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Non sono cappellano dell'Occidente armato
LEONE, TRUMP E LA QUESTIONE DEL POTERE
Gli interventi di papa Leone tra marzo e aprile 2026 (con il viaggio in Africa) smascherano la nuda ferocia del potere oggi dominante nei vari continenti, in particolare il comportamento disumano e teologicamente blasfemo di autocrati come Trump, Putin, Netanhyau, autorità islamiche e politici fondamentalisti diffusi in vari continenti.
Senza entrare direttamente in contraddittorio con Trump, Vance, e Rubio, Leone ha il merito di svelare la gigantesca verità del potere mondiale operando, contemporaneamente, un salto etico-politico (la guerra è strage di innocenti, un affare economico predatorio, un crimine contro l’umanità), un grido teologico (la guerra è idolatria blasfema, una forma di deicidio), un sussulto civile in nome della libertà responsabile (basta coi tiranni, i prepotenti e i predatori), suscitando un ampio consenso.
Leone avverte che la posta in gioco è altissima perché riguarda, contemporaneamente, il dolore del mondo, la speranza di ognuno, il destino dell’umanità e la sostanza della fede cristiana. Il tentativo di ricucire il rapporto con Trump, operato dal Segretario di stato Rubio il 7 maggio 2026, appare alquanto strumentale, se non intimidatorio. Prevost, come Bergoglio, non teme l'antipapa Trump e non ha alcuna intenzione di diventare il cappellano dell’Occidente armato.

Un cristianesimo snaturato
Da tempo si fa scottante la questione del potere mondiale e del suo rapporto con la religione (con tutte le religioni in ogni parte del mondo). Su questo intreccio la sfida diventa enorme, assume un valore radicale. Molti studiosi (ad esempio Zuboff, Aresu, Padella, Mazzarella, Zamagni) stanno analizzando le caratteristiche del potere contemporaneo basato sul ruolo determinante delle big tech californiane (Palantir, Anduril, Space X, Starlink, Defence Llama, Neuralink, Helsing e altre), associate all’amministrazione trumpiana. Si sta realizzando il dominio di un neocapitalismo plutocratico e finanziario, tecnocratico ed etnocratico, populista e imperialista, futurista e messianico, orientato a eliminare la democrazia e il diritto e a imporre una teologia suprematista in nome del dio del proprio esercito (e di se stessi).
Tra i documenti necessari per capire, occorre citare il Manifesto del Capitalismo Oligarchico scritto da Pieter Thiel nel 2009, in California, sostenuto da una potente pattuglia di miliardari quali Vance, Bezos, Musk, Pichai, Altman, Sacks; il Programma Scientifico del Claremont Institute, uno dei più efficaci centri dell’ultraconservatorismo americano; il Manifesto Tecno-Ottimista di Marc Andreessen e Ben Horowitz, dell’ottobre 2023, ammiratore del futurismo italiano (il Manifesto futurista del 1909 esalta in modo parossistico la tecnica, la velocità, la violenza e la guerra come "sola igiene del mondo e il disprezzo della donna)”, per rendersi conto di quanto sta accadendo. Thiel nel 2007 scrive anche Il momento straussiano (Liberilibri 2025) dove, deformando il pensiero di René Girard, espone le tesi di Leo Strauss e di Carl Schmitt sul necessario svuotamento della democrazia e il trionfo di una tecnologia-teologia della prosperità armata, favorevole a un cristianesimo snaturato (gnostico-pelagiano).
Una teocrazia plutocratica
Non si tratta di farneticazioni singole ma di un programma preparato da miliardari spesso convertiti a un cristianesimo contraffatto, in proiezione transumanista o postumanista. Peter Thiel, il più trumpiano dei nuovi oligarchi, afferma che è giunto il tempo di abbandonare ogni forma di liberalismo e di pauperismo, per dedicarsi a una teocrazia plutocratica, a un cristianesimo della prosperità e del dominio. Nemici di tale progetto, veri discepoli dell’“anticristo”, sono coloro che operano per la pace, il disarmo, la giustizia, la cura della terra, l’accoglienza, il pensiero critico nonviolento. Tra i nemici più pericolosi c’è papa Leone XIV perché, sulla scia di Bergoglio, si occupa di pace, di giustizia e dei poveri e riflette sulla IA (prossima l’uscita di una enciclica proprio sulle nuove tecnologie del digitale).
