alle turbolenze che agitano da sempre la Sinistra italiana, l’ANPI è una zona franca, dove le idee anche molto diverse si vincolano a convivere e a confrontarsi.

Il riferimento, tutto “gramsciano” alla Costituzione Italiana: non solo la difesa dello spirito antifascista, ma la valorizzazione del suo intento progressivo (rimuovere gli ostacoli…). Cioè la sua attuazione.”

QdS. Proviamo a pesare la consistenza di questo numero, 170.000 aderenti nel 2026.

All’epoca del suo primo congresso l’ANPI ammetteva come soci effettivi, oltre ai Partigiani riconosciuti come combattenti, i familiari dei caduti, le singole persone cui era stato riconosciuto l’impegno fattivo a fianco della Resistenza armata.

Ipotizzando che l’età media dei ragazzi di allora fosse di vent’anni, va da sé che quella vecchia ANPI si è completamente estinta. Quindi la nuova compagine societaria è frutto della costruzione di una nuova ANPI. Ma che si chiama ancora ANPI. Perché è ancora e sempre ANPI:

La vicenda è complessa. Chiediamo ad Andrea Castagni di aiutarci a renderla più chiara, guardando ad alcune tappe storiche della vita dell’organizzazione.

Gli anni dell’autodifesa

  Il 27 giugno 1945, il Comitato provvisorio dell'ANPI di Roma, attivo dall’aprile del ‘45 e il Comitato Alta Italia, costituitosi il 4 giugno del ’45, si fusero dando vita all'ANPI Nazionale

L'ANPI si costituisce con l’esplicita volontà di mantenere l’unità delle forze antifasciste che avevano dato vita alla lotta partigiana. 

   Partecipa in prima persona al “miracolo politico italiano”, cioè l’emersione dalla lotta clandestina antifascista e dalla Resistenza armata di una classe dirigente che ha potuto rivendicare, davanti alle Potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale, la guida della transizione dal Fascismo al Regime Democratico, attraverso passaggi pacifici e con un reale coinvolgimento dei settori popolari: l’elezione dell’Assemblea Costituente, il passaggio alla Repubblica attraverso il Referendum Istituzionale, la costituzione dei primi governi di Unità Nazionale, sostenuti da tutti i partiti resistenziali. (Negli altri due Paesi usciti sconfitti dalla Guerra mondiale, Germania e Giappone, la transizione alla democrazia venne attuata dalle Potenze vincitrici che li occupavano militarmente).

   Ma gli anni del dopoguerra sono anni difficili. L’associazione deve difendere l’onorabilità della Resistenza, continuamente diffamata nel suo ruolo di combattente per la liberazione dell’Italia. Deve assistere gli ex Partigiani sottoposti a procedimenti penali, ben 830, deve guidare il reinserimento nella società e nel lavoro di molti ex Resistenti particolarmente osteggiati.

Deve soprattutto ottenere il riconoscimento ufficiale dello status di combattente

L'Associazione promuove in quegli anni i Comitati di difesa dei valori della Resistenza con cui avvia una campagna nazionale di sostegno ai partigiani, chiedendo inoltre lo scioglimento del neofascista MSI.

   Nel corso del primo Congresso del 1947 fu nominato Presidente Nazionale Arrigo Boldrini, il comandante partigiano “Bulow”, prima medaglia d'oro al V.M. della Resistenza, che resterà in carica fino al 2006

Nel 1958 la legge 285 confermava e stabiliva definitivamente che la Resistenza, nel travagliato processo di Liberazione, era stata una preziosa comprimaria: un esercito, a tutti gli effetti.

Durante gli anni ’70 L’ANPI scende autorevolmente in campo contro il terrorismo (1977), rappresentando chi la lotta armata l’aveva fatta per davvero;

Gli anni '70 si chiudono con un avvenimento storico: l'elezione a Presidente della Repubblica, nel 1978, del Partigiano Sandro Pertini, a suggello di una vittoria culturale di tutte le forze progressiste del Paese, con l’ANPI in posizione primaria. 

Per brevità omettiamo tutte le battaglie democratiche cui l’Organizzazione ha dato il proprio contributo, fino al fatidico 2006.

La svolta. Il Congresso del 2006.

   Nel 2006 coloro che erano saliti in montagna a vent’anni, erano degli anziani signori attorno all’ottantina. Una associazione di soli combattenti e reduci sarebbe stata destinata all’estinzione. In quel congresso venne decretata la svolta, simboleggiata dal cambio, per statuto, dei requisiti necessari per l’iscrizione all’Associazione: bastava aderire ai principi democratici e all’antifascismo, “condividendo il patrimonio ideale, i valori e le finalità dell'A.N.P.I.»  (vedi Statuto in nota n.1)

È questa clausola che trasforma l'ANPI da associazione composta solo da soggetti legati direttamente alla Guerra di Liberazione in un'associazione aperta anche agli antifascisti non partecipanti alla Resistenza.

Poteva anche andar male e ridursi solo ad un tentativo di sopravvivenza. 

Ciò che invece consentì all’ANPI di rinnovarsi senza perdere il senso delle sue radici fu la partecipazione diretta a tutte le principali battaglie politiche di quegli anni

la battaglia contro la modifica della Carta Costituzionale, (2006 “PREMIERATO” di Berlusconi); 

l’opposizione nel 2009 al progetto di legge che intendeva equiparare i repubblichini di Salò ai Partigiani; 

la battaglia, del 2011, contro la soppressione delle festività civili, 25 aprile, 1 maggio, 2 giugno; 

nel 2016 la mobilitazione per il NO al referendum costituzionale. (RENZI).

Infine, nel marzo 2026 la campagna capillare per il NO nel referendum Meloni-Nordio sulla giustizia.

Ma torniamo a Verona

QdS; L’anno prossimo si celebrerà il congresso dell’Organizzazione. Che bilancio pensi di poter portare?

Andrea Castagna: “Sono stato eletto Presidente nel congresso del 2022 per un mandato di cinque anni, fino al congresso del 2027. 

Dal punto di vista organizzativo credo che i risultati siano positivi. I tesserati crescono di numero, l’Organizzazione si è articolata in dodici Sezioni territoriali, più una in fase di costituzione; su dodici presidenti di sezione, sei sono donne; cinque di queste sezioni sono state costituite dopo il 2022.” (vedi nota n.2)

QdS: beh i dati sono dati. Ma concretamente cosa fanno queste sezioni? Quali sono le loro attività principali?

Andrea Castagna: “Quante pagine ho a disposizione per la risposta? Scherzi a parte, non è facile enumerarle tutte.

  Una prima tipologia di iniziative riguarda l’organizzazione e la partecipazione alle manifestazioni commemorative dei fatti salienti della Resistenza. Dalla grande manifestazione a Verona del XXV Aprile, alla partecipazione alle manifestazioni ufficiali in molti paesi della provincia; alla commemorazione dell’Assalto alla prigione degli Scalzi, il 17 luglio del 1944 (vedi nota 3); la Battaglia delle Poste il 9 settembre del ’43 (nota 4). Ma poi ci sono molti eventi resistenziali locali che vengono ricordati con apposite cerimonie organizzate dalle sezioni territoriali.

   Poi ci sono le iniziative di tipo conviviale come le “pastasciutte antifasciste” il 25 luglio (nota n. 5): quest’anno se ne sono tenute 9, con una bella partecipazione di popolo.

Da qualche anno si tiene, dal XXV aprile al 1° maggio “E’ Festa d’Aprile”, nel parco della Provianda, in zona Santa Marta: dibattiti storici e politici, presentazioni di libri, concerti e spettacoli, stand associativi, momenti conviviali e di ristoro. E parecchio altro.

Quest’anno il conta-accessi ha registrato 25.000 presenze e la festa è stata sostenuta dal lavoro volontario di oltre 220 persone, quasi tutti giovani e giovanissimi”

QdS: Tanta roba.

 Andrea Castagna: ”A dire il vero il merito del successo della Festa d’Aprile va spartito con gli altri organizzatori: la CGIL, l’ARCI, L’Istituto per la Storia della Resistenza, l’UDU e la Rete degli Studenti. D'altronde il significato simbolico è chiaro: dalla festa della Liberazione alla festa del 1° Maggio: la Liberazione e il Lavoro.

   L’ultimo blocco di iniziative riguarda gli aspetti politici e culturali. Ti faccio solo un esempio: il ciclo di conferenze-dibattito che va sotto il nome di “VA DOVE TI PORTA LA COSTITUZIONE”. Ogni conferenza è dedicata ad un particolare articolo della Costituzione e vede la presenza di uno o più personalità esperte della materia. Da Guido Papalia a Mariapia Garavaglia; da Cecilia Strada a Carlo Melegari; da Luciana Castellina a Ottavia Piccolo; da Giuliano Cavallo a Cecilia Strada, a Padre Alex Zanotelli, solo per citarne alcuni.

Da ultima vorrei ricordare la campagna per il NO al Referendum della primavera di quest’anno, in difesa della Costituzione e contro lo stravolgimento della Giustizia promossa dal Ministro Nordio. 

