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Qualcosa di Sinistra

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Disarmare l'intelligenza artificiale con la politica del bene comune

di Sergio Paronetto

Magnifica humanitas di papa Leone XIV, pur carica di spiritualità, è un testo laico, cioè universale. Affronta i temi del potere, della democrazia, del diritto, dell'economia e della politica. Evitando due atteggiamenti speculari, l'ottimismo ingenuo e il catastrofismo ipercritico, cerca di riflettere sul "retto uso della potenza", alla luce del filosofo veronese Romano Guardini (citato al n. 93). Leone osserva che per l'IA la questione essenziale non è solo etica o antropologica, ma è quella della sua proprietà, della concentrazione del potere, della sua produzione, della sua programmazione.

Chi possiede e progetta l'IA?

Fermandomi solo sul capitolo terzo, intitolato "Tecnica e dominio", Leone osserva che "il discernimento etico non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano" (104). "Perché l'IA rispetti la dignità umana e serva davvero il bene comune, è essenziale che siano chiare le responsabilità in tutti i passaggi: da chi progetta e addestra i sistemi fino a chi li utilizza e a chi decide di affidare ad essi le scelte concrete" (105). "Non basta invocare genericamente l'etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti, il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo" (106).

Non serve più morale ma più politica

"Non possiamo limitarci a invocare la moralizzazione della macchina, il cosiddetto allineamento dell'IA a valori umani, senza avere il coraggio di porre una ulteriore condizione: la possibilità di discutere il codice etico da usare, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa. Altrimenti, chi controlla l'IA imporrà la propria visione morale, che diventerà l'infrastruttura invisibile dei sistemi. Non serve un'IA più morale, se questa morale è decisa da pochi. Serve una politica più presente, capace di rallentare dove tutto accelera e di proteggere gli spazi in cui le comunità possono ancora partecipare e interrogarsi" (107).

Interrogare le geografie del potere

"L'IA tende ad accrescere soprattutto il potere di chi dispone già di risorse economiche, competenze e accesso ai dati. Alla luce del bene comune e della destinazione universale dei beni, questo fenomeno desta seria preoccupazione: piccoli gruppi molto influenti possono orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici e incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio, contraddicendo la giustizia sociale e la solidarietà tra i popoli" (108). Parlare di giustizia impone di interrogare le geografie del potere che definiscono chi può addestrare i modelli e chi è solo oggetto di addestramento, e riconoscere che la giustizia sociale non è solo un obiettivo da tutelare dopo l'adozione delle tecnologie, ma una condizione previa da praticare nel loro stesso disegno" (109).

Smascherare le nuove disuguaglianze

Seguendo i principi della "dottrina sociale" della Chiesa, specifica Leone, "in un mondo dove pochi soggetti concentrano dati, capitale computazionale e capacità normativa, parlare di bene comune significa smascherare questa nuova asimmetria epistemica, economica e politica, nominando i nuovi monopoli dell'IA. Parlare di destinazione universale dei beni significa trovare modi per assicurare l'accesso universale alle tecnologie e alla formazione. Parlare di sussidiarietà chiede di proteggere la capacità delle comunità di scegliere e correggere, senza relegare il loro intervento a una vigilanza, dopo che gli standard sono stati scritti altrove. Parlare di solidarietà obbliga a riconoscere il lavoro invisibile, spesso sfruttato, che alimenta i modelli algoritmici (109).

Disarmare l'IA, renderla abitabile e ospitale

"Vorrei, infine, usare una parola che mi sta a cuore: "disarmare". Disarmare l'IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. È la corsa all'algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l'umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita. Il compito, oggi, non è solo etico o tecnico: è ecologico nel senso più radicale, perché chiama in causa una nuova dimensione della nostra Casa comune. L'IA è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti. Per questo, non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale" (110).

Sergio Paronetto

Sì, parliamo di sicurezza

Cinque decreti - Esautoramento del Parlamento – I contenuti: Sorvegliare e Punire - E’ cambiato qualcosa? - Le carceri – E’ una politica criminogena.
di Tati Laterza

Esiste un problema di sicurezza in questo paese? Sì, un problema di sicurezza esiste, ma non è quello su cui, fin dal suo insediamento, questo governo ha costruito e cercato di ricostruire e consolidare le sue fortune elettorali.

Un problema di sicurezza esiste, a mio giudizio, almeno in tre diverse direzioni:

1- per la stabilità delle istituzioni, l’equilibrio tra i poteri dello Stato e la tenuta dello Stato di diritto

2- per la garanzia dei diritti definiti e protetti dalla Costituzione repubblicana

3- per la sicurezza quotidiana di tutti i cittadini, a fronte di provvedimenti legislativi e pratiche politiche che producono marginalità e disagio e al contempo alimentano e giustificano reazioni, non solo verbali, di odio e violenza, innescando così un corto circuito tra dilatazione artificiosa dell’allarme sociale, domanda securitaria e risposta repressiva.

Cinque decreti

Con l’ultimo decreto sicurezza, convertito in legge il 24 aprile 2026 dopo una pesante controversia con il Quirinale e già oggetto di un esame fortemente critico da parte della Corte di Cassazione, siamo al quinto provvedimento assunto dal governo Meloni, a partire dal cosiddetto "Decreto Rave" dell’ottobre 2022. Il "Decreto Rave" entra in vigore il 31 ottobre 2022, appena nove giorni dopo l’insediamento di questo governo, e ne segnala da subito gli indirizzi, sia per le procedure che per i contenuti, che saranno puntualmente seguiti anche da tutti i provvedimenti successivi. Frutto, evidentemente, di scelte precise e non di necessità contingenti.

La prima scelta è quella di procedere a importanti variazioni riguardanti, anche ma non solo, la giustizia penale con lo strumento del decreto-legge. Strumento che, come si sa, la Costituzione (art. 77) autorizza solo "in casi straordinari di necessità e d’urgenza" e che, invece, sembra essere diventato strumento legislativo ordinario, nonostante le forti obiezioni sulla legittimità costituzionale avanzate, in particolare sui due ultimi decreti, dalle più autorevoli associazioni, tra cui l’ANM, l’Unione delle Camere Penali, l’OSCE, Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU, nonché da un gran numero di accademici di tutte le università italiane.

Le obiezioni riguardano principalmente due punti: la discutibile legittimità delle procedure seguite e l’estrema disomogeneità dei contenuti, che affastellano in uno stesso decreto argomenti tra loro molto diversi, dal contrasto al terrorismo alle vittime di usura, dai controlli di polizia all’ordinamento penitenziario, per fare solo qualche esempio. Dunque questioni che non hanno nulla a che vedere con la "straordinaria necessità e urgenza" e che, servono, piuttosto, a concentrare sul governo l’iniziativa legislativa su temi estremamente delicati, espropriando di fatto il Parlamento delle sue funzioni istituzionali e riducendolo ad organo di obbediente ratifica di decisioni prese altrove.

Sui due decreti la Corte di Cassazione ha prodotto relazioni molto ampie e dettagliate, in cui si segnalano, oltre che le problematiche relative alle procedure, numerosi dubbi di costituzionalità su specifici contenuti.

L’iter legislativo dei decreti sicurezza: esautoramento del Parlamento

Prima, però, di entrare nel merito dei contenuti più significativi, converrà ripercorrere l’iter legislativo di questi due ultimi decreti, che illustra bene la visione che questo governo ha del proprio ruolo rispetto a quello degli altri organi fondamentali dello Stato, in particolare il Parlamento, da un lato, e la Presidenza della Repubblica, dall’altro (per non parlare della magistratura).