Da tempo, infatti, Leone interviene sulla degenerazione del potere e della fede con varie modalità. Il 14 aprile 2026, mentre sta viaggiando in Africa, viene pubblicato un suo denso intervento rivolto alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, riunitasi per discutere gli “Usi del potere: legittimità, democrazia e riscrittura del diritto internazionale”. Poco prima, il 4 marzo 2026 esce un lunghissimo studio, praticamente un volume, della Commissione Teologica Internazionale dal titolo significativo Quo vadis humanitas?.
Espressione emblematica. Dove stai andando umanità?
PERCHE' LA CINA NON ENTRA IN GUERRA?
Secondo articolo di Antonella Maconi. Il primo è reperibile nell’Archivio
Non sono pochi gli osservatori che vedono una entrata in guerra della Cina come un evento possibile; inoltre la situazione attuale sembrerebbe veder opporsi il potere militare americano al potere economico cinese e dell'est asiatico: allora per quale motivo non scatta la “trappola di Tucidide”? Perché la Cina non entra in guerra?
La risposta più immediata è che per fare la guerra bisogna essere in due. E occorre anche che gli attori abbiano lo stesso obbiettivo, cioè raggiungere la supremazia globale, obbiettivo che non è mai appartenuto alla millenaria civiltà cinese.
Tralasciando il per il momento le basi etiche del pensiero politico cinese, si può comunque evidenziare il giudizio nettamente negativo che sulla guerra hanno elaborato le filosofie e le religioni orientali come il buddhismo, il confucianesimo, il taoismo e le loro varianti. La violenza organizzata, l'uso letale della forza fisica, è per loro un atto intrinsecamente immorale, non necessario e dannoso, sia nelle relazioni umane che nel governo degli affari pubblici.
La guerra è vista come un fallimento della leadership, sia politica che etica: Sun Tzu, generale e filosofo cinese vissuto nel 500 a.C., scrive: “inanellare cento vittorie in cento battaglie non è l'acme dell'intelligenza. Sottomettere il nemico senza combattere, è l'acme dell'intelligenza”.
Pino Arlacchi, in una sua recente pubblicazione*1, sostiene che la Cina, fin dall'epoca della sua unificazione sotto la dinastia Qin (221 a.C.), dopo il periodo degli Stati Combattenti, non ha mai esercitato una politica espansionista, basti tenere presente alcuni dati di fatto: tra il 1400 e il 1800, ha conosciuto solo 9 guerre internazionali, mentre, solo sul suolo europeo sono state 224. Per contro è stata invece invasa, come durante la “guerra dell'oppio”, con una gigantesca azione predatoria perpetrata dall'Inghilterra in nome della libertà dei mercati.
Eppure, ad onor del vero, bisogna dire che la storia cinese è segnata da conflitti epocali e rivolte interne su larga scala, come la devastante Rivolta dei Taiping (20-30 milioni di vittime), le guerre sino-giapponesi e la lunga guerra civile tra nazionalisti e comunisti fino al 1949. inoltre, nel secolo scorso, ha adottato politiche aggressive sia sul fronte interno (Tibet, Xinjiang musulmano, Hong Kong) sia vere e proprie controversie militari e territoriali nel Mar Cinese Meridionale, India, Giappone, Taiwan, che però Pechino afferma essere di natura difensive.