L’insediamento territoriale dell’ANPI si è rivelato prezioso nel sostegno e nella promozione delle iniziative in decine di Paesi. E soprattutto nella funzione di coordinamento e di organizzazione riconosciute da tutte le forze politiche e sociali. Anche in questa occasione sono state decine le personalità, in particolare magistrati e avvocati, che hanno usato le iniziative unitarie per testimoniare la loro passione civile, unita alla competenza professionale.

QdS: Purtroppo a Verona non è andata benissimo…….

Andrea Castagna: “In un referendum nazionale il voto raccolto nel paesino della montagna Veronese, anche se localmente è minoritario, si somma a quelli raccolti in tutto il resto d’Italia. Noi dovevamo fare la nostra parte. E l’abbiamo fatta”.

“Mi fermo qui e temo di essermi dimenticato qualcosa.”

 QdS: siccome questa intervista si concluderà con l’invito convinto di iscriversi all’ANPI, mi pare giusto chiedere qualcosa su di te, anche per far sapere agli eventuali nuovi iscritti in che mani si mettono !

Andrea Castagna: “non essendo più di primo pelo, ho anch’io una storia lunga.

Ho cominciato a lavorare come operaio alla Galtarossa nel lontano 1976….”

QdS: ma è vero che hai dovuto tenere nascosto il tuo diploma di perito, per paura che non ti assumessero?

Andrea Castagna: E’ vero, è vero. Sai, cercavano operai, e io volevo essere assunto. Così, a scanso di equivoci……

Poi nel 1985 ho accettato la proposta di uscire dalla fabbrica e di diventare funzionario del sindacato FIOM, del quale, nell’88 sono stato eletto segretario provinciale. Successivamente ho ricoperto vari ruoli, sia nella categoria dei Metalmeccanici sia a livello confederale (provinciale, regionale)

Ho concluso la mia storia sindacale come segretario della Camera del lavoro di Padova; infine, per non farmi mancare niente, ho fatto una esperienza lunga cinque anni nella Cooperativa di lavoratori nata dalla crisi aziendale della fonderia Ferroli di San Bonifacio…… (nota 6)

QdS: Operaio, Sindacalista, Cooperatore. Adesso l’ANPI. Un pedigree tutto a Sinistra. (quasi imbarazzante !) Ma se dovessi indicare una personalità della Sinistra che ti ha particolarmente influenzato, chi nomineresti?

Andrea Castagna: “credo Bruno Trentin. Quello dei Consigli di Fabbrica, dell’unità sindacale, del libro ‘Da sfruttati a produttori’.

QdS: Ottima scelta. 

a cura di Corrado Brigo

SE NON LO AVETE ANCORA FATTO, ISCRIVETEVI ALL’ANPI.

Nota n. 1: dallo Statuto del 2006:

“Possono altresì essere ammessi come soci con diritto al voto, qualora ne facciano domanda scritta, coloro che, condividendo il patrimonio ideale, i valori e le finalità dell'A.N.P.I., intendono contribuire, in qualità di antifascisti, sensi dell'art. 2, lettera b), del presente Statuto, con il proprio impegno concreto alla realizzazione e alla continuità nel tempo degli scopi associativi, con il fine di conservare, tutelare e diffondere la conoscenza delle vicende e dei valori che la Resistenza, con la lotta e con l'impegno civile e democratico, ha consegnato alle nuove generazioni, come elemento fondante della Repubblica, della Costituzione e della Unione Europea e come patrimonio essenziale della memoria del Paese”.

Nota n. 2 (le sezioni con gli asterischi sono state costituite dopo il 2022)

ANPI Sezione di Verona Centro. Presidente: Dennis Turrin
ANPI Sezione di Verona Est. Presidente: Daniela Zampieri

ANPI Sezione di Verona Sud Presidente: Roberto Ambrosini

ANPI Sezione di Soave Presidente: Antonio
Tosadori
ANPI Sezione di Legnago e Basso Veronese, Presidente: Luana Pistone

**ANPI Sezione di Valpantena e Lessinia, Presidente: Manuela Giarolo

**ANPI Sezione di Valpolicella, Presidente: Simonetta Venturini

ANPI Sezione di Caprino, Presidente: Mirko De Santi
**ANPI Sezione di Basso Garda, Presidente: Giovanni
Gallizioli
ANPI Sezione di Monteforte, Presidente: Anna
Corrà
**ANPI Sezione San Bonifacio, Presidente: Davide
Pasini
**ANPI Sezione del Villafranchese, Presidente: Irene
Maffesanti

**COSTITUENDA SEZIONE DI ISOLA DELLA SCALA-NOGARA
 

nota 3: Assalto agli Scalzi

L’Assalto agli Scalzi fu un’azione della Resistenza veronese compiuta il 17 luglio 1944 contro il carcere degli Scalzi di Verona, con cui sei partigiani riuscirono a liberare il sindacalista antifascista Giovanni Roveda. L’azione partigiana costò la vita a due giovani, Danilo Preto e Lorenzo Fava, entrambi insigniti della Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria.

nota 4: la Battaglia delle Poste

La Battaglia delle Poste fu uno scontro avvenuto il 9 settembre 1943 a Verona, quando soldati dell’8º Reggimento Artiglieria e cittadini veronesi tentarono di difendere il Palazzo delle Poste dall’occupazione tedesca dopo l’Armistizio. È considerata il primo episodio della Resistenza veronese.

nota 5: le Pastasciutte Antifasciste

La commemorazione della Pastasciutta Antifascista ricorda il gesto compiuto dalla famiglia Cervi il 25 luglio 1943, quando offrì pasta gratuitamente alla popolazione per festeggiare la caduta del regime fascista.

Nota 6: la cooperativa Ferroli

Negli anni 2010 il gruppo Ferroli attraversò una grave crisi finanziaria. La fonderia di San Bonifacio rischiò la chiusura, ma un gruppo di lavoratori decise di rilevarla attraverso un workers buyout (acquisto dell'azienda da parte dei dipendenti stessi). Nel 2017 nacque la Cooperativa Fonderia Dante (CFD), costituita da decine di ex dipendenti Ferroli che investirono il proprio TFR e altri strumenti di sostegno cooperativo per mantenere viva la produzione

A Ceuta un'arma di migrazione di massa: chi l'ha usata voleva colpire l'Europa, e ce l'ha fatta

di Stefano Allievi

QdS: Riportiamo ampi stralci dell’articolo di Stefano Allievi sui fatti di Ceuta.

L’articolo è interessante non tanto per la cronaca (che è già approdata al caos europeo delle ritorsioni), quanto perché è un esempio magistrale di come si possano interpretare e capire i fatti di cronaca, anziché restare prigionieri delle “narrazioni”.

Usare gli spostamenti delle persone migranti per scopi politici e, di fatto, bellici non è una novità. A Ceuta se ne è visto un esempio chiaro. Dietro l’arrivo di 60mila persone non c’era un piano unico di Marocco, Israele e Stati Uniti, probabilmente, ma una convergenza d’interessi. Contro la Spagna e contro l’Europa. Che, però, sembra non essersi accorta del vero significato di ciò che è successo.

“Weapons of mass migration”: armi di migrazione di massa.

(…………………...)

Le ha usate in passato la Turchia, facendo partire qualche barca al bisogno, per ricordare all’Unione Europea che era l’ora di firmare un altro assegno, in nome dell’accordo, peraltro esplicito, che prevedeva un ‘tappo’ turco all’immigrazione dall’Asia all’Europa in cambio di denaro. Lo hanno fatto svariate volte i trafficanti libici, come pure il governo tunisino e quello egiziano nei confronti dell’Italia. L’ha fatto la Bielorussia per conto della Russia, per creare problemi ai paesi europei confinanti che sostengono l’Ucraina.

(…………………….)

Quanto accaduto nei giorni scorsi a Ceuta non c’entra infatti con le normali dinamiche migratorie, e nemmeno con eventi eccezionali ad esse legate (come era stato, poniamo, l’arrivo della nave Vlora dall’Albania nel 1991, con più di 20mila migranti a bordo). L’arrivo di quasi 60mila persone (in una città che ne conta 85mila!), che poi in gran parte ritornano indietro senza proteste nel giro di ventiquattr’ore, non è un flusso migratorio, men che meno spontaneo: è una specie di flash mob geopolitico, la scena clou di un film distopico, il trailer di una guerra ibrida organizzata, costruita a tavolino e prevedibile nei suoi esiti, da utilizzare per costruire le puntate della prossima stagione. Servita ad alcuni, ma non ad altri.

(……………………...)

Chi aveva interesse a colpire la Spagna

Mettiamo in fila alcuni dati. Il Marocco è una potenza regionale in crescita di influenza: certamente rispetto all’Africa, con una accorta politica culturale, di apertura agli studenti stranieri, e religiosa, oltre che di collaborazione economica e di investimenti. È un fedele alleato degli USA (ha persino aderito, appena un paio di settimane fa, alla cosiddetta forza internazionale per Gaza, voluta da Trump): in cambio Washington sostiene apertamente Rabat sulla questione della sovranità sul Sahara spagnolo (territorio, lo ricordiamo, ricchissimo di fosfati e di risorse energetiche ancora da sfruttare, e oggetto di contenzioso con l’Algeria). Ma è anche stretto alleato di Israele, con cui è attiva una collaborazione economica, tecnologica e militare profonda, che si aggiunge al sostegno politico attraverso la sottoscrizione degli accordi di Abramo, ricambiato da Israele con eguale sostegno sulla questione del Sahara che una volta si chiamava spagnolo, identico nelle forme a quello di Trump, inclusa l’idea di aprire un consolato in terra saharawi.