Il decreto sicurezza del 2025 era partito come un normale disegno di legge, presentato al Parlamento e approvato dalla Camera il 18 settembre 2024. Passato al Senato, viene approvato con limitatissime modifiche dalle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia il 26 marzo 2025. Deve quindi passare in aula e poi tornare alla Camera per l’approvazione definitiva. Ma a quel punto succede qualcosa: inopinatamente, l’11 aprile, il disegno di legge viene sottratto alle aule parlamentari e trasformato in decreto-legge. Si blocca, a quel punto, la discussione, si elimina qualsiasi possibilità di modifica, anche da parte dei parlamentari della maggioranza, e si impone l’approvazione del testo così com’è, esautorando di fatto il Parlamento con una procedura del tutto irrituale. Che non vi fosse alcuna ragione di "necessità e urgenza" è dimostrato, tra l’altro, dal fatto che lo stesso governo, nel corso dell’iter parlamentare, non aveva mai chiesto di esaminare il provvedimento con procedura d’urgenza.

Anche l’ultimo decreto, convertito in legge il 24 aprile 2026, segue un percorso tutt’altro che lineare. Presentato fin da subito come decreto-legge, mette insieme, come i precedenti, contenuti disparati, che vanno dalla sicurezza pubblica alla funzionalità delle forze di polizia, ai beni confiscati alle organizzazioni criminali, all’immigrazione. E, come i precedenti, introduce nuovi reati e sanzioni amministrative, prevede misure, come quella del "fermo preventivo di polizia" in aperto contrasto con i diritti alla libertà personale e alla libertà di riunione sanciti dalla Costituzione e, infine, stabilisce un compenso in denaro per l’avvocato che convince il cittadino straniero, suo assistito, ad accettare un programma di rimpatrio volontario. Compenso che sarà erogato dopo la partenza dello straniero, evidentemente come premio per aver contribuito all’allontanamento del personaggio indesiderato, in evidente violazione dei doveri professionali del rappresentante legale.

Quest’ultimo punto, in particolare, ha sollevato un coro unanime di proteste indignate, a partire dallo stesso Consiglio Nazionale Forense, e di pesanti obiezioni di incostituzionalità, fino all’intervento del Presidente della Repubblica, che ha reso evidente l’impraticabilità del percorso avviato. La soluzione, alla fine, è stata quella di promulgare la legge di conversione del decreto in contemporanea, però, con l’emanazione di un nuovo decreto-legge, che corregge la questione dei rimpatri e che dovrà, a sua volta, essere convertito in legge dal Parlamento.

Ci si muove, come è chiaro, sul filo del rasoio ed è prevedibile il moltiplicarsi di ricorsi alla Corte Costituzionale, ma, soprattutto, quello che emerge dalla prassi fin qui seguita è un progetto consapevole di modificazione radicale dell’equilibrio costituzionale tra i poteri dello Stato.

Proviamo a mettere insieme i provvedimenti sulla sicurezza con il tentativo, fallito grazie alla sconfitta subita dal governo nel referendum sulla giustizia, di porre in discussione l’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo e di limitarne le funzioni di controllo, con l’esproprio di una parte importante dei poteri della presidenza della Repubblica previsto nel progetto sul premierato, con la sostanziale marginalizzazione della funzione legislativa del Parlamento a vantaggio dell’iniziativa del governo: ne risulterà il quadro di una dilatata centralità del ruolo dell’esecutivo, sempre più autocratico e sempre meno soggetto a vincoli e controlli di legalità.

Se poi aggiungiamo una proposta di nuova legge elettorale che metterebbe nelle mani della coalizione vincente la scelta del Presidente della Repubblica, della componente elettiva della Corte Costituzionale e di tutte le massime cariche dello Stato, ci rendiamo conto che la più preoccupante minaccia alla sicurezza è quella che riguarda lo snaturamento dello Stato di diritto e la sua trasformazione in una tipologia di ordinamento politico di altro genere.

Passando dalle procedure ai contenuti: Sorvegliare e Punire

Il taglio di tutti i provvedimenti fin qui assunti (a cui si dovrebbero aggiungere le misure disciplinari previste per la scuola) è rigorosamente omogeneo. "Sorvegliare e punire" è il motto, forse involontariamente foucaultiano, che anima e guida tutta questa produzione legislativa. Non a caso si è parlato di "panpenalismo": formulazione di nuovi reati, aggravamento delle pene per reati già esistenti, penalizzazione di comportamenti assolutamente leciti sul piano dei diritti costituzionali, fino ad arrivare ad affermazioni autorevoli e a nuove norme di legge di autentica ferocia. Come non ricordare il commento del ministro Piantedosi subito dopo i fatti di Cutro? «La disperazione non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo la vita dei propri figli»: la maggior parte delle vittime erano profughi afghani in fuga da un regime che lo stesso "Occidente civile e democratico" aveva contribuito a rimettere in piedi, dopo aver illuso gli uomini, e soprattutto le donne, di quel paese sulla possibilità di una vita diversa. Ora il nostro ministro raccomandava con serenità: andate a morire a casa vostra, non ci venite a disturbare.

Ferocia inutile è anche l’aggravamento del trattamento delle detenute madri o la pretesa di garantire la sicurezza negli istituti penitenziari equiparando alla rivolta in carcere (peraltro già punita penalmente) anche la semplice disobbedienza e criminalizzando così la resistenza passiva, non minacciosa e non violenta, e perfino il rifiuto del cibo o dell’ora d’aria; forzatura inammissibile quella di estendere misure analoghe anche ai centri di permanenza per i rimpatri, mettendo volutamente sullo stesso piano migranti irregolari e detenuti, così da alimentare, nell’opinione pubblica, la percezione degli stranieri come criminali (decreto sicurezza 2025).

Esibizione muscolare di assai dubbia efficacia è la minaccia di reclusione fino a due anni per il genitore che non manda i figli a scuola (decreto Caivano). Minaccia e repressione sono i soli strumenti considerati utili, come segnalato dalla stessa Corte di Cassazione, che nella relazione sul decreto del 2025 cita le diffuse preoccupazioni per la "manifestazione di una degenerante ipertrofia penalistica", e di "un’accezione stato-centrica punitiva e repressiva, distante dal disegno costituzionale".

L’ultimo decreto, di aprile 2026, si muove sulla stessa linea. Anche in questo caso si mettono insieme temi molto diversi ed eterogenei. Oltre al punto sul rimpatrio del migrante, di cui si è detto, si introduce una misura fortemente lesiva dei diritti costituzionali, quella del fermo preventivo, che la polizia può attuare, in occasione di manifestazioni in luogo pubblico, trattenendo preventivamente nei propri uffici, per non più di 12 ore, persone che si ritiene possano essere pericolose per l’ordinato svolgimento della manifestazione. L’intervento previsto non si basa su dati di fatto, ma su un generico giudizio sulla possibile "pericolosità" della persona, può essere messo in atto senza un provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria (al P.M. viene data notizia del fermo dopo averlo effettuato), non prevede l’esercizio dei poteri di difesa da parte dell’interessato e consente ampi spazi di discrezionalità alle autorità di polizia. Non solo, dunque, è chiaramente in conflitto con l’art. 13 della Costituzione (inviolabilità della libertà personale), ma può essere funzionale all’allontanamento dalle manifestazioni di soggetti ritenuti "sgraditi", andando con questo a violare anche l’art. 17 (diritto di riunione) e l’art. 21 (diritto di «manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione»).