C'è poi la questione della cosiddetta Pax asiatica, la scelta strategica compiuta dai leader dell'Asia, dopo la seconda guerra mondiale e negli anni Ottanta, di favorire lo sviluppo socio-economico nazionale e il consolidamento dello Stato astenendosi dai conflitti armati contro i propri vicini: in Asia orientale non si verifica alcun conflitto da quasi cinquant'anni, dalla fine dello scontro, nel 1979, tra Vietnam, Cambogia e Cina, e lo stesso Kuomitang taiwanese sostiene un approccio pragmatico e dialogante con Pechino, pur difendendo l'autonomia dell'isola. Nonostante infatti alcune misure restrittive, il governo cinese mantiene attivi commerci bilaterali che nel 2023 hanno raggiunto i 218,2 miliardi di dollari.
In sintesi, L'Asia orientale, sostiene Arlacchi, è diventata negli ultimi decenni un'area di relazioni pacifiche paragonabili per intensità e diffusione a quelle dell'Europa occidentale.
Una delle prove più solide di quanto affermato è l'andamento decrescente delle spese militari in tutta le regione: se la Cina fosse percepita come un pericolo da cui guardarsi, i paesi circostanti non avrebbero dimezzato, dal 1990 al 2024, le spese per la difesa, passando dal 3,35 al 1,84 per cento del loro PIL.
Ne discende che è estremamente improbabile che Pechino e i paesi confinanti diano inizio ad una corsa agli armamenti, anche nel caso di un'aggressione statunitense.
A sostegno delle precedenti affermazioni è interessante confrontare le spese militari in rapporto al PIL tra USA e Cina (dati SIPRI 2025*4):
| Paese | Spesa militare | % PIL |
|---|---|---|
| Stati Uniti | circa 954 mld$ | 3,3 - 3,5% |
| Cina | circa 336 mld$ | 1,7 – 1,9% |
Bisogna inoltre osservare che, mentre la strategia americana ha per obiettivo la proiezione globale della forza, la capacità di intervenire ovunque e il controllo delle rotte marittime, la strategia cinese punta soprattutto al controllo regionale Asia-Pacifico, la difesa delle coste del Mar Cinese Meridionale e la deterrenza su Taiwan.
Veniamo poi alla stretta attualità: nella guerra tra USA e Iran, la Cina ha finora tenuto un profilo basso, venendo allo scoperto solo nell'ultimo periodo, mettendo in campo le sue capacità di mediazione. Secondo l’Associated Press, Pechino agirebbe soprattutto tramite intermediari, tra cui Pakistan, Turchia ed Egitto, nel tentativo di far valere la propria influenza ed assumere una maggiore posizione di rilievo a livello globale. Come scriveva a fine marzo il Financial Times, “la guerra con l'Iran consoliderà lo stato di superpotenza della Cina”. Secondo l’articolo, per la Cina, maggiore importatore mondiale di petrolio, (il 53% dell'approvvigionamento degli idrocarburi cinesi proviene dalla regione del golfo) un conflitto con l’Iran rappresenta senza dubbio un rischio rilevante. Tuttavia, Pechino, preparata da anni a uno scenario del genere, è stata in grado non solo di reggere l’urto, ma anche di trasformare la crisi in un vantaggio nella competizione economica globale.*2
Inoltre ha l'84% di autonomia energetica ed è il maggiore investitore diretto in Iran e nei Paesi del Golfo*3.
L'ultimo ma non trascurabile fattore che induce a pensare che non ci sarà un' escalation militare tra Cina e Stati Uniti è che, dal 2000 ad oggi, praticamente ogni simulazione di guerra condotta dal Pentagono ha portato allo stesso esito: una sconfitta americana.
Tali scenari simulati non sono semplici “war games”: ciascuno di essi costa decine di milioni di dollari e comporta la mobilitazione di migliaia di soldati e mezzi che danno esiti in un'unica direzione.
Nel 2020, l'ex Segretario della Difesa Esper ha confermato, in una audizione al Congresso, che “Gli Stati Uniti perdono costantemente nelle simulazioni di guerra contro la Cina”, e il vicepresidente del Joint Chief Staff, Hyten, ha rivelato che in una simulazione condotta nell'autunno 2020 “abbiamo fallito miseramente”, con le forze americane che “hanno subito livelli di perdite che non vedremmo dalla seconda guerra mondiale”. Ma il capolavoro è stato il war game del 2021, quando la simulazione nel Pacifico è stata interrotta e riavviata più volte perché le forze americane venivano annientate troppo velocemente per ottenere dati utili. Gli analisti del Pentagono hanno dovuto ridurre artificialmente le capacità cinesi per permettere alle forze americane di durare abbastanza a lungo da completare l'esercitazione e giustificare gli stipendi.