(………………….)

La Spagna è in qualche forma nemica, e dunque bersaglio, di tutti e tre i paesi citati.

(……………………….)

Per quanto riguarda il Marocco:

Solo pochi giorni prima della ‘invasione’ di Ceuta il premier Sanchez era stato in visita ufficiale in Algeria, storico nemico del Marocco (le frontiere tra i due paesi sono chiuse da anni) sulla questione saharawi e il sostegno al Fronte Polisario. E già in una precedente occasione, quando Madrid aveva ospitato e curato in ospedale il leader del Polisario, nel 2021, Rabat aveva orchestrato un altro ingresso di massa a Ceuta: che, del resto, il Marocco considera legittimamente proprio territorio.

(…………………………………..)

Sanchez tuttavia è sgraditissimo anche in Israele: uno dei pochi leader europei ad avere una posizione forte sulla questione palestinese, da cui ha ritirato permanentemente anche il proprio ambasciatore (poi, certo, possono far sorridere amaro le accuse di Israele al Marocco di colonialismo e di sostenere insediamenti illegali, ma tant’è…).

Infine gli USA non hanno per niente apprezzato il disimpegno spagnolo sull’Iran, la sua condanna esplicita dell’attacco all’Iran (al punto da negare agli USA l’utilizzo delle basi americane in territorio spagnolo, avendo definito esplicitamente la guerra israelo-americana agli ayatollah come un’operazione illegale), e il rifiuto di collaborare alle operazioni nello stretto di Hormuz.

Le destre europee gridano all’invasione per guadagnare voti

(……………..)

Il quarto attore sono le destre europee, amplificate e sostenute dal mondo MAGA, che hanno ampiamente sfruttato l’episodio non per solidarizzare con Madrid, ma per criticare un governo di sponda politica opposta, su molte questioni in controtendenza con il mainstream europeo, denunciando al contempo le sue politiche migratorie non allarmistiche, sospendendo gli accordi di Schengen che poco c’entrano, come ha fatto l’Italia (ma non la Francia, che pure ha una frontiera in comune con la Spagna, e se ci fossero davvero timori di flussi secondari sarebbe stata in prima linea), e mettendo insieme un gran pastrocchio interpretativo (con il ministro degli esteri italiano che è riuscito a confondere le regolarizzazioni spagnole, che hanno consentito l’emergere di un milione di irregolari, con un beneficio economico, fiscale e sociale evidente, con la concessione di cittadinanza e la possibilità quindi di entrare in altri paesi europei).

Con quale scopo? Usare le immagini da Ceuta per gridare all’invasione e cambiare così l’agenda politica europea sulle migrazioni, sterzando decisamente verso politiche securitarie e l’esternalizzazione degli hub al di fuori dell’Europa (il modello Meloni, se si vuole, anche se i centri in Albania non sono certo un esempio di grande riuscita, né di buon investimento economico). Non perché siano le scelte più efficaci: servono anche gestione dei flussi di cui l’Europa e l’Italia hanno bisogno, e politiche di integrazione – sul modello spagnolo, appunto. Ma queste due cose necessitano di programmazione e investimenti, e sono malviste da una quota crescente della pubblica opinione: per le destre che semplicemente non vogliono gli immigrati (e anzi vogliono cacciare anche quelli che ci sono via remigrazione), sono tabù. Mentre le ‘grida’ all’invasione e le critiche alla debolezza dell’Unione Europea, e in generale l’uso dello straniero come capro espiatorio dei propri mali, danno un dividendo elettorale immediato: e molti paesi.

(…………...)

I politici europei non hanno capito il vero bersaglio a Ceuta 

Chi guarda lontano, astraendosi dalle contingenze della cronaca spicciola e dalle polemiche della politica politicante, e dal giudicare per schieramenti pregiudiziali, vede tuttavia anche altro, in questa presunta (o comunque immediatamente rientrata senza danni reali, anche se quelli d’immagine sono pesanti) ‘crisi’ di Ceuta. Problemi che con le migrazioni hanno poco a che fare. E certamente di più, in prospettiva, hanno a che fare con il controllo del Mediterraneo, divenuto cruciale anche per l’interscambio e la geopolitica globale ora che lo stretto di Hormuz, grazie alle poco lungimiranti politiche americane, rischia di essere a lungo controllato, meglio e più redditiziamente di prima, dall’Iran, e quello di Bab el-Mandeb, sull’altro lato del Mar Rosso rispetto al canale di Suez (che controlla di fatto l’accesso del Mediterraneo all’Oceano Indiano), è in balìa degli Houti, che sono anch’essi un proxy dell’Iran. 

(…………………..)

Tutti questi rimandi hanno in comune un interlocutore che forse non si sta accorgendo di esserlo: l’Europa. La cui classe politica, incentivando le sue divisioni e il suo indebolimento, e attaccando proprio paesi e governi, come quello spagnolo, che hanno una posizione più autonoma da Washington, prendendo come scusa le politiche migratorie, rischia di fare il gioco di altri attori geopolitici.

Stefano Allievi

Per chi volesse accedere al testo integrale e a notizie riguardanti l’autore, alleghiamo di seguito il link

https://www.fanpage.it/politica/a-ceuta-unarma-di-migrazione-di-massa-chi-lha-usata-voleva-colpire-leuropa-e-ce-lha-fatt

Ragionando pacatamente di immigrazione

Nota 7 del 27 agosto 2026 · di Carlo Melegari

E’ vero che «le frontiere sono fuori controllo»? E’ vero che «le restrizioni alle frontiere riducono l’immigrazione»?

1. Luoghi comuni da decostruire criticamente

Nel dibattito pubblico seguito ai fatti di Ceuta i tuttologi di turno si sono impegnati a fondo (si fa per dire) nell’indicare ai politici la necessità - se si fa ancora in tempo - di implementare politiche migratorie meno lassiste e più rigorose nel controllo delle frontiere. Da una parte si dice: «Le frontiere sono fuori controllo». Gli Stati non riuscirebbero più a decidere chi entra, quanti entrano e da dove. Le immagini degli arrivi irregolari, dei barconi, dei muri e dei respingimenti vengono così interpretate come la prova di un fallimento dello Stato: la «pressione migratoria» sarebbe per alcuni opinionisti da talk-show addirittura ormai troppo grande per essere governata.

Di conseguenza viene proposta una soluzione apparentemente ovvia: se vogliamo ridurre l’immigrazione, dobbiamo rendere le frontiere più dure, meno facili da attraversare. Più controlli, più muri, più sorveglianza, più visti e più espulsioni dovrebbero produrre meno immigrazione.

Hein de Haas (che è il sociologo di riferimento primario per queste note di decostruzione critica dei «miti» sull’immigrazione) invita però a mettere in discussione entrambe le affermazioni. Le frontiere non sono fuori controllo; ma il controllo delle frontiere non funziona nemmeno come un rubinetto, che lo Stato può semplicemente chiudere per far cessare l’immigrazione.

2. Che cosa dicono le ricerche

La prima correzione riguarda la percezione della perdita di controllo. De Haas osserva che la grande maggioranza delle migrazioni internazionali avviene attraverso canali legali. Nel caso europeo, le migliori stime disponibili indicano che circa nove migranti su dieci entrano legalmente. L'attenzione sproporzionata riservata agli attraversamenti irregolari produce quindi un'immagine deformata del fenomeno: alcuni casi molto visibili come quello di Ceuta vengono scambiati per la fotografia dell'intero sistema migratorio. Ma non è così. Le frontiere non sono affatto aperte. Solo che le politiche migratorie in atto basate sulle restrizioni alle frontiere ottengono sì dei risultati: possono ridurre (e di fatto riducono) gli ingressi, selezionare chi può entrare, modificare i tempi e le modalità della migrazione. La domanda corretta, però, non è semplicemente se una restrizione «funziona» oppure «non funziona», ma quanto funziona e che cosa succede contemporaneamente in altre parti del sistema migratorio dove quella restrizione non è stata adottata.

Qui entra in gioco il meccanismo fondamentale chiamato in sociologia:  «effetti di sostituzione».

Una restrizione può, per esempio, spostare una migrazione da una rotta a un'altra; da un canale legale a uno irregolare; da una categoria migratoria a un'altra. Può inoltre scoraggiare il ritorno: se tornare nel paese d'origine significa rischiare di non poter più rientrare, il migrante può decidere di rimanere stabilmente nel paese di destinazione. Una politica pensata per diminuire gli ingressi può così contribuire ad aumentare la permanenza e a trasformare una migrazione circolare in una migrazione permanente.

È il paradosso più importante: una restrizione può ridurre gli arrivi senza necessariamente ridurre la crescita della popolazione immigrata.