Appartiene alla stessa logica punitiva e repressiva il ruolo che viene attribuito alle forze di polizia, alle quali non si offrono miglioramenti delle condizioni di lavoro, adeguata formazione e qualificazione, ma piuttosto incentivi all’uso della forza come principale strumento di intervento e coperture per chi si trova coinvolto in ipotesi di reato. Imbarazzante il ricordo delle dichiarazioni degli esponenti del governo subito dopo i fatti di Rogoredo del 26 gennaio: la difesa immediata dell’agente, poi risultato colpevole di omicidio volontario e di tentativo di depistaggio, le accuse alla magistratura, la rivendicazione dello scudo penale per la polizia, la raccolta firme e addirittura la raccolta fondi subito lanciata dalla Lega con lo slogan "Io sto col poliziotto". Di casi del genere ne potremmo citare non pochi.

La figura del poliziotto-giustiziere sembra particolarmente cara a questa destra. Non sapremmo, altrimenti, come spiegare la norma, contenuta nel decreto del 2025, che consente agli agenti di P.S. di portare, senza licenza, un’arma privata in luogo di quella di ordinanza, quando non sono in servizio. Tra le armi consentite si annoverano: arma lunga da fuoco, rivoltella e pistola di qualsiasi misura, bastoni armati con lama di lunghezza inferiore a 65 cm.

Che una norma di questo genere serva molto più probabilmente a moltiplicare, anziché ridurre, il rischio di episodi di violenza nei luoghi pubblici, mettendo in serio pericolo la sicurezza dei cittadini, sembra evidente a qualsiasi persona ragionevole. Ma non lo è se alla sicurezza reale si sostituisce la coreografia di un immaginario da videogioco e, al di sotto di questa, un’effettiva indicazione implicita, rivolta alle forze dell’ordine, a sentirsi autorizzati ad agire senza riguardi e limitazioni.

Dopo lo Stato di diritto, quindi, sono le garanzie dei diritti dei cittadini ad essere messe a rischio da questa interpretazione del concetto di sicurezza.

E’ cambiato qualcosa?

Ma dopo quasi quattro anni, cinque decreti e un’infinità di dichiarazioni e proclami, che cosa è veramente cambiato quanto alla sicurezza nella vita quotidiana?

Gli omicidi in Italia sono in calo da anni (da ben prima dei decreti sicurezza): il nostro paese è, da questo punto di vista, uno dei più sicuri in Europa. Non cambiano, invece, le caratteristiche degli omicidi delle donne: nel 2024 (dati ISTAT, fonte Ministero degli Interni) l’85% dei femminicidi si è consumato nell’ambito familiare e affettivo, soprattutto da parte di un partner o ex partner e in secondo luogo da parte di un altro parente. Pochissimi i casi in cui la donna è stata uccisa da una persona a lei sconosciuta. Tutto il contrario per quanto riguarda gli omicidi di uomini, che sono stati uccisi prevalentemente da persone sconosciute o da autori non identificati, più raramente da parenti o conoscenti. Tutti gli autori di femminicidi sono stati identificati, e di questi il 93% sono italiani.

I dati relativi al 2025 segnalano una riduzione complessiva degli omicidi, ma le linee di tendenza sono le stesse. Il Ministero, peraltro, non fornisce ancora i dettagli completi, come per gli anni precedenti. Quello che questi dati ci dicono è che le donne assassinate, in grandissima maggioranza, non sono vittime di sconosciuti predatori, sicuramente stranieri e preferibilmente neri, che le aggrediscono proditoriamente agli angoli delle strade, ma di italianissimi e ben conosciuti compagni e parenti. Per le donne, l’ambiente meno sicuro è quello della casa e della famiglia. Dovrebbe dunque farci riflettere il fatto che, nella generale tendenza delle destre nostrane a mostrare il pugno di ferro moltiplicando il numero dei reati e l’entità delle pene, ci sia chi di reati propone di cancellarne uno, quello appunto di femminicidio.

Mentre calano gli omicidi, sono invece in aumento i reati predatori (furti, rapine) e soprattutto la microcriminalità di strada (borseggi, danneggiamenti, reati di droga). Fenomeni che destano allarme sociale, soprattutto se posti in particolare risalto dagli organi di informazione, in modo da amplificarne la pericolosità e la portata. Crescita reale, comunque, che non può non essere messa in relazione con le politiche securitarie fin qui adottate dal governo. Queste infatti producono oggettivamente la formazione di nuova criminalità, vuoi per il fatto stesso di introdurre nuove tipologie di reati, vuoi perché l’impostazione esclusivamente repressiva e punitiva determina inevitabilmente il dilatarsi di aree di marginalità e precarietà crescente e il diffondersi di un malessere, particolarmente in alcuni settori giovanili, che non trova riscontro in adeguate politiche di inclusione e prevenzione.

In assenza di una seria politica per la casa, della difesa e del consolidamento del sistema sanitario nazionale, di provvedimenti per ridurre il sovraffollamento carcerario, di integrazione lavorativa, culturale e sociale dei migranti, la politica del bastone produce instabilità e disagio, oltre che degrado dei diritti di cittadinanza per tutti.

Le carceri

La situazione delle carceri ne offre un esempio drammaticamente efficace. Al 31 maggio 2026 i detenuti presenti nelle carceri italiane sono in totale 64.741, contro una capienza di 51.269 (dati del Ministero della Giustizia). In alcune situazioni, come a Verona-Montorio, le presenze sfiorano il doppio della capienza. Si stima che circa un quarto dei presenti siano detenuti in attesa di giudizio o condannati non definitivi. Gli ergastolani, nel 2025, erano 1901 (stessa fonte). Questo significa che la stragrande maggioranza dei detenuti usciranno di prigione, come è giusto che sia, dopo pochi mesi o molti anni. Le frasi a effetto, "marcire in prigione", "buttiamo via le chiavi" sono, per fortuna, pura propaganda, destinata solo a far percepire la giustizia come vendetta e persecuzione.

Ma come ne usciranno? Verranno fuori dopo aver subito condizioni di detenzione spesso disumane e degradanti, in molti casi senza possibilità di accesso a nessuno di quei percorsi (scuola, lavoro, formazione professionale) che potrebbero prepararli ad un reinserimento sociale con qualche speranza di successo. Esistono, anche a Verona, esperienze importanti di segno opposto, che dimostrano come si possa, volendo, lavorare nel senso di una effettiva riabilitazione. Ma questa, purtroppo, non è la regola. E il risultato è che tra i detenuti che non hanno avuto l’opportunità di un inserimento professionale il tasso di recidive supera il 60%.

Anche in questo caso, si conferma che la politica securitaria è una politica criminogena: produce criminalità e produce insicurezza. Se poi i provvedimenti "panpenalisti" si sommano ai messaggi razzisti, discriminatori e suprematisti, spesso provenienti dalle stesse fonti, il risultato è quello di alimentare manifestazioni di odio e intolleranza che facilmente possono tradursi in violenza esplicita e di giustificare fenomeni estremamente pericolosi e preoccupanti, come quello delle ronde neofasciste a Verona. La produzione di criminalità, d’altra parte, reale o solo proclamata come minaccia, è il carburante indispensabile per una politica che usa la paura e della rabbia come il più promettente investimento elettorale.

Tati Laterza

Ragionando pacatamente di immigrazione

Nota 4 del 25 giugno 2026 · di Carlo Melegari

«L'immigrazione è fuori controllo»: un mito da smontare

In questa nota e nelle note che seguiranno mi propongo di decostruire criticamente ad uno ad uno i luoghi comuni, le frasi fatte, gli stereotipi sull’immigrazione che sono diventati ferma convinzione non solo tra gli elettori di destra, ma spesso anche tra gli elettori di sinistra. Cominciamo con lo sfatare l’idea che l’immigrazione sia un fenomeno «epocale», dalle dimensioni «enormi», con esodi di massa dai paesi del malessere del Sud del mondo a quelli ritenuti del benessere soprattutto in Europa e nel Nord-America. Le argomentazioni decostruttive qui esposte sono in estrema sintesi quelle del sociologo olandese Hein De Haas, direttore dell’International Migration Institut dell’Università di Oxford, autore del libro Migrazioni (Einaudi 2024, pp 608), probabilmente il testo più solido e aggiornato oggi disponibile sul tema.