Il Pentagono dunque si trova ora in una situazione paradossale: dal 2020 ad oggi ogni simulazione ha visto gli Stati Uniti soccombere, eppure la Difesa continua imperterrita a chiedere e ottenere budget giganteschi nell'ipotesi di una guerra che, in privato, sa e dice di non poter vincere.
La guerra tra USA e Cina non ci sarà. Ma non perché le due superpotenze avranno trovato un modo per convivere nel nuovo ordine mondiale. Non ci sarà perché la Cina ha reso il costo del conflitto così astronomico e asimmetrico da trasformarlo in un'opzione impraticabile.
Ultima Ora
Nel recentissimo incontro tra Trump e Xi la Cina ha avanzato la formula della “PARITA’ STRATEGICA COSTRUTTIVA”. Qualcosa che sembra dire: “Accettiamo la competizione globale, ma su basi di riconoscimento reciproco e senza logica di guerra fredda”.
Ne sappiamo ancora troppo poco. Ci aggiorneremo.
*1 Dati ed eventi tratti da: Arlacchi, “La Cina spiegata all'Occidente”, 2025, Fazi editore
*2 Fonte: “Usa indietreggiano, Pechino avanza” Dazibao (youtube)
*3 Dati tratti da: Giacomo Gabellini “l'energia è il maggiore campo di battaglia geopolitico”- Il Contesto (youtube)
*4 SIPRI: Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma
La Cassetta degli Attrezzi
IL SIGNORAGGIO DEL DOLLARO
1 - Il “signoraggio” del dollaro e de-dollarizzazione.
“Signoraggio” o anche “dominio del dollaro” sono espressioni che si possono incontrare, leggendo articoli di cronaca economica o in qualche saggio di materia economica. Ma cosa significano esattamente?
Innanzitutto con l’espressione "dominio del dollaro" non si dice semplicemente che il biglietto verde è una moneta forte, ma che è il vero e proprio "sistema operativo" dell'economia mondiale.
In sostanza, il mondo parla la lingua del dollaro per fare affari, anche quando gli Stati Uniti non sono direttamente coinvolti.

I pilastri del dominio
Per capire cosa significhi concretamente, dobbiamo guardare a tre aspetti chiave:
Valuta di Riserva: Circa il 58-60% delle riserve valutarie detenute dalle banche centrali di tutto il mondo è in dollari. È il "salvadanaio" sicuro a cui tutti si affidano in tempi di crisi.
Lingua franca del commercio: La maggior parte delle materie prime (petrolio, oro, grano) è quotata in dollari. Se il Brasile vuole vendere soia alla Cina, spesso il contratto viene stipulato e pagato in dollari, non in Real o Yuan.
Il sistema dei pagamenti: La stragrande maggioranza delle transazioni internazionali passa attraverso circuiti (come lo SWIFT) che poggiano sull'infrastruttura finanziaria americana.
Il "Privilegio Esorbitante"
Questa espressione, coniata da Valery Giscard d’Estaing negli anni '60, riassume i vantaggi per gli Stati Uniti:
Debito a basso costo: poiché tutti vogliono dollari, gli USA possono finanziarsi emettendo titoli di stato a tassi relativamente bassi. (Questo “privilegio” risulta attualmente alquanto controverso, a fronte dell’entità raggiunta dal debito americano, confrontato con la spinta al rialzo dei tassi di interesse in contrasto alla crescita dell’inflazione).
Sopportabilità del deficit commerciale: Gli Stati Uniti possono importare molto più di quanto esportano perché il resto del mondo è ben felice di accumulare i dollari che "avanzano".