Nelle ricerche sociologiche si evidenziano quattro principali meccanismi di sostituzione: lo spostamento geografico delle rotte e delle destinazioni; lo spostamento verso altri canali legali o irregolari; le reazioni di tipo «ora o mai più», quando si teme una futura chiusura delle frontiere; la riduzione dei ritorni con interruzione della circolarità.

L'esempio classico degli ultimi decenni è quello della frontiera fra Messico e Stati Uniti. L'inasprimento dei controlli ha certamente reso più difficile l'ingresso, ma ha anche spinto i migranti verso percorsi più pericolosi e, soprattutto, ha ridotto la migrazione circolare. Chi prima entrava, lavorava e tornava periodicamente in Messico ha avuto maggiori incentivi a stabilirsi permanentemente negli Stati Uniti, proprio perché uscire rendeva più difficile il successivo rientro. In questo caso, dunque, alcune politiche restrittive hanno prodotto conseguenze parzialmente opposte a quelle desiderate. Certo, questo caso non deve essere generalizzato meccanicamente. Però la probabilità alta che accada anche nel passaggio di altre frontiere deve far riflettere i politici dalla «ricetta in tasca».

Un'ultima precisazione per loro: le politiche migratorie non determinano da sole i volumi migratori. La migrazione dipende anche dalla domanda di lavoro, dalle condizioni economiche e politiche nei paesi d'origine e di destinazione, dalle reti familiari e sociali già esistenti. Per questo osservare che una migrazione continua nonostante una restrizione non dimostra automaticamente che la restrizione sia stata inefficace: senza quella restrizione, la migrazione avrebbe potuto essere ancora maggiore. Allo stesso modo, se gli arrivi diminuiscono, non possiamo automaticamente attribuire il risultato alla politica di controllo: potrebbero essere cambiate le condizioni economiche o politiche.

3. Da cosa è prodotta la percezione paranoica delle «frontiere colabrodo»?

Il primo meccanismo è la selezione mediatica della realtà. Un attraversamento irregolare è un evento visibile: una barca, una barriera, una pattuglia, un gruppo di persone. Milioni di ingressi regolari, al contrario, non costituiscono una notizia. Il risultato è che ciò che è eccezionale e spettacolare appare come normale e dominante.

Il secondo è l'effetto delle immagini e del linguaggio politico. «Invasione», «assalto», «frontiere spalancate», «controllo perduto» trasformano un problema di governo delle migrazioni in una narrazione di emergenza. La ricerca sociologica rileva inoltre  una significativa distanza tra la retorica politica «dura» e le politiche effettivamente adottate: i governi possono proclamare nuove chiusure mentre, nello stesso periodo, ampliano altri canali di ingresso necessari alle economie nazionali. Basti ricordare che la più grande «sanatoria» (più di 700mila migranti regolarizzati) l’ha fatta in Italia un governo Berlusconi con ministri della Lega...

Il terzo meccanismo è la confusione fra controllo e onnipotenza. Poiché lo Stato può controllare una frontiera, si presume che possa determinare a piacimento il volume complessivo della migrazione. Ma sono due cose diverse. Uno Stato può rendere più difficile un determinato ingresso senza poter eliminare la domanda di lavoro, le reti migratorie, le guerre, le disuguaglianze o le differenze demografiche che contribuiscono a generare migrazione.

4. In estrema sintesi, come rispondere in una discussione sulle frontiere.

a) «Frontiere fuori controllo» rispetto a che cosa?
La maggioranza delle migrazioni avviene attraverso canali regolari. Gli attraversamenti irregolari sono molto più visibili della migrazione nel suo complesso.

b) Le frontiere sono controllabili, ma il controllo non equivale a determinare tutto.
Gli Stati possono ridurre gli ingressi e selezionare i migranti. Non possono però decidere unilateralmente tutte le cause e tutti gli effetti della migrazione.

c) Una restrizione può spostare il problema invece di eliminarlo.
Cambiano rotte, destinazioni, canali e categorie migratorie. In alcuni casi aumenta l'irregolarità o la pericolosità dei percorsi.

d) Chiudere può ridurre gli ingressi ma anche ridurre i ritorni.
Se uscire rende difficile rientrare, il migrante può avere un incentivo a restare. Una politica che voleva ridurre l'immigrazione può quindi favorire l'insediamento permanente.

e) La domanda giusta non è «controllo sì o no?», ma «quale politica produce quale effetto?».
Occorre valutare insieme ingressi, uscite, migrazione regolare e irregolare, circolarità e conseguenze inattese. È questo il passaggio dal dibattito ideologico all'analisi delle politiche.

f) Messaggio finale da ricordare

Le frontiere non sono fuori controllo: gli Stati hanno strumenti reali per governare la migrazione. Ma governare non significa poterla accendere e spegnere. Le restrizioni possono ridurre alcuni ingressi, ma possono anche spostare le rotte, alimentare l'irregolarità o scoraggiare i ritorni. La lezione che viene dalle ricerche più accreditate in sociologia non è che «i confini non servono». È più esigente: le politiche migratorie basate su provvedimenti di «maggiori restrizioni alle frontiere» possono anche funzionare, ma sempre in modo molto parziale, selettivo, spesso imprevedibile (e a volte anche vergognosamente «disumano»). Per capire, comunque, se una politica delle frontiere è oggettivamente efficace, bisogna guardare non soltanto a chi riesce a entrare, ma anche a chi parte, chi ritorna, attraverso quale canale e con quali conseguenze.

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Link permanente per l'accesso immediato ai dati Cestim in tabelle e grafici
https://www.cestim.it/sezioni/dati_statistici/italia/verona/2026-03-13-ALBERTINI_migranti_e_immigrati_nel_mondo.pdf.pdf

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Carlo Melegari

La Cina ha salvato il mondo dalla crisi petrolifera?

Report dal canale Youtube: Dazibao
a cura di Antonella Maconi

   Fin dai primi momenti della guerra in Iran, l' Agenzia Internazionale per l'Energia ha dichiarato, senza giri di parole, che il mondo si sarebbe trovato nella più grande crisi nella storia del mercato petrolifero mondiale: infatti, nel giro di pochi giorni, circa 15 milioni di barili di petrolio greggio al giorno e 5 milioni di barili di prodotti petroliferi al giorno non attraversano più lo stretto di Hormuz; attraverso lo stretto transita il 20% di tutto il petrolio mondiale e se una quota così enorme smette di raggiungere i mercati , tutta l'economia globale subisce un contraccolpo dalle conseguenze imprevedibili.

   Tutto sembrerebbe quindi convergere verso la più pessimistiche previsioni: invece non sta andando così: i prezzi al rialzo si sono spinti fino ad un massimo di oltre120 dollari, per poi stabilizzarsi ad un aumento “solo” del 40%.

Perché, a fronte del più forte shock energetico mai registrato, i prezzi del petrolio non sono aumentati con la stessa rapidità prevista?

Il motivo è che il più grande aggiustamento energetico della storia moderna è avvenuto in silenzio, senza annunci, conferenze stampa o rivendicazioni. Senza nessuna spiegazione. Ed è avvenuto a Pechino.

La risposta comincia ad emergere in aprile: le importazioni di greggio della Cina stanno crollando. Il più grande importatore di petrolio del pianeta, con circa 12 milioni di barili al giorno importati, in aprile registra importazioni di soli 9,3 barili al giorno. 7,8 a maggio, il livello più basso dal 2017. 7,1 a giugno, il 41% meno dell'anno precedente, cioè il minimo da quasi un decennio. In pratica la Cina ha smesso di pesare sul mercato per circa 5 milioni di barili al giorno: è come se uno dei maggiori importatori di petrolio fosse improvvisamente scomparso dal mercato. 

Come è stato possibile tutto ciò?

La spiegazione più immediata è che la Cina ha iniziato ad attingere alle riserve di petrolio accumulate negli anni precedenti. Nessuno sa a quanto ammontano, ma Goldamn Sachs stima le riserve cinesi attorno a 1,9 miliardi di barili, inoltre sembra che esistano enormi riserve anche di prodotti raffinati, benzina, diesel e cherosene accumulati in anni di acquisti eccedenti e mai dichiarati

il mercato cinese delle auto e dei camion si è orientato in modo aggressivo verso le batterie, con un risparmio di circa 670mila barili al giorno.

La produzione di materie plastiche è crollata, con un calo di 1,6 milioni di tonnellate in un solo mese; in termini petroliferi si tratta di una cifra enorme, stimata intorno ai 700mila barili al giorno. Inoltre nei cicli di produzione di materie plastiche è stato introdotto l'etano: da un barile di etano si può ottenere tre volte più polietilene che da un barile di nafta, ottenendo una diminuzione ulteriore di 330.000 barili al giorno.

La quota di energie rinnovabili ha raggiunto, nel primo semestre 2026, il 42%

Pechino aveva previsto tutto. Visione, strategia, capacità di riconversione...una lezione per tutto il mondo.

a cura di Antonella Maconi

Armi di discussione di massa

Contributo

Il valore della fragilità

di Luca Salvi

Lavoro da moltissimi anni come medico fisiatra accanto a persone con disabilità, anziani, persone con malattie croniche invalidanti e alle loro famiglie. Da questa esperienza nasce una domanda che ci riguarda tutti: oggi viviamo molto più a lungo, ma chi si prenderà cura di noi?