1. I migranti sono una piccola minoranza dell'umanità

Il punto di partenza è brutalmente semplice: circa il 97% della popolazione mondiale non migra. I migranti internazionali rappresentano oggi poco più del 3% della popolazione globale — una percentuale sostanzialmente stabile dagli anni Sessanta del Novecento. La percezione di flussi "biblici" e incontrollabili è una costruzione narrativa, alimentata dalla copertura mediatica discontinua e dall'interesse politico di alcune forze. De Haas insiste: i dati smentiscono la retorica catastrofista, ma la retorica catastrofista continua purtroppo a dettare l'agenda.

2. I confini non sono affatto "aperti": la mobilità è strutturalmente limitata

Contrariamente alla narrazione dominante, viviamo in un'epoca di confini tra i più blindati della storia moderna. I visti, i muri, i controlli biometrici, i respingimenti, i centri di detenzione: l'architettura del controllo migratorio è oggi più estesa, costosa e sofisticata che mai. De Haas mostra come gli Stati abbiano ampliato enormemente i propri apparati di bordering negli ultimi trent'anni. Il paradosso è lampante: più si spende in controllo, più si alimenta la percezione di incontrollabilità. Non perché il controllo fallisca del tutto, ma perché il "fallimento" è funzionale alla sua stessa legittimazione politica.

3. Le politiche restrittive non riducono la migrazione, spesso la aumentano

Questo è forse il contributo analitico più dirompente di de Haas. Le politiche di chiusura dei confini non fermano i flussi migratori: li deformano, li rendono più pericolosi e, in molti casi, li stabilizzano invece di ridurli. L'esempio classico è quello degli Stati Uniti: l'intensificazione dei controlli alla frontiera con il Messico negli anni Novanta non ha diminuito il numero di migranti messicani, ma ha fatto sì che chi entrava non tornasse più indietro, trasformando una migrazione circolare e stagionale in una presenza permanente. La chiusura produce paradossalmente radicamento. Chi da sinistra propone «più controlli» come risposta all'allarme sociale dovrebbe tenere conto di questo effetto boomerang strutturale.

4. La maggior parte dei migranti si muove tra paesi del Sud del mondo

Un altro pilastro del mito da smontare: l'immigrazione non è un fenomeno unidirezionale da Sud a Nord. La maggior parte delle migrazioni internazionali avviene tra paesi a basso e medio reddito — Africa subsahariana verso Africa del Nord, Asia meridionale verso Golfo Persico, America Latina verso America Latina. L'Europa e il Nord America ricevono flussi significativi, ma non sono affatto il centro gravitazionale esclusivo del fenomeno migratorio globale. Questa prospettiva decentrata è preziosa: ci libera dall'eurocentrismo che distorce la nostra lettura della realtà e che — va detto — avvantaggia chi vuole trasformare l'immigrazione in un problema identitario prima che sociale.

5. Sviluppo economico nei paesi d'origine: non ferma, inizialmente aumenta la migrazione

De Haas sfida anche un'altra vulgata cara a molti progressisti: l'idea che aiutare lo sviluppo dei paesi poveri riduca automaticamente la pressione migratoria. I dati storici mostrano il contrario nel breve e medio periodo: quando le condizioni economiche migliorano, le migrazioni tendono inizialmente ad aumentare, perché più persone hanno le risorse per spostarsi. Solo oltre una certa soglia di sviluppo la mobilità si stabilizza e poi decresce. È la cosiddetta "gobba migratoria". Anche qui, il contrasto alla narrazione semplicistica richiede onestà intellettuale: non ci sono soluzioni-slogan.

Perché tutto questo ci riguarda

Le argomentazioni di De Haas non vengono dagli editoriali degli opinion makers tuttologi. Vengono dalla letteratura di ricerche condotte da autorevoli scienziati sociali. Il libro di De Haas, di cui ci serviremo ancora in queste note di decostruzione critica di luoghi comuni, stereotipi e pregiudizi, è un ottimo manuale di riferimento per quanti come noi credono nel dibattito onesto, basato sulla realtà dei fatti, che deve precedere e accompagnare le politiche giuste per l’immigrazione. Per noi, che spesso subiamo l'accusa di essere «buonisti» o «naïf», è un'opportunità straordinaria avere a disposizione le argomentazioni di De Haas.

Dire che l'immigrazione è «fuori controllo» è una scorciatoia che distorce le politiche pubbliche, alimenta il razzismo istituzionale e — fatto non secondario — produce misure che empiricamente non funzionano. La sinistra ha bisogno di un discorso migratorio che sia insieme più coraggioso e più preciso: non rassicurare chi ha paura con promesse di controllo irrealizzabili, ma offrire chiavi di lettura fondate su evidenze, capaci di costruire consenso su politiche davvero efficaci e giuste.

Carlo Melegari

Sinistre di tutta Europa unitevi

Un fronte popolare contro il fascismo
di Jessica Cugini

Uniti nell’antifascismo, con le proprie storie e le proprie differenze, ma con un obiettivo comune: confrontarsi per conoscersi, riconoscerci e tracciare una strada europea che metta insieme la lotta comune antifascista che i partiti di Sinistra dei paesi presenti, chiamati a raccolta dal gruppo di Die Linke tedesco, stanno portando avanti.

Eravamo sei, tra relatrici e relatori, nel weekend antifascista del 11/14 giugno organizzato ad Amburgo: David Stoop di Die Linke, membro del parlamento di Amburgo; Geert Haverbek, responsabile delle relazioni sindacali del PVDA PTB, il Partito del lavoro del Belgio, movimento di orientamento marxista socialista; Sonia Chaouche di La France Insoumise, consigliera comunale di Parigi; Jeppe Lomholt, in rappresentanza dell'alleanza danese rosso-verde Enhedslisten, consigliere comunale di Aarhus e Lukas Zwerin, a nome di KPÖ il partito comunista d’Austria. A me il compito di rappresentare Sinistra italiana, in qualità di consigliera comunale di Verona e componente dell’Assemblea nazionale del partito, nei momenti di scambio più ristretti fino al panel di discussione con il pubblico.

Partendo dall’esperienza tedesca e dalla lunga discussione in atto sulla messa al bando dell’AfD in Germania, in conformità con quanto espresso dalla Costituzione tedesca, che dopo la fine della guerra vieta la rinascita dei partiti d’ispirazione nazista o anti-democratici, cui è attribuita la classificazione ufficiale «estremista di destra», Sinistra italiana è stata la prima a prendere la parola, raccontando non solo quanto previsto dalla nostra Costituzione ma anche dalle leggi Scelba e Mancino, riguardo alla ricostituzione del partito fascista e all’apologia.

Le situazioni sono diverse: tanto Afd quanto le nostrane Forza Nuova e Casapound adottano una concezione etnico-culturale del “popolo”, declinata in una sistematica svalutazione giuridica e sociale delle persone di origine straniera, delle nuove generazioni che presentano un background famigliare migratorio, delle persone di religione musulmana, e di quelle che hanno un orientamento sessuale differente dall’etero.