Potere Geopolitico (Sanzioni): Poiché quasi ogni transazione in dollari tocca prima o poi una banca americana, gli USA possono "spegnere" l'accesso al sistema finanziario a paesi nemici (come visto con la Russia o l'Iran).
Perché è importante oggi?
Negli ultimi anni si parla molto di “de-dollarizzazione”. Paesi come i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) stanno cercando di usare le proprie valute per gli scambi commerciali per ridurre la dipendenza da Washington. Tuttavia, scalzare il re è difficile: mancano alternative che offrano la stessa combinazione di trasparenza, liquidità e stabilità legale.
Con il dominio del dollaro, se la Federal Reserve alza i tassi d'interesse, il costo del debito aumenta istantaneamente per un'azienda o un governo in altre parti del mondo.
In che modo il dominio del dollaro influenza direttamente l'inflazione e i prezzi che paghiamo in Europa?
In economia, questo fenomeno viene spesso chiamato "importare inflazione".
Le decisioni della Federal Reserve (la banca centrale americana) e il valore del dollaro arrivano direttamente nel nostro portafoglio attraverso tre canali principali.
Il costo dell'energia
Quasi tutte le materie prime mondiali, a partire dal petrolio e dal gas naturale, sono scambiate in dollari.
Anche se il prezzo del barile di petrolio resta invariato sui mercati internazionali, se l'Euro si indebolisce rispetto al Dollaro, noi lo paghiamo di più.
Effetto a catena: pagare di più il carburante e l'energia significa che trasportare merci costa di più e produrre beni in fabbrica costa di più. Alla fine quel costo extra lo si ribalta sullo scontrino del supermercato.
L'Inflazione Importata
Quando il dollaro è forte, l'Euro perde potere d'acquisto. Questo rende più cari tutti i beni che l'Europa importa dall'estero (non solo dagli USA, ma da chiunque accetti dollari, ovvero quasi tutti).
Se un'azienda italiana compra microchip o componenti elettronici dall'Asia, spesso paga in dollari. Se l'euro è debole, quell'azienda deve sborsare più euro per la stessa quantità di componenti.
L'azienda alzerà i prezzi dei suoi prodotti finiti venduti in Italia.
La "corsa" delle Banche Centrali
Questo è il punto più sottile ma fondamentale. Se la Fed alza i tassi d'interesse per combattere l'inflazione americana, il dollaro diventa ancora più attrattivo per gli investitori.
Per evitare che l'Euro crolli troppo (causando ancora più inflazione per i punti 1 e 2), la Banca Centrale Europea (BCE) è spesso costretta a inseguire la Fed e alzare i tassi a sua volta, anche se l'economia europea è più debole di quella americana.
Risultato: mutui e prestiti diventano più cari per noi europei, perché dobbiamo "difendere" la nostra valuta rispetto al dominio del biglietto verde.
Lo schema del contagio
| Situazione | Effetto sul Dollaro | Conseguenza in Europa |
|---|---|---|
| La Fed alza i tassi | Il Dollaro si rafforza | L'Euro si indebolisce |
| Materie Prime | Costano uguale in $ | Costano di più in € |
| Prezzi al consumo | Stabili o in calo negli USA | Aumentano (Inflazione) |
In sintesi: quando il dollaro domina, l'Europa non è pienamente padrona del proprio destino economico.
Perchè l'Euro non riesce a sostituire il Dollaro come moneta di riferimento mondiale?
L'eurozona è una delle economie più grandi e ricche del pianeta. Eppure, l'Euro non riesce ad emanciparsi dalla sudditanza rispetto al Dollaro.
Ecco alcuni dei motivi principali:
Il problema della frammentazione
Il Dollaro ha alle spalle un unico governo, un unico Ministero del Tesoro e un'unica politica fiscale. L'Euro, invece, è una moneta condivisa da 20 Paesi con 20 bilanci diversi.
Manca un "Titolo di Stato Europeo" unico: Gli investitori amano i “Treasuries” americani perché sono un mercato immenso e uniforme. In Europa, se vuoi investire in "Euro", devi scegliere tra i Bund tedeschi (sicurissimi ma pochi) o i BTP italiani (più rischiosi). Questa frammentazione rende l'Euro meno attraente per le grandi banche centrali.