L'aumento dell'aspettativa di vita è una straordinaria conquista della medicina e della società, ma gli ultimi anni della vita sono spesso accompagnati da fragilità, perdita dell'autonomia e bisogni assistenziali crescenti. Nel frattempo è cambiata profondamente anche la famiglia: i nuclei familiari sono più piccoli, i figli spesso vivono lontano, uomini e donne lavorano e quella rete familiare che un tempo riusciva, pur con enormi sacrifici, ad assorbire gran parte dell'assistenza agli anziani oggi spesso non esiste più. 

Nel mio lavoro vedo quotidianamente quanto una malattia importante possa modificare non solo la vita della persona, ma quella di un'intera famiglia. Vedo quanto possa essere difficile ottenere in tempi adeguati un ausilio appropriato, trovare una risposta riabilitativa, assistenziale o residenziale e, nei momenti di maggiore pressione, accedere ai servizi necessari. Medici, infermieri, terapisti, operatori e responsabili dei servizi lavorano ogni giorno con competenza e dedizione, cercando di ottenere il massimo da risorse che faticano a tenere il passo con bisogni crescenti. Ma dobbiamo riconoscere una criticità strutturale: il bisogno di assistenza cresce più rapidamente della capacità del sistema di rispondervi. E quando il sistema pubblico non riesce a rispondere, quasi sempre è la famiglia a doverlo fare. 

Qui nasce una delle mie maggiori preoccupazioni. Chi possiede sufficienti risorse economiche può acquistare assistenza privata, fisioterapia, aiuto domiciliare, ausili tecnologicamente avanzati o una struttura residenziale. Chi queste possibilità non le possiede deve affidarsi a ciò che il sistema pubblico riesce a garantire. Non possiamo accettare una società nella quale la qualità della vita della persona fragile dipenda sempre di più dalla disponibilità economica della sua famiglia, perché significherebbe allontanarsi dai principi costituzionali sui quali abbiamo costruito il nostro Servizio Sanitario Nazionale. “Non ci sono le risorse” è una frase che sentiamo spesso. Ed è vero: le risorse non sono infinite e governare significa anche fare i conti con i bilanci. Ma un bilancio non è soltanto un insieme di numeri: è anche una dichiarazione di priorità. 

Quando una società considera strategica una grande infrastruttura, un investimento industriale o la propria difesa, trova le risorse per sostenerli. Allo stesso modo dovrebbe chiedersi quanto considera strategici la disabilità, l'assistenza domiciliare, le strutture residenziali e il sostegno ai caregiver. Non si tratta di contrapporre una spesa all'altra, ma di ricordare alla politica che scegliere le priorità è precisamente il suo compito. E la cura delle persone più fragili deve essere una di queste. Un amministratore deve giustamente sapere quanto costa un posto letto, un ausilio o un'ora di assistenza domiciliare. Ma dobbiamo evitare un passaggio pericoloso: dal calcolare il costo dell'assistenza al considerare un costo la persona che ha bisogno di assistenza. Un anziano non vale meno perché non produce più. Una persona con una grave disabilità non vale meno perché necessita dell'aiuto degli altri. La dignità della persona viene prima dell'efficienza, della produttività e dell'utilità sociale. 

È per questo che considero inseparabile da questa riflessione anche il delicatissimo dibattito sul fine vita. Qualunque posizione ciascuno abbia su eutanasia e suicidio medicalmente assistito, credo esista una domanda che dovrebbe precedere tutte le altre: abbiamo fatto davvero tutto perché quella persona non si sentisse un peso? Una società deve prima garantire alla persona fragile la possibilità di vivere dignitosamente, essere curata e ricevere l'assistenza necessaria senza percepire la propria esistenza come un problema economico per i figli o per la collettività. Perché c'è una differenza profonda tra affermare “non voglio più vivere” e pensare “non voglio più essere un peso per gli altri”. 

Queste parole non vogliono essere una critica al nostro sistema sanitario né alle persone che hanno la responsabilità di amministrarlo. Sono piuttosto un invito. Abbiamo ancora un Servizio Sanitario Nazionale fondato su un principio straordinario: la salute e la dignità della persona non dovrebbero dipendere dal suo reddito. Difendere questo principio richiede delle scelte: sostenere maggiormente famiglie e caregiver, rafforzare l'assistenza domiciliare e territoriale, investire nella riabilitazione e nella protesica, garantire risposte residenziali dignitose e programmare oggi ciò di cui avremo bisogno domani. Le istituzioni sociali e sanitarie, il volontariato e tutte le realtà che ogni giorno incontrano la fragilità possono aiutare la politica a vedere ciò che, da lontano, rischia di non vedere, proporre soluzioni e, con rispetto e spirito costruttivo, avere il coraggio di chiedere di più. Non contro le istituzioni, ma insieme alle istituzioni. Non credo che il futuro debba necessariamente essere quello di una società nella quale ciascuno acquista sul mercato l'assistenza che può permettersi. Possiamo costruire un nuovo patto tra persona, famiglia, comunità, sanità e istituzioni. Ma prima dobbiamo decidere che cosa consideriamo veramente importante e dare voce a chi rischia di rimanere indietro. Perché dietro ogni voce di spesa, ogni procedura, ogni ausilio, ogni posto letto, alla fine c'è sempre una persona. E la persona viene sempre prima.

Dr. Luca Salvi, medico fisiatra

Contributo

A proposito del libro “Giù le mani dal femminismo”

di Giovanni Sartori

È raro leggere una riflessione sul femminismo che riesca a mettere insieme, con tanta chiarezza, storia, politica e critica del presente. Da uomo, mi riconosco profondamente in molte delle considerazioni espresse in questa recensione.
Soprattutto condivido un punto: il femminismo non può ridursi alla celebrazione di singole donne che arrivano ai vertici del potere. Se l'emancipazione di alcune diventa il pretesto per dimenticare tutte le altre, abbiamo semplicemente sostituito una forma di potere con un'altra, senza mettere realmente in discussione le disuguaglianze.
Il femminismo, per come lo intendo, è una battaglia per la libertà, la dignità e i diritti di tutte e di tutti. E proprio per questo non può essere svuotato del suo significato, trasformato in uno slogan commerciale o piegato alle convenienze di una parte politica.
Ti ringrazio per una recensione che non si limita a parlare di un libro, ma invita a riflettere su cosa dovrebbe significare davvero la parola “femminismo”. Una riflessione che, almeno per me, da uomo, sento pienamente condivisibile.

Giovanni Sartori – San Giovanni Lupatoto.

Attrezzi

La Cassetta degli Attrezzi

Debito e risparmio globale nell'economia finanziarizzata. Il risparmio

di Alberto Giuliani

Alcune premesse importanti

Nei fascicoli precedenti abbiamo esaminato il “debito” come dato necessariamente emergente dall’attività economica. Abbiamo esaminato l’uso che ne è stato fatto, e tuttora se ne fa, nell’ambito delle attività di speculazione finanziaria. Abbiamo altresì intravisto l’accresciuto peso e la definitiva preminenza ed egemonia conquistata dal capitale finanziario sul capitale industriale e sull’economia “reale” e le conseguenti trasformazioni strutturali determinatesi nei rapporti economici e sociali.

Esaminiamo ora, a partire da questo fascicolo, l’altra faccia della stessa medaglia: il “risparmio” o per meglio dire la “ricchezza” accumulata in varie forme.

La stessa medaglia è la “finanza”: l’attività che tradizionalmente dovrebbe “mediare” la relazione tra “risparmio” e “debito”, tra chi ha denaro da investire, nella speranza di ricavarne una rendita, e chi ne ha, a vario titolo, necessità. Una “mediazione” che, contrariamente a quanto preteso dagli economisti “mainstream”, si presenta tutt’altro che neutrale, al di sopra delle parti, ma diventa essa stessa un’entità autonoma, e come tale, strutturalmente attiva nel funzionamento del sistema capitalistico. 

Le origini. La creazione del “capitale fittizio”

Karl Marx nel terzo Libro del Capitale analizza la scomposizione del profitto in guadagno d'impresa e interesse, descrivendo come il sistema creditizio spinga il capitale finanziario a rendersi autonomo dalla produzione reale. Questo fenomeno culmina nella creazione del

capitale fittizio (fiktives Kapital).

Il capitale fittizio è un ammasso di titoli di credito (azioni, obbligazioni, titoli di debito pubblico) che non rappresentano un capitale reale esistente, ma il diritto a ricevere una quota del plusvalore futuro.

Capitale Reale: Macchinari, materie prime, fabbriche e salari (capitale investito nella produzione).

Capitale Fittizio: Duplicazione cartacea o digitale del capitale reale.

Il Meccanismo: Il capitale reale viene investito nell'industria. Contemporaneamente, il titolo cartaceo che rappresenta quel valore (l'azione) viene scambiato sul mercato finanziario come se fosse un bene autonomo dotato di vita propria.