In più noi in Italia abbiamo già, con una maggioranza che ha Fratelli d’Italia come primo partito del centrodestra, chi governa il paese rifacendosi al medesimo sentire, perpetrando in continuità una ideologia fascista che si palesa con un’assonanza tanto nei simboli (la fiamma del Movimento sociale italiano, che ebbe nello storico segretario e da tanti compianto Almirante l’esponente più celebre della Difesa della razza) quanto nelle parole quanto spesso in decreti legge, che vanno dall’idea di una nazione basata sul sangue al continuo riferimento alla patria e all’identità, dall’avversione per l’eguaglianza al culto del capo e all’esigenza di una cultura unica intesa come superiore in quanto occidentale, dalla limitazione del diritto a manifestare nelle piazze alle deportazioni al confino, non di intellettuali ma di persone migranti senza reato. Fratelli d’Italia.

Dentro o fuori le coalizioni di centrosinistra?

Il diffuso vento di destra che soffia in gran parte dell’Europa e le posizioni che già caratterizzano le scelte politiche delle sigle presenti, ha portato le/i rappresentanti dei partiti a porsi un’altra domanda: quale deve essere la scelta della Sinistra? Aderire al Fronte popolare o al Fronte unito?

Optare per un’alleanza delle sinistre, che metta insieme comunisti e socialisti, intesi come partiti espressione della classe lavoratrice, ma che non si vogliono compromettere con il più largo campo progressista (per noi campo largo), con il rischio di annacquare l’indipendenza politica e la spinta anticapitalista; oppure aderire a una coalizione più ampia, che includa tutto il centrosinistra perché la minaccia dei fascismi è reale ed estrema e richiede un’unione di scopo, un obiettivo politico che contrasta il pericolo comune?

Il confronto su questa domanda ha messo in evidenza le differenze di scelta portate avanti dalle sinistre che ovviamente arrivano da storie differenti. I partiti della sinistra cosiddetta radicale di matrice comunista scelgono di star fuori dalle grandi coalizioni del centrosinistra. La France Insoumise, la Francia Indomita, ha scelto di essere espressione delle lotte dal basso, rompere con la logica del partito gerarchizzato, ispirarsi all’esperienza spagnola di Podemos e di Bernie Sanders. Con un punto chiaro: unire nel Fronte popolare tutte le forze di sinistra solo in quelle elezioni in cui è effettivo il pericolo fascista. L’alleanza tra verdi, comunisti e socialisti è una strada ovunque la destra e l’estrema destra minacciano di vincere e che si costruiscono di elezione in elezione.

Die Linke, La Sinistra (che sarebbe andata a congresso la settimana successiva all’incontro antifascista e che ha visto ad Amburgo, nell’ultima sua giornata quello che è poi diventato il neo cosegretario, Luca Pantisano, che ha incentrato la sua intera campagna elettorale sul tema prioritario del lavoro) rivendica un percorso identitario che l’ha portata a balzare dal 4,9% del 2021, all’8,8% del 2025 e a vantare oggi una proiezione che tocca il12%.

Una rivoluzione vera, legata tutta a temi identitari, che ha visto aumentare il numero delle persone iscritte (30mila da inizio anno, quasi 100mila le nuove tessere), per lo più giovani ragazze under 25. Un voto, questo giovanile, conquistato, a sentire David Stoop, marcando nelle piazze la sostanziale differenza non solo dal Spd e Cdu, ma concentrandosi sui temi concreti del lavoro, degli affitti, del carovita, della patrimoniale. Riuscendo ad avere un profilo definito e riconoscibile: «La gente sa chi siamo e per cosa ci battiamo».

E l’ha saputo perché Die Linke è tornata all’antico metodo del porta a porta, andando a bussare a oltre 600mila case nelle città tedesche, e sviluppando un’app per segnare ai propri compagni e compagne, in tempo reale, quali vie erano state battute in quella campagna a tappeto che voleva portare la sinistra dentro le abitazioni delle persone per mapparne difficoltà e bisogni e farne tema elettorale.

Si candida, Die Linke, a essere il partito della working class, delle classi sociali tutte, a partire dai rider e da tutti i lavori sottopagati e precari. A sostegno di queste classi una proposta concreta, presentata durante l’incontro e votata al congresso: la decurtazione a circa 2.850 euro netti al mese dell’indennità parlamentare mensile che ammonta a 11.833 euro lordi. Con la decisione che parte eccedente di quella soglia lorda di 5.370 euro, che in Germania è il salario medio lordo, faccia parte di un fondo sociale che il partito destina a quelle persone che si trovano in difficoltà economiche e che per questo si rivolgono agli sportelli sociali che la forza politica ha organizzato nelle varie città.

Una lotta, quella contro il capitalismo, di cui è espressione anche PVDA PTB, il Partito del lavoro del Belgio, che più volte ha sottolineato nei vari incontri il legame da rafforzare tra la lotta contro l'austerità e la lotta contro la militarizzazione. L’intersezionalità delle battaglie e la loro unione è stato un tema ricorrente in tanti nostri interventi, la necessità delle sinistre di essere dentro le lotte e camminare accanto a tutti quei movimenti, sindacati, associazioni e realtà che portano avanti delle istanze. Il PVDA ha sottolineato come per loro la tessera del partito deve essere accompagnata dalla tessera a un sindacato, perché non si può essere comunisti senza essere sindacalizzati, senza diventare, nel proprio posto di lavoro, compagni e compagne che lottano per i diritti. Unico modo reale per guadagnarsi la fiducia di lavoratrici e lavoratori.

Jessica Cugini

Chas Freeman: perché Israele sta perdendo il sostegno del mondo

FronteZero

In questa intervista rilasciata a Glenn Diesen il 6 giugno 2026, l’ex diplomatico statunitense Chas Freeman analizza il crescente isolamento internazionale di Israele, la crisi del progetto del "Grande Israele" e il ruolo degli Stati Uniti nel sostegno politico, militare e strategico a Netanyahu. Freeman, già ambasciatore USA in Arabia Saudita e profondo conoscitore del Medio Oriente, sostiene che Israele stia consumando rapidamente il proprio capitale diplomatico, mentre l’opinione pubblica internazionale e diversi Paesi occidentali iniziano a prendere le distanze dalle politiche del governo israeliano a Gaza, in Libano, in Siria e nei confronti dell’Iran. Nel corso dell’intervista vengono affrontati alcuni dei nodi centrali dell’attuale crisi regionale: il futuro di Netanyahu, il rapporto sempre più complesso tra Israele e Stati Uniti, il ruolo crescente di Turchia, Iran, Arabia Saudita e Paesi del Golfo, la guerra a Gaza, il fronte libanese con Hezbollah e la possibile nascita di una nuova architettura di sicurezza in Asia occidentale.

Armi di discussione di massa

Come va davvero la guerra della NATO e dell'Europa contro la Russia, combattuta in Ucraina?

Contributo

di Marcello Malerba

Le uniche valutazioni possibili sulla base delle informazioni che ci sono disponibili indicano una sorta di doppio piano di valutazione. Più l'aspetto, per così dire, diplomatico-politico.

Il primo piano è il terreno della battaglia in senso ristretto. Cioè il fronte dove i due eserciti si confrontano, lungo circa 1400 km. Da una parte i Russi e dall'altra gli Ucraini con I loro specialisti della Nato a supporto. Battaglia che gli ucraini, che mettono le truppe di prima linea, combattono con risorse economiche e militari, armamenti, prodotti ormai interamente nella retrovia Europea o acquistati dall'Europa dagli americani. L'intero bilancio dello stato ucraino, gli stipendi pagati, e tutte le altre spese, sono a carico da tempo delle nazioni europee. Ora, stando su questa linea del fronte c'è indubitabilmente un continuo procedere in avanti dell'esercito Russo. Le ultime tre roccaforti dell'esercito ucraino nel Sud est dell'Ucraina sono prese d'assalto e i Russi vi avanzano. Tuttavia è vero che è aumentata la lentezza di questo avanzare.