La Liquidità (Poter vendere subito)
Il mercato finanziario americano è il più profondo del mondo.
Se una banca centrale vuole vendere 100 miliardi di dollari domani mattina, può farlo senza far crollare il prezzo.
Se provasse a fare lo stesso con l'Euro, il mercato farebbe molta più fatica ad assorbire l'urto. Il dollaro è come un oceano; l'euro, al confronto, è una serie di grandi laghi collegati tra loro.
La "Forza Bruta" (Geopolitica e Difesa)
Il valore di una moneta riflette anche la potenza politica e militare di chi la emette.
Il Dollaro è garantito dalla più grande potenza militare del mondo.
L'Europa non ha un esercito comune né una voce politica unica sulla scena globale. In tempi di guerra o grande instabilità, gli investitori cercano la protezione della "fortezza" americana.
L'Effetto Rete
Poiché il petrolio si paga in dollari, le banche devono avere dollari. Poiché le banche hanno dollari, le aziende firmano contratti in dollari.
Cambiare questo sistema è costoso, lento e rischioso. È un circolo vizioso (o virtuoso, se sei americano) difficile da spezzare.
Un confronto rapido
| Caratteristica | Dollaro Statunitense | Euro |
|---|---|---|
| Garanzia | Un unico Stato Federale | 20 Stati diversi |
| Mercato dei Titoli | Immenso e uniforme | Frammentato per nazione |
| Uso nelle Riserve | ~59% | ~20% |
| Status | "Rifugio sicuro" globale | Valuta regionale forte |
I BRICS hanno davvero qualche possibilità di impensierire il dollaro nel prossimo decennio?
La sfida al dollaro è reale e sta accelerando, ma "impensierire" non significa necessariamente "sostituire" nel breve termine. Nel 2026, la situazione è un mix di attacco frontale e ostacoli strutturali quasi insormontabili.
Ecco i tre fronti principali della sfida:
Lo Yuan Cinese (Renminbi)
La Cina sta facendo di tutto per internazionalizzare la sua moneta, ma deve affrontare un paradosso interno.
I successi: lo Yuan è diventato fondamentale nel commercio bilaterale (soprattutto con Russia, Brasile e Medio Oriente). Il sistema CIPS (l'alternativa cinese allo SWIFT) e lo Yuan Digitale (e-CNY) sono pronti a gestire scambi fuori dal controllo americano.
Il freno: Per essere una vera valuta di riserva mondiale, lo Yuan dovrebbe essere "libero" (convertibile). Ma Pechino non vuole rinunciare al controllo sui capitali per evitare fughe di denaro improvvise. Finché lo Yuan non potrà entrare e uscire liberamente dalla Cina, le banche centrali saranno caute nell'accumularne troppo.
Il progetto BRICS: Una "Moneta" o un "Sistema"?
Nonostante i titoli sensazionalistici, nel 2026 l'idea di una moneta unica dei BRICS (stile Euro) è stata messa in pausa.
Perché paesi come l'India temono che una moneta comune diventi uno "Yuan sotto mentite spoglie", aumentando l'egemonia cinese invece di ridurla.
La vera strategia: Più che una moneta fisica, i BRICS stanno creando un sistema di pagamenti digitali comune che permetta di scambiare le proprie valute nazionali (es. Rublo per Rupia) senza dover passare per il cambio in Dollari. È un attacco all'infrastruttura, più che alla moneta in sé.
L’Oro come "Terzo Incomodo"
Un dato sorprendente degli ultimi due anni (2024-2025) è che le banche centrali di tutto il mondo hanno acquistato oro a ritmi record.
Se non si fidano del dollaro per motivi geopolitici e non si fidano ancora dello yuan per motivi di trasparenza, tornano al bene rifugio per eccellenza. L'oro è oggi il vero vincitore della de-dollarizzazione.