Marx individua tre manifestazioni principali del capitale fittizio nel sistema creditizio:

I Titoli del Debito Pubblico: Lo Stato prende in prestito denaro e in cambio emette obbligazioni. Quel denaro viene speso (guerre, infrastrutture, spese correnti) e svanisce. Il titolo di Stato rimasto in mano all'investitore è puro capitale fittizio: non rappresenta alcuna produzione reale, ma solo il diritto di prelevare “tasse” sul reddito futuro della nazione.

Le Azioni e le Obbligazioni Societarie: Un'azione rappresenta la frazione di una fabbrica reale. Tuttavia, il suo valore di mercato oscilla in borsa indipendentemente dal valore dei macchinari o dei capannoni. Essa si muove in base alle aspettative di profitto futuro e alla speculazione.

Le Cambiali e il Credito Bancario: Titoli di debito che circolano come mezzo di pagamento prima ancora che la merce sottostante sia stata effettivamente venduta o prodotta.

L'Autonomizzazione della Finanza

Marx spiega che il capitale finanziario sviluppa un'illusione ottica pericolosa per il sistema capitalistico.

La formula generale del capitale: (D - M - D') (Denaro - Merce/Produzione - Più Denaro).

La formula finanziaria: (D - D') (Denaro - Più Denaro).

Il passaggio intermedio della produzione di merci (M) scompare alla vista degli agenti finanziari. Il denaro sembra avere la proprietà magica di generare altro denaro per virtù propria, come un albero che fa i frutti. L'attività finanziaria si rende autonoma perché vive di logiche speculative interne (compravendita di titoli) che sembrano totalmente slegate dalle sorti delle fabbriche reali.

Il capitale fittizio è un potente motore di accumulazione, ma anche la causa principale delle crisi sistemiche.

Scollegamento: Il valore nominale dei titoli finanziari cresce a dismisura rispetto al plusvalore effettivamente estratto nella produzione reale.

Creazione di Bolle: Il credito permette di espandere la produzione oltre i limiti del mercato reale, gonfiando i prezzi dei titoli.

Il Crollo: Quando il sistema creditizio si inceppa, emerge la realtà: i titoli finanziari non possono essere convertiti in denaro reale perché quel denaro non esiste. Il capitale fittizio evapora istantaneamente nei crolli di borsa, riportando il sistema alla dura realtà del valore reale prodotto.

Sebbene scritto nel XIX secolo, il Capitale di Marx anticipa dinamiche modernissime:

Cartolarizzazione: La trasformazione di debiti (es. mutui subprime) in titoli finanziari scambiabili.

Derivati: Contratti finanziari il cui valore dipende da un altro asset, che rappresentano una scomposizione ulteriore del capitale fittizio, giunta ormai a diversi gradi di astrazione dal mondo reale.

L’autonomizzazione della finanza,con il suo prevalere sulla economia reale, ha ridefinito la gerarchia del potere all’interno del sistema capitalistico occidentale in favore dei nuovi “capitalisti finanziari”, trasformandone la struttura stessa, le regole e le istituzioni giuridiche, prevalendo persino sui governi e le istituzioni politiche (come abbiamo visto esaminando lo svolgimento della crisi del 2008). Sono venuti affermandosi nuovi intermediari finanziari, al di fuori e al di sopra del sistema bancario tradizionale e della normativa che lo regola. Si è originato un vero e proprio sistema bancario ombra.

Lo “shadow banking” (il sistema bancario ombra)

Lo “shadow banking” (sistema bancario ombra) indica l'insieme di intermediari finanziari, mercati e strumenti che svolgono funzioni tipicamente bancarie — raccolta di fondi a breve termine, trasformazione delle scadenze, concessione di credito, leva finanziaria — ma al di fuori del perimetro della regolazione bancaria tradizionale.

Le funzioni bancarie "in ombra"

Una banca tradizionale raccoglie depositi a breve (passività liquide) e li impiega in prestiti a lungo termine (attività illiquide): questa trasformazione delle scadenze è la sua funzione essenziale, ma la espone al rischio di corsa agli sportelli, motivo per cui è soggetta a riserve obbligatorie, requisiti patrimoniali e garanzie pubbliche (assicurazione dei depositi, prestatore di ultima istanza).

Lo shadow banking replica questa trasformazione fuori da quel perimetro regolatorio, attraverso una catena di soggetti e strumenti (che, per il momento, ci limitiamo ad elencare riservandoci di approfondirne il funzionamento in seguito):

Money Market Funds (MMF): raccolgono risparmio a breve emettendo quote quasi-equivalenti a depositi e investono in carta commerciale o titoli a breve

Veicoli di cartolarizzazione (SPV/SIV): acquistano portafogli di prestiti bancari, li impacchettano in titoli (ABS, CDO) e li rivendono sul mercato (vedi il fascicolo sulla crisi del 2008)

Broker-dealer e repo market: finanziano posizioni in titoli mediante pronti contro termine a brevissima scadenza, ricostruendo la dipendenza dalla liquidità a breve tipica dei depositi

Fondi hedge e fondi di private equity: operano con elevata leva senza i vincoli patrimoniali delle banche

Ragioni strutturali che spiegano la crescita del sistema bancario ombra:

1. Arbitraggio regolatorio: spostare attività fuori bilancio o in entità non bancarie consente di ridurre i requisiti di capitale

2. Domanda istituzionale di "quasi-moneta" sicura: grandi investitori (fondi pensione, tesorerie aziendali) hanno bisogno di parcheggiare liquidità eccedente la soglia di garanzia dei depositi; i titoli del mercato monetario assolvono questa funzione

3. Innovazione finanziaria: la cartolarizzazione ha permesso di "originare e distribuire" il credito, separando chi eroga il prestito da chi ne sopporta il rischio.

Esaurite le necessarie premesse, possiamo ora procedere, in primo luogo, all’esame della “materia prima”  o, se preferite, del terreno di caccia conteso dai vari “predatori” che operano nella speculazione finanziaria. Il denaro “risparmiato” la “ricchezza accumulata”, denaro dal quale ricavare altro denaro. 

Capitolo 2 – IL RISPARMIO. La ricchezza finanziaria

Lo Stock Finanziario Mondiale (Beni Mobili)

Esistono stime molto autorevoli aggiornate al 2025, curate principalmente da grandi istituti finanziari come Allianz, UBS e il Fondo Monetario Internazionale (FMI).

E’ fondamentale distinguere tra due concetti spesso confusi:

Ricchezza Finanziaria (Stock): Il valore totale dei risparmi accumulati (conti correnti, azioni, obbligazioni, fondi).

Tasso di Risparmio (Flusso): La percentuale di reddito che viene messa da parte ogni anno.

Ecco i dati più recenti e affidabili suddivisi per aree geografiche.

1. Valore Globale della Ricchezza Finanziaria (Stock)

Secondo l'Allianz Global Wealth Report 2025 (pubblicato a fine 2025), la ricchezza finanziaria lorda delle famiglie a livello mondiale ha raggiunto il record di 312 mila miliardi di dollari (269.000 miliardi di euro.)

La distribuzione è fortemente sbilanciata verso il Nord America e la Cina:

Area GeograficaQuota del Risparmio Mondiale (%)Nota sui trend 2025
Nord America (USA & Canada)~48-50%Domina il mercato grazie ai mercati azionari forti.
Cina~15%Crescita costante, pur rallentata rispetto al decennio scorso.
Europa Occidentale~14%Quota in calo (era il 24% vent'anni fa).
Asia (Giappone escluso)~10%Area con la crescita più dinamica in termini di nuovi risparmiatori.
Giappone~8%Quota dimezzata negli ultimi 20 anni per stagnazione economica.
Resto del Mondo~3-5%Include America Latina, Europa dell'Est, Medio Oriente e Africa.

Nota: Il Nord America da solo genera oltre la metà della crescita annuale della ricchezza mondiale.

2. Tasso di Risparmio delle Famiglie (Flusso)

Se invece guardiamo a "chi mette più soldi da parte ogni mese", la classifica cambia radicalmente. I dati OECD ed Eurostat per il 2025 evidenziano un comportamento molto diverso:

Cina: Rimane il leader mondiale con un tasso di risparmio che sfiora il 45% del PIL (sommando risparmio pubblico e privato).

Germania: Si conferma la "formica" d'Europa con un tasso di risparmio delle famiglie intorno al 20%.

Stati Uniti: Pur avendo la massa più grande di capitali, il tasso di risparmio è molto più basso (circa 4-5%), poiché la ricchezza è alimentata più dall'aumento di valore degli investimenti che dal risparmio del salario.

Italia: Storicamente alta, si è stabilizzata intorno al 10-12%, superando la media UE ma lontana dai picchi degli anni '90.

Nota: se al valore delle attività finanziarie (contanti, azioni, obbligazioni) si sommano le attività reali (principalmente immobili), al netto dei debiti privati, il valore della ricchezza totale (finanziaria + immobiliare) sale a circa 470 mila miliardi di dollari.

Fonti per approfondire

Consultare i report originali (solitamente pubblicati in inglese), i punti di riferimento sono:

Allianz Global Wealth Report 2025: Eccellente per la distinzione tra attività finanziarie e immobiliari.

UBS Global Wealth Report 2025: Focalizzato sulla ricchezza netta per adulto e sul numero di milionari per regione.