La ragione è duplice. Da una parte lo sviluppo tecnologico della natura della guerra: ormai sempre più di droni, da attacco, da difesa, e soprattutto da sorveglianza, hanno reso impossibile l'accumulo di risorse militari in uomini e mezzi per organizzare grandi, e decisive, operazioni militari. In un campo di battaglia dove tutto può essere visto, e ciò che si vede colpito e distrutto, la guerra torna quasi in mano all'azione dell'individuo o di pochi. Quasi al duello, forzando un po', ma non tanto.

Dunque i tempi si frammentano in una miriade di "duelli", naturalmente intrecciati con le possibilità delle moderne tecnologie, e il tempo complessivo si allunga.

Assomiglia in modo suggestivo alla teoria fisica dello spazio-tempo applicata alla guerra! Se sei immobile il tempo diventa l'unica dimensione. Se ti muovi (ma abbiamo visto le difficoltà connesse) allora il tempo si accorcia. Come direbbe il grande fisico inglese Roger Penrose se sei fermo l'unica dimensione è il tempo. Se vai alla velocità della luce il tempo sparisce e rimane solo lo spazio. Di Mezzo c'è la Massa. Se hai Massa non puoi muoverti aumentando velocità senza pagare in energia. E più vai veloce più energia ti serve. Per andare alla velocità della luce non devi avere Massa. Devi essere un fotone. Energia senza Massa.

Non è proprio il caso della guerra! Eppure trovo felice ed esplicativa questa spiegazione della relatività di Penrose come guida per capire la guerra, mai vista in queste forme e tecnologie, sulla linea di contatto delle due forze combattenti! La similitudine può ancora essere estesa! I trincerati ucraini nelle fortezze costruite con largo anticipo, impongono tempo per cedere spazio. Gli attaccanti delle fortezze devono pagare in tempo ed energia, lo spostamento, il movimento, nello spazio.

Tutto questo dà una immagine quasi di stallo della guerra! Ma non è così. Spazio, tempo, ed energia e Massa, formano una equazione dove ogni variabile incide sull'altra. Al momento la supremazia della energia è in mano Russa. Su questo non si discute. E qui arriviamo al secondo piano: i Russi non vogliono sprecare le energie! Questo è un punto decisivo da comprendere! Per i Russi la guerra sulla linea di contatto in Ucraina è solo uno dei tanti aspetti di una lotta con ben altre dimensioni! La prima dimensione è quella mondiale. Siamo in una guerra mondiale! Anche se in forme molteplici, ibride, e non sempre dichiarate.

L'altra dimensione è il tempo.

La massa che si sta' mobilitando, in crescita, si pensi al riarmo europeo, che esplica già effetti operativi, (ci torneremo) si pensi all'apertura di nuovi fronti come quello in medio oriente, che apporta nuova massa, chiedono bilanciamento in energia e tempo per mantenere l'equazione. I Russi sanno che il tempo sarà lungo. Molto lungo! Vedere le dichiarazioni di Bezrukov al forum di san Pietroburgo, senza dubbio le più lucide nel fare la gerarchia delle variabili delle equazioni per la Russia! Anche qui ci soccorre incredibilmente la metafora della fisica moderna! Se un problema per essere risolto richiede energia infinita, la bomba atomica, nel nostro caso, e non puoi ricorrere a quella energia infinita, allora il prezzo da pagare sarà il tempo! Nel caso russo, dice Bezrukov, decenni di guerra ibrida e non ibrida combattuta dall'occidente per logorare la Massa Russa. Ne segue che proteggere la Massa Russa, quindi ridurre le perdite il più possibile, è l'obbiettivo principale! Il tempo pagato come prezzo, farà tornare in l'equilibrio l’equazione!

La similitudine con I principi della fisica relativistica usata come metafora è davvero, per me', impressionante!

Ora passiamo al secondo piano di valutazione: quello della guerra ampia al di là della linea di contatto. In parte introdotto sopra.

Il piano reale dell'intervento più diretto Europeo, sia militare che politico.

Il piano legittimato pienamente a sinistra in Europa, e in Italia, a cui paradossalmente, per ragioni che qui non analizzeremo, si oppongono in parte elite Europee non progressiste o pienamente di destra, per ora ancora sottorappresentate rispetto al bacino di consenso popolare cui potrebbero accedere nel caso in cui i tempi lunghi portino con sé una crisi economica europea.

Ora, cosa accade su questo piano?

Accade che l'Europa sta costruendo il muro di droni evocato tempi fa dalla Von der Lyne! Ormai il muro di droni è operativo. Si calcola che la produzione in Europa di questo muro abbia raggiunto la quantità di tremila droni giornalieri.

La panoplia di essi è ampia.

Accanto ai droni usati sulla linea di contatto ci sono quelli a lungo raggio destinati a colpire la Russia in profondità. (come piace perfino al nostro Bersani, stando a una dichiarazione in forma di battuta fatta al festival dell'unità di Padova. Personalmente sentita).

Ora questi droni sono lanciabili solo sotto lo stretto controllo di specialisti europei e NATO! Per poter essere lanciati e raggiungere gli obbiettivi è necessaria una complessa attività.

Bisogna mappare il territorio Russo ed individuare i corridoi non coperti dai sistemi antiaerei, sempre spostabili e dunque l'individuazione deve precedere di meno tempo possibile il lancio. E per farlo servono aerei spia che solchino i confini Russi poco prima del lancio. Sistemi che ha solo la NATO e le sue nazioni aderenti.

Poi bisogna fissare le coordinate degli obbiettivi da colpire. E anche questo richiede strumentazione NATO come sopra.

E ancora bisogna attraversare spazio della NATO per raggiungere una parte della Russia.

Inoltre servono satelliti per la guida dei droni, e la verifica dei risultati dei colpi inferti.

Infine la NATO non concede i codici di lancio agli ucraini dei sistemi d'arma da essa prodotti! La ragione è semplice! Il controllo della guerra. Non si fidano degli Ucraini che hanno in parte obbiettivi loro.

Insomma si può affermare senza rischiare di essere smentiti che tutti gli attacchi in territorio Russo, soprattutto quelli oltre lo stretto confine, sono opera dei Paesi della NATO e dell'Europa e da questa pienamente organizzati, tenuti sotto controllo, e prodotti.

Zelenski mette solo il marketing pubblicitario.

Marcello Malerba

Contributo

Vom Kriege

Riflessioni su Carl von Clausewitz

di Massimo Valsecchi

Classici vengono definiti i testi che conservano la capacità di saper parlare, di far riflettere generazioni successive a quella in cui sono stati scritti. Non sono molti in genere, rispetto alla quantità di libri che sono stati scritti in ogni epoca, e questo conferma che continuano ad essere letti perché hanno individuato e descritto dei temi essenziali, degli atteggiamenti umani che si perpetuano nel tempo di generazione in generazione.

Fra questi classici, molto pochi riguardano temi militari.

Fra questi possiamo inserire Publio Vegezio Renato che ha scritto: L’arte della guerra romana, nel IV/V secolo dopo Cristo e gli scritti militari di Niccolò Macchiavelli.

Di livello superiore il testo "Sull’arte della guerra", scritto da Sun Tzu, generale e filosofo cinese vissuto, fra il 544 e il 496 a.C. considerato uno dei più importanti trattati di strategia militare di tutti i tempi. L’opera sottolinea che la guerra è subordinata alla politica tema che verrà ripreso, in seguito, da Carl von Clausewitz. Sul testo di Sun Tzu vengono tuttora addestrati gli ufficiali cinesi e, anche, quelli nord-americani.

Un classico "assoluto" in questo genere è il libro "Vom Kriege" di von Calusewitz., un testo scritto, nel 1832, in modo scorrevole, diviso in 8 libri che contengono complessivamente 125 capitoli.