Il confronto nel 2026
| Valuta | Quota nelle Riserve (Stima 2026) | Forza Principale | Ostacolo Maggiore |
|---|---|---|---|
| Dollaro | ~58% | Fiducia e Liquidità | Uso come "arma" politica |
| Euro | ~20% | Stabilità e Norme | Frammentazione politica |
| Yuan | ~3% | Potenza Commerciale | Controlli sui capitali |
| Oro | In forte crescita | Indipendenza politica | Difficoltà logistica |
Conclusione: Nel prossimo decennio non vedremo probabilmente il crollo del dollaro, ma la fine del suo monopolio. Ci stiamo spostando verso un mondo multipolarizzato, dove il dollaro rimarrà forse la valuta più importante, ma certamente dovrà convivere con "isole" di scambi in Yuan, Euro e valute locali che lo renderanno meno onnipotente.
A PROPOSITO DI SALARIO MINIMO
È possibile poter vendere il proprio lavoro, indipendentemente dalla condizione di partenza, con la garanzia che ciò che si riceverà in cambio non sarà mai eccessivamente basso? Questa è una domanda a cui idealmente si vorrebbe rispondere in un modo solo, a cui gli economisti hanno provato a rispondere più volte, ma, più che altro, è una domanda che sembrerebbe obsoleta, considerando che in Unione Europea 22 stati su 27 hanno il salario minimo, e, se allarghiamo lo sguardo ai paesi più sviluppati usando i membri OCSE come campione, 30 stati su 38 dispongono di questa normativa. Ad un primo sguardo veloce, quindi, questo interrogativo sembra avere una risposta abbastanza chiara, ma dato che in Italia pare ancora una domanda aperta, è necessario vedere cosa dice la letteratura, recente e passata, vicina e lontana, per farci davvero un’idea rigorosa sugli effetti di questa politica.
Il primo studio da citare, e forse il più famoso, è quello di David Card ed Alan B. Krueger del 1993. I due economisti ebbero la fortuna di poter assistere all’incremento (avvenuto per legge l’anno prima) del salario minimo in New Jersey di circa il 18%, mentre in Pennsylvania, uno stato dalle caratteristiche socioeconomiche molto simili, il salario minimo sarebbe rimasto allo stesso livello.
Alzare forzosamente il tetto inferiore dei salari ha fatto diminuire l’occupazione?
A questo punto la loro ricerca poteva adottare un tipo di analisi molto famosa in economia chiamata “difference-in difference”: col passare del tempo i due studiosi avrebbero osservato gli effetti della politica in New Jersey sull’occupazione e successivamente avrebbero corretto i risultati applicando i cambiamenti avvenuti nella stessa variabile in Pennsylvania. In questo modo si sarebbe riusciti ad isolare le conseguenze portate in New Jersey dalla nuova politica.
Risultato? I ricercatori presero a campione delle catene di fast food e notarono che l’occupazione non calò, anzi aumentò del 13%, con un certo aumento dei prezzi dei prodotti delle catene, che però, in quanto costo, veniva diluito da un numero altissimo di consumatori rispetto ad un beneficio concentrato tra i salariati più poveri.
Perché succede questo? Nelle teorie neoclassiche che assumevano un mercato del lavoro perfettamente concorrenziale, l’azienda è “costretta” a pagare il salario di equilibrio di tale mercato (si dice che è price-taker). Dato che in concorrenza perfetta l’impresa assume fino a che la produttività dell’ultimo lavoratore impiegato non equivale al salario, ne consegue che se questo venisse artificialmente alzato (per esempio con un salario minimo), essa sarebbe costretta a licenziale personale per non andare in perdita. È chiaro a questo punto che adottando questa teoria (nella storia molto apprezzata dai liberisti) i conti non tornano. Al contrario, come ipotizzeranno i due autori della ricerca in un saggio successivo, sarebbe più corretto assumere che le aziende, soprattutto quelle di grandi dimensioni, non vivono affatto in concorrenza perfetta nel mercato del lavoro e dispongono eccome di quello che si chiama “potere di mercato”: per massimizzare i profitti individuali tendono, e riescono