World Bank Data: Utile per il "Gross National Savings" inteso come indicatore macroeconomico.

Riassunto della situazione attuale

Oggi il mondo del risparmio è "bipolare": da una parte gli Stati Uniti, che detengono quasi la metà della ricchezza finanziaria mondiale grazie ai mercati finanziari; dall'altra la Cina, che pur avendo meno stock accumulato, continua a essere il motore principale della nuova generazione di risparmio.

Rapporto tra ricchezza finanziaria globale e Pil mondiale

Il rapporto tra la ricchezza finanziaria globale e il Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale è uno degli indicatori più interessanti per capire quanto la "finanza" pesi rispetto all'economia "reale" (quella fatta di beni e servizi prodotti).

In parole povere: il PIL è lo “stipendio annuo del mondo”, mentre la ricchezza finanziaria è il “saldo del conto in banca” e degli investimenti accumulati nel tempo.

1. I numeri del 2025-2026

Secondo le ultime stime basate sui trend del 2025, il divario tra i due valori è netto:

IndicatoreValore Stimato (USD)Descrizione
PIL Mondiale~$115 - 120 trilioniIl valore di tutto ciò che il mondo produce in un anno.
Ricchezza Finanziaria Lorda~$285 - 295 trilioniIl valore totale di contanti, azioni, obbligazioni e fondi.
Rapporto (Ratio)~2,5 : 1Ogni dollaro prodotto genera 2,5 dollari di asset finanziari.

2. Perché la ricchezza finanziaria cresce più del PIL?

È interessante notare che questo rapporto non è statico. Negli ultimi 20 anni, la ricchezza finanziaria è cresciuta molto più velocemente dell'economia reale. Ecco i motivi principali:

L'effetto "Compound" (Interesse Composto): I mercati azionari tendono a crescere a tassi superiori rispetto alla crescita demografica o della produttività industriale.

Politiche Monetarie: Per anni, le banche centrali hanno immesso liquidità nel sistema, che si è riversata sugli asset (borse e immobili) gonfiandone il valore.

Finanziarizzazione: Una quota sempre maggiore di attività umane è diventata "scambiabile" sui mercati finanziari.

Curiosità: Se includessimo anche il valore degli immobili (ricchezza reale), il rapporto salirebbe ulteriormente. La ricchezza totale (finanziaria + immobiliare) è circa 4,5 - 5 volte il PIL mondiale.

3. Cosa significa questo rapporto?

Un rapporto di 2,5 a 1 indica un'economia fortemente finanziarizzata.

Lati positivi: Una grande massa di capitali è disponibile per essere investita in innovazione e nuove imprese.

Lati negativi: Esiste un rischio di "bolle". Se il valore degli asset (la ricchezza) si scollega troppo dalla capacità dell'economia di produrre valore reale (il PIL), il sistema diventa instabile.

Un confronto regionale rapido

Il rapporto varia enormemente a seconda di dove guardiamo:

 1. Stati Uniti: Il rapporto è altissimo (circa 4,5 : 1), riflettendo mercati azionari iper-sviluppati.

 2. Europa: Si attesta su una media di 2,5 : 1, con l'Italia che ha molta ricchezza privata ma un PIL che cresce lentamente.

 3. Mercati Emergenti: Il rapporto è spesso vicino a 1 : 1, poiché il sistema finanziario è ancora in fase di costruzione rispetto alla produzione industriale.

Il Flusso del Risparmio (La "Propensione")

In termini macroeconomici, il risparmio lordo globale (Gross National Savings) si attesta solitamente intorno al 25-28% del PIL mondiale.

Considerando un PIL mondiale previsto per il 2026 di circa 123 mila miliardi di dollari, il risparmio annuale generato da famiglie, imprese e governi è di circa 31-34 mila miliardi di dollari.

Focus: Il Risparmio in Italia

L'Italia presenta una situazione particolare e per certi versi opposta a quella degli USA: ha un debito pubblico enorme, ma una delle ricchezze private più solide al mondo.

Tipo di RicchezzaValore Stimato
(Fine 2025)
Note
Ricchezza Finanziaria€ 6.150 miliardiSolo liquidità, azioni, bond, polizze.
Ricchezza Netta Totale~ € 11.300 miliardiInclude immobili e terreni.
Tasso di Risparmio~ 8%Percentuale del reddito disponibile salvata ogni anno.

Nota: La ricchezza netta delle famiglie italiane è circa 4 volte superiore al debito pubblico nazionale. Questo è il motivo per cui, nonostante l'alto debito dello Stato, il sistema Italia è spesso considerato resiliente dai mercati.

Distribuzione e Disuguaglianza

Il World Inequality Report 2026 evidenzia però un divario crescente nella distribuzione della ricchezza:

Il top 10% della popolazione mondiale detiene circa il 75% della ricchezza totale.

Il 50% più povero dell'umanità possiede solo il 2% del patrimonio globale.

L'1% più ricco controlla da solo circa il 37% di tutta la ricchezza mondiale.

Debito vs Risparmio

Se confrontiamo i dati:

Debito Mondiale: ~$346 mila miliardi.

Ricchezza Privata Totale Mondiale: ~$470 mila miliardi.

A livello globale, la ricchezza privata supera il debito totale, ma il problema risiede nella distribuzione: il debito pubblico è di tutti, mentre il risparmio è privato e fortemente concentrato in poche mani o in aree geografiche specifiche.

Diamo infine uno sguardo ai dati della ricchezza, suddivisi tra stock finanziari (beni mobili) e stock immobiliari, per aree a livello globale.

Confronto per Aree Geografiche (Stime 2025)

Ecco una tabella comparativa per visualizzare dove "pesano" di più i mattoni rispetto ai capitali finanziari:

Area GeograficaPrevalenza AssetNote Chiave
Stati UnitiFinanziarioI capitali mobili superano nettamente il valore degli immobili (Rapporto ~2:1).
CinaImmobiliareGli immobili sono la forma primaria di risparmio; il mercato finanziario è in crescita ma ancora secondario.
Europa (Media)EquilibrataUn mix più bilanciato, con una forte componente di ricchezza "fisica".

Al 2025-2026, la ricchezza totale stimata è distribuita in modo interessante: l'immobiliare resta la più grande riserva di valore al mondo, ma gli asset finanziari corrono più velocemente grazie ai mercati azionari.

Lo Stock Immobiliare Mondiale (Real Estate)

Secondo i dati di Savills World Research (2025), il valore di tutto il patrimonio immobiliare globale ha raggiunto la cifra record di 393,3 mila miliardi di dollari.

L'immobiliare da solo vale più di tutte le azioni e le obbligazioni mondiali messe insieme. Ecco come è distribuito:

Cina: È il mercato immobiliare più prezioso al mondo, rappresentando circa il 23,5% del valore globale (~92 mila miliardi $).

Stati Uniti: Seguono al secondo posto con il 20,7% (~81 mila miliardi $).

Europa e Altri: I primi 10 mercati (che includono Giappone, Germania, Regno Unito, Francia e Italia) coprono il 55,8% del valore totale mondiale.

Composizione: Il 73% di questo valore è rappresentato dal settore residenziale (le case dove viviamo), mentre il resto si divide tra commerciale e terreni agricoli.

Focus: Il dato della Cina

Concludendo l’esame dei dati della ricchezza globale, un’attenzione particolare ritengo vada riservata alla Cina che per certi versi esprime una dinamica comune ad altri paesi emergenti.   

Il dato della Cina è particolarmente interessante perché ribalta la logica occidentale: mentre negli Stati Uniti e in Europa la ricchezza è "matura" e stivata nei mercati finanziari, in Cina la ricchezza è ancora in una fase di accumulo massiccio e fortemente concentrata nel settore immobiliare.

Per il 2025-2026, ecco i numeri chiave del Dragone:

1. Il Rapporto Ricchezza Finanziaria / PIL

In Cina, il rapporto tra ricchezza finanziaria lorda delle famiglie e PIL è di circa 2,1 : 1.

Ricchezza Finanziaria Lorda (famiglie): stimata intorno ai 40.000-42.000 miliardi di euro (circa il 15-16% del totale mondiale).

PIL 2025: ha raggiunto circa 140,2 trilioni di yuan (circa 20.000 miliardi di dollari).

Perché è un dato "anomalo"?

Rispetto al rapporto globale (2,5:1) e a quello degli USA (4,5:1), la Cina sembra "indietro". In realtà, questo accade perché il mercato dei capitali cinese (borse di Shanghai e Shenzhen) è ancora giovane e meno penetrato nelle famiglie rispetto a Wall Street.

2. La "Trappola" del Mattone

Il dato della sola ricchezza finanziaria è incompleto se non si guarda al patrimonio totale. In Cina, il rapporto tra Ricchezza Totale (Finanziaria + Immobiliare) e PIL è altissimo, ma è sbilanciato:

Composizione della ricchezza: In Cina, circa il 60-70% del patrimonio delle famiglie è investito in immobili. In Italia è circa il 50%, negli USA meno del 30%.