La straordinaria fortuna di questo testo deriva dalla sua struttura coerente ed organica tanto che è stato (ed è tuttora) un libro di testo fondamentale per l’addestramento degli ufficiali tedeschi durante la prima e la seconda guerra mondiale. Ispirato dalla sua opera appare, tuttora, lo storico Edward Luttawack.

Carl von Clausewitz, 1780/1831, (era nato quindi quattro anni prima dell’altro grande generale Josef von Radetski) aveva partecipato alle guerre napoleoniche dove fu catturato dai francesi dopo la battaglia di Jena. Aveva colto il profondo cambiamento che Napoleone aveva introdotto nella teoria e nelle pratiche militari in uso fino allora e su questo cambio di paradigma strutturò la sua opera sostenendo che

  • Non esistono leggi universali della guerra
  • Ogni conflitto è unico
  • La guerra non è una realtà autonoma ma dipende dagli obiettivi politici di chi la intraprende.
  • Supera la visione meccanicistica della guerra che è sempre un fenomeno caotico
  • Capisce l’universalità dell’introduzione (napoleonica) della mobilitazione di massa coinvolgendo il popolo abbandonando gli eserciti dei professionisti.
  • Valorizza la dimensione psicologica e percettiva nei conflitti.

Alcune frasi possono far capire la profondità delle sue analisi:

  • La guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi.
  • Nebbia di guerra: "tre quarti delle cose su cui si basa l’azione sono immerse nella nebbia dell’incertezza"
  • Nulla è più comune dell’esempio di uomini che perdono la loro efficacia attiva non appena pervengono a posizioni superiori alle quali i loro mezzi intellettuali non sono più proporzionati".
  • La tattica consiste nel predisporre e dirigere in sé stessi i combattimenti, mentre la strategia consiste nel collegarli fra loro ai fini dello scopo della guerra.
  • una decisione importante in fatto di operazioni strategiche richiede una forza di volontà molto maggiore di una decisione tattica.
  • l’attrito della guerra. Le difficoltà si accumulano e producono, nel loro complesso, un attrito… Occorre una volontà di ferro per vincere questi attriti.
  • la preponderanza numerica è, in tattica come in strategia, il fattore più generale della vittoria.
  • E, infine, la constatazione terribile, che verrà ripresa da Anna Harent, che: "… quegli intralci i quali, in certo modo, esistevano solo per chi mancava della coscienza di quanto sia possibile compiere, una volta eliminati non potranno essere facilmente ristabiliti.

Massimo Valsecchi

P.S. l’ultima frase, un po’ contorta, merita una spiegazione: un limite (etico, morale…) quando è superato una prima volta, perde parte della sua efficacia dato che, successivamente, sarà più facile infrangerlo. In questo senso introduce il concetto di banalità del male della Arent.

Attrezzi

La Cassetta degli Attrezzi

Debito e Risparmio globale nel contesto del capitalismo finanziario

di Alberto Giuliani

Abbiamo sin qui esaminato alcuni aspetti significativi dell’economia nel contesto del capitalismo finanziario, la forma economica e sociale dominante nell’epoca attuale. Abbiamo visto come si costruisce una bolla finanziaria; il dominio del dollaro e le modificazioni in atto nei rapporti monetari ed il loro peso nel divenire delle relazioni internazionali tra gli Stati.

Passiamo ora ad esaminare due grandezze cruciali nella realtà economica: il debito ed il risparmio. In termini globali, debito e risparmio, sono oggi componenti essenziali del complesso eco-sistema in cui il capitalismo finanziario opera, accrescendo il suo potere, non solo sull’economia reale, ma anche e soprattutto sulla politica, sugli Stati, sulla nostra stessa vita. Stiamo concretamente parlando di enormi e crescenti masse di denaro che, riversandosi sul mercato finanziario, diventano materia prima da cui estrarre valore in vario modo, con strumenti complicati e fantasiosi che rendono la finanza materia di gioco d’azzardo. Ma non si tratta di un gioco, si tratta di gigantesche, quanto spericolate, operazioni speculative con le quali "si fanno soldi con i soldi", spesso innescando, come avvenuto nel 2008, crisi sistemiche in grado di distruggere migliaia di posti di lavoro e mettere sul lastrico migliaia di famiglie.

Per capire concretamente di che cosa stiamo parlando, iniziamo ad esaminare gli ordini di grandezza di debito e risparmio a livello globale, della loro distribuzione geografica, del peso che essi assumono nella vita dei vari Stati e nei loro rapporti.

Capitolo 1 – Il debito

A quanto ammonta e come è distribuito tra i vari paesi il debito mondiale?

Il debito globale, che comprende il debito di governi, società non finanziarie, istituzioni finanziarie e famiglie, ha raggiunto cifre molto elevate.

Ecco una panoramica generale, con dati che fanno riferimento al 2025 o al periodo più recente disponibile:

Ammontare del Debito Mondiale

Si tratta di una una cifra impressionante e in costante aumento.

  • Valore Totale: Il debito globale si avvicina alla soglia di 346 mila miliardi di dollari (dato di fine 2025), il dato precedente era stimato attorno ai 251mila miliardi in dollari USA
  • Debito Pubblico (Sovrano): Solo lo stock di debito sovrano (governativo) commerciale (debito contratto da uno Stato verso istituzioni private e commerciali + debiti di funzionamento della Pubblica Amministrazione) è previsto raggiungere la cifra record di 77 mila miliardi di dollari
  • Rapporto con il PIL: Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) stima che il debito pubblico globale supererà il 100% del PIL mondiale entro il 2029, mantenendosi già al di sopra del 235% del PIL mondiale come debito totale.

Distribuzione del Debito per Paesi

Il debito non è distribuito uniformemente ed è concentrato principalmente nelle economie avanzate e in alcune grandi economie emergenti.

  1. I Principali Contributori per Valore Assoluto

    I Paesi che contribuiscono maggiormente all'aumento del debito governativo in termini di valore assoluto (in dollari) sono spesso le economie più grandi.

    • Stati Uniti e Cina rimangono i principali contributori all'aumento del debito globale.
    • Altri Paesi con un debito pubblico molto elevato in dollari includono Giappone, Francia, Italia e Brasile.
  2. Distribuzione per Tipologia di Economia

    Il debito è così suddiviso:

    • Paesi Sviluppati (Mercati Maturi): Il debito totale ha raggiunto circa 230,6 trilioni di dollari.
    • Mercati Emergenti: Hanno superato per la prima volta la soglia di 115 trilioni di dollari, con aumenti significativi in Paesi come Cina, Russia, Corea del Sud, Polonia e Messico.
  3. I Paesi con il Debito Pubblico più Alto (in rapporto al PIL)

    Un indicatore cruciale per la sostenibilità è il rapporto tra debito pubblico e Prodotto Interno Lordo (PIL), che misura la capacità di un Paese di ripagarlo.

    PaeseDebito Pubblico (% del PIL) (Dato di fine 2024 o inizio 2025)
    GiapponeCirca 237% - 240%
    GreciaCirca 154% - 164%
    ItaliaCirca 135%
    BahreinCirca 134%
    FranciaCirca 113%
    CanadaCirca 111%
    Stati UnitiIl dato aggregato di debito totale è circa il 264% del PIL, mentre il debito pubblico in dollari è di 39.000 miliardi di dollari, il più alto in assoluto (Dato più recente del 2026).

    Il debito pubblico da solo in queste nazioni, specialmente in Giappone, Italia e Grecia, è molto elevato, rendendo la loro gestione finanziaria un punto cruciale per l'economia globale.