Rischio: Con la crisi del settore immobiliare (iniziata con Evergrande e proseguita fino al 2025), i risparmiatori cinesi stanno cercando di spostare i soldi dal mattone verso prodotti finanziari più sicuri (depositi bancari e titoli di stato), facendo crescere la componente finanziaria.

3. La Formica del Mondo: Il Tasso di Risparmio

Se il rapporto stock/PIL è più basso dell'Occidente, il “flusso” è imbattibile:

Tasso di risparmio delle famiglie: La Cina viaggia stabilmente sopra il 35-40% del reddito disponibile.

Motivazione: È un "risparmio precauzionale". Poiché il sistema di welfare (pensioni e sanità) è meno protettivo di quello europeo, le famiglie cinesi accumulano enormi riserve di liquidità per le emergenze.

Riepilogo Cina vs Mondo (Stime 2025-2026)

AreaRatio Ricchezza Fin. / PILTasso di Risparmio (su Reddito)
Cina2,1~38%
USA4,5~4%
Media Mondiale2,5~18%

In sintesi: La Cina ha una "potenza di fuoco" finanziaria enorme che sta ancora crescendo, ma a differenza degli americani, i cinesi preferiscono ancora tenere i soldi "sotto il materasso" (depositi bancari) o nelle quattro mura di casa, piuttosto che investirli massicciamente in borsa.

Alberto Giuliani

Una vita imprevedibile

Francesco Palmese
Editoriale Lombarda. Pagine 72 – Euro 18.00
di Guido Piccoli

Immaginate di avere un paio d’ore da trascorrere con un grande compagno, coerente, simpatico, sempre pronto alla battuta e sempre portato alla lotta. Da quando, appena bimbo, era spaventato dai bombardamenti fino ad adesso che continua a combattere il nuovo nemico, la cecità. In questo paio d’ore lui, Francesco Palmese detto Franco, vi racconta di tutto. A cominciare dalla grotta a Pozzuoli, che faceva da rifugio dalle bombe, o della vita in più famiglie in uno stanzone dove si mangiava, quando c’era, e si faceva la fila per il gabinetto, ognuno con pezzi di giornale in mano. E poi delle donne perennemente piegate sui mastelli e degli uomini sempre fuori a cercare del cibo. E ancora dell’eruzione del Vesuvio del marzo 1944, esploso per continuare a far vivere la gente nella paura. Franco ricorda il suo carisma di adolescente e le sue prime monellerie (come i furti di trecce di cozze a mare) che, se e quando scoperte, gli procuravano paterne cinghiate. E poi le frequentazioni con i soldati americani per strappare loro qualche caramella, che gli comportarono anche il rischio di essere sbrigativamente adottato da un militare yankee che l’aveva preso in simpatia. “Cosa mi sarebbe successo?” si chiede adesso Franco. “Forse sarei finito a Sing-Sing come rivoluzionario”. E sì, perché lui ha sempre subito il contagio della rivoluzione. E della politica che lo spinge anche in questa due ore a spiegare quell’epoca post-guerra, dal referendum del 2 giugno 1946 alla carta costituzionale, diventata secondo lui se non carta straccia almeno un “libro dei sogni”. E poi a ricordare la Democrazia Cristiana che forte dell’appoggio americano si premetteva di tutto, perfino di spargere l’idea secondo cui “i comunisti mangiano i bambini”, mentre il Pci si limitava al moralismo, accettando ogni ricatto. “Conoscendo il passato puoi tracciare il futuro” sostiene Franco. E lui il passato continua a ricordarlo in queste due ore, passando dall’infestazione di pidocchi, alla dilagante prostituzione per fame che generò tanti bambini di colore, chiamati “figli della guerra”. E poi gli anni del suo impiego alla Cementir, fabbrica vicina e sorella minore dell’Italsider. Quindi gli scioperi, i crumiri, i blocchi stradali, la Celere, il governo Tambroni. E poi la sua adesione prima al Pci di Togliatti, poi ad Avanguardia Operaia napoletana, dove militavano “compagni straordinari” e femministe eccezionali. Ovunque e sempre da estremista. E qui altre “fughe”, stavolta in avanti, fino ad arrivare al pasticcio del Partito Democratico di Elly Schlein e all’Italia attuale, “che, nata male, procede peggio”. Lungo questo andirivieni c’è posto, dopo la deriva della sinistra cosiddetta rivoluzionaria, anche per l’attrazione per la lotta armata, che non lo spinse mai a praticarla in alcun modo. A orientare Franco ovviamente anche gli amori. Per uno, il più forte, si trasferì al nord, a Como dove prese servizio in una RSA e dove ritornò a militare per poco nel Pci e nella Cgil. Poi, per un altro amore, si sposò promettendosi di abbandonare le lotte e diventare “un bravo casalingo”. Cosa impossibile per Franco che allora prese a combattere contro il nuovo nemico, la cecità. E qui, quasi alla fine delle due ore, si arriva a quest’ultima battaglia, sempre fatta di determinazione e solidarietà tant’è che, grazie all’incontro casuale con una suora africana, Franco s’innamorò dell’Uganda, diventando sostenitore di vari progetti per ciechi di quel paese africano. “Ultima battaglia” non è un concetto adatto a Franco Palmese. Lui è attivo, come lo era da bambino e poi da ragazzo e poi sempre da uomo-compagno. Con la stessa fermezza. E le stesse idee, ovviamente ancora più “estremiste”, considerando la deriva “moderata” del mondo occidentale, dell’Italia e della sua rappresentazione politica. A proposito, alla fine di questo lungo racconto con tanti aneddoti e tante divagazioni non importa se non avete preso appunti. E’ scritto tutto in un libro, ovviamente dalla copertina rossa, chiamato “Una vita imprevedibile”, pubblicato nel luglio 2026 dalla Editoriale Lombarda. Un titolo bello, ma non tanto centrato, per quella che è stata la vita di Franco, coerentemente e prevedibilmente sempre dalla stessa parte. E lo è ancora.  Il ricavato delle vendite andrà tutto in Uganda, per migliorare l’esistenza dei ciechi di là. Continuando a vivere, continuando a lottare al fianco dei deboli e degli sfruttati.

Guido Piccoli

Basta soldi per le armi.

Comunicato stampa di AVS Nazionale

Noi di AVS abbiamo contribuito da protagonisti a scrivere una risoluzione parlamentare unitaria, con PD e M5S, sui conti pubblici e sull’utilizzo dei fondi europei per acquistare armi.

Il testo di AVS, PD e M5S dice una cosa semplice: se bisogna chiedere prestiti all’Europa, non si usino per le armi, ma per i bisogni più urgenti dei cittadini.

È un grande passo avanti per tutta la coalizione, perché spesso viene raccontata come divisa, con questioni politiche insormontabili al suo interno.

E questo racconto viene gonfiato ogni giorno da commentatori, pronti a sparare sulla prospettiva di una coalizione che in realtà ha già una sua quadra.

Esistono punti di vista diversi, certo. 

Vale per noi, vale per la destra. 

Vale in politica estera, come per esempio sulla tassa sulle grandi ricchezze.

Come è noto AVS la vuole e faccio uno spoiler agli amanti del genere, continueremo a batterci perché ci sia nel programma. Dipenderà anche molto dalla forza che le urne ci daranno.

E tuttavia, il passaggio di oggi è davvero importante, perché ha stabilito una nuova divisione fra noi e la destra: la destra sperpera il 5% del PIL in armi, obbedendo a Trump, noi della coalizione progressista lo riteniamo un errore, che correggeremo quando saremo al governo.

Prima delle armi c’è la vita dei cittadini. 

Qui un estratto della risoluzione, se volete leggerlo.

considerato che,

il nuovo quadro di regole di cui al Regolamento 2024/1263 prevede la possibilità di richiedere alla UE l’attivazione di due clausole che permettono deviazioni dai limiti della spesa netta raccomandati dal Consiglio al momento dell’approvazione dei PSB: la clausola di salvaguardia nazionale di cui all’articolo 26 è specifica per paese e consente tale deviazione nel caso in cui circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro abbiano rilevanti ripercussioni sulle sue finanze pubbliche, a condizione che essa non comprometta la sostenibilità di bilancio nel medio termine;

riteniamo necessario riconsiderare radicalmente gli impegni di spesa assunti in sede Nato e scongiurare ulteriori aumenti delle spese per i sistemi di armamento che insistono sul bilancio dello stato, nonché attivarsi per superare il piano di riarmo degli eserciti nazionali privo di coordinamento puntando alla costruzione di una vera difesa comune europea, e a perseguire una strategia che punti alla sovranità e indipendenza energetica e che metta gli Stati membri al riparo dagli effetti destabilizzanti indotti dalle guerre;

impegna il Governo:

a presentare una relazione che aggiorni il percorso della spesa netta e gli obiettivi programmatici di finanza pubblica e indichi la misura e la durata dell’eventuale deviazione, garantendo in ogni caso che essa sia esclusivamente indirizzata al contrasto della povertà assoluta, al finanziamento della sanità pubblica, al sostegno delle famiglie e delle imprese colpite dalla crisi energetica e alla diminuzione della dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, in particolare attraverso investimenti in fonti pulite, reti e infrastrutture energetiche, escludendo che le risorse disponibili siano destinate a impegni di spesa militare.

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