  4. Debito Pubblico vs. Privato

    La composizione del debito varia:

    • Paesi Sviluppati: In molte economie avanzate, il debito privato (società e famiglie) supera nettamente quello pubblico (es. USA, Cina, Francia,
    • Italia e Giappone: Hanno una ripartizione più equilibrata tra debito privato e pubblico.

Approfondiamo ora la situazione del debito per gli Stati Uniti (USA) e l'Italia, basandoci sui dati più recenti disponibili (principalmente 2024 e proiezioni 2025).

I dati sul debito vengono spesso analizzati in due modi: in valore assoluto (l'ammontare totale in dollari/euro) e in percentuale rispetto al Prodotto Interno Lordo (PIL), che indica la sostenibilità.

Stati Uniti (USA)

Gli Stati Uniti detengono il debito più grande del mondo in termini di valore assoluto, riflettendo la dimensione della loro economia. Sono anche il principale contributore all'aumento del debito governativo globale.

IndicatoreValore (Dati recenti/stimati)Note
Debito Totale/PILCirca 264%Include debito pubblico, aziendale e delle famiglie.
Composizione del Debito Totale53% Privato e 47% PubblicoIl debito privato (aziende e famiglie) è prevalente.
Andamento del Debito GovernativoAumento significativoGli USA sono tra i principali motori della crescita del debito globale.

Punti chiave per gli USA:

  • Ammontare Assoluto: Il debito pubblico ha superato i 39.000 miliardi di dollari di gran lunga il più alto del mondo, è previsto raggiungere il 125,80% del PIL entro la fine del 2026.
  • La Leva Privata: A differenza di altri Paesi, il debito totale (264% del PIL) è trainato in gran parte dal debito privato (aziende e famiglie), per un ammontare in valore assoluto di circa 43.500 miliardi di dollari, pari al140% del PIL
  • Rischio Geopolitico: L'enorme fabbisogno finanziario e le proiezioni sul debito statunitense continuano ad essere un fattore centrale nelle dinamiche economiche e geopolitiche globali.

Italia

L'Italia è nota per il suo elevato debito pubblico storico, che la colloca ai vertici delle classifiche mondiali in rapporto al PIL tra le economie avanzate.

IndicatoreValore (Dati recenti/stimati)Note
Debito PubblicoOltre 3.080 miliardi di euroDato di fine 2025.
Debito Pubblico/PILCirca 135%Dato a fine 2024, con proiezioni di lieve aumento (136%-137% entro il 2027) secondo il FMI.
Composizione del Debito TotaleCirca 52% Privato e 48% PubblicoIl debito pubblico e quello privato sono quasi equivalenti nel debito totale complessivo.

Punti chiave per l'Italia:

  • Sostenibilità: Il rapporto Debito/PIL al 135% è il più alto tra i Paesi del G7 (dopo il Giappone) ed è il principale problema strutturale dell'economia italiana.
  • Ammontare: Lo stock del debito ha superato i 3 mila miliardi di euro, richiedendo impegni significativi per il rinnovo dei titoli di Stato.
  • Composizione Equilibrata: A differenza degli USA o della Germania (dove domina il debito privato), in Italia il debito pubblico e quello privato hanno un peso quasi paritario nel calcolo del debito totale.

In sintesi, gli USA hanno un problema di debito enorme in termini assoluti, in gran parte guidato dal debito privato, mentre l'Italia ha un problema di sostenibilità a causa del suo elevatissimo debito pubblico in rapporto al PIL.

1. – Il debito e la speculazione finanziaria

Abbiamo esaminato l’entità del debito globale e la sua distribuzione fra le varie aree del mondo soffermandoci in particolare sulla situazione degli Stati Uniti (rilevante per dimensioni e potenziali rischi sistemici connessi) e del nostro Paese (in quanto direttamente coinvolti).

I dati esaminati ci fanno intuire quanto il debito possa pesare sulla vita delle persone e degli stessi Stati, sia per il suo valore assoluto, sia per la sua composizione, sia per i tassi di interesse che vanno riconosciuti per mantenerlo. Stiamo parlando di risorse sottratte al soddisfacimento di bisogni basilari nella vita delle persone o, nel caso di un Paese, sottratte al Welfare State (sanità, istruzione, ecc.).

Stiamo parlando di indebolimento dei governi che, sempre più prigionieri del debito, vedono ridursi i margini operativi delle loro politiche di bilancio dai costi crescenti degli interessi da corrispondere ai sottoscrittori del loro debito.

In Italia per l’anno in corso pagheremo circa 106,3 miliardi di euro in interessi passivi sul debito pubblico (il 3,9% del PIL e circa l’11,9% dell’intera spesa finale dello Stato).

Negli USA la spesa stimata per interessi sul bilancio finale 2026, ammonta a 1.039 miliardi di dollari (3 miliardi al giorno, il 3,3% del PIL, il 13,8% dell’intero bilancio federale. La spesa per interessi sul debito è divenuta la prima voce di spesa del bilancio, sorpassando quanto stanziato per l’intero budget della difesa militare e della sicurezza).

Stiamo parlando di enormi risorse che, sottratte alla spesa sociale, vanno ad accrescere la ricchezza ed il campo di azione della speculazione finanziaria, delle grandi banche, dei grandi Fondi di Investimento che usano i nostri risparmi, i nostri fondi pensione per comprare, tra l’altro, titoli di debito statale a rendimenti crescenti, determinando una ingiusta redistribuzione, tipo "Robin Hood inverso": togliere ai poveri per dare ai ricchi.

Stiamo parlando di governi sempre più condizionati dai vari "Black Rock", "Vanguard", "State Street" e dalle loro agenzie di rating. Prigionieri in una sorta di circolo vizioso: per ottenere il rinnovo del debito ai tassi attuali devono mettere in atto politiche gradite alla speculazione finanziaria, politiche che consentano una espansione del raggio di azione del grande capitale finanziario ed un ritiro dell’azione statale volta a garantire sistemi di welfare universali. Quindi graduale privatizzazione della sanità pubblica in favore del grande business costituito dalle polizze assicurative sanitarie, idem per quanto riguarda la previdenza e idem per quanto riguarda Il credito, le "utilities" pubbliche, la logistica, il settore immobiliare (politiche pubbliche nel settore delle abitazioni) ecc.

In conclusione, quello che la grande finanza ci riconosce come remunerazione dell’investimento del nostro risparmio, lo dobbiamo restituire in maggiori costi di spesa sanitaria per curarci nelle loro cliniche, sottoscrivendo le loro polizze sanitarie, in affitti di casa più alti (vedi Milano), in maggiori spese per l’istruzione dei nostri figli ecc. ecc., e chi non ce la fa vada ad unirsi alla schiera sempre più numerosa dei poveri assoluti (in Italia circa il 10% della popolazione.

Nei prossimi fascicoli esamineremo quanto accaduto in America dal 2007 al 2009: la crisi dei mutui sub prime e lo scoppio della bolla immobiliare statunitense che contagiò l’intero mondo occidentale. Vedremo come una crisi locale si trasformò in crisi sistemica.

Passeremo successivamente ad esaminare il Risparmio, inteso come grandezza economica globale, una enorme massa di denaro, "preda sempre più ambita ed inseguita" da vari predatori in lotta tra loro: fondi di investimento, banche e assicurazioni, aziende che ci offrono titoli obbligazionari o azioni con promessa di dividendi molto appetibili, il più delle volte nascondendoci i rischi, sino ai Governi che in cambio dell’acquisto dei loro buoni del tesoro ci offrono ottima e sicura remunerazione "perché lo Stato non può fallire". Una massa di denaro il cui controllo significa concentrazione di capitale, potere e affermazione di supremazia nella definizione delle politiche economiche, ma anche costruzione di senso comune ed egemonia in tutti gli ambiti della vita sociale e politica.

Alberto Giuliani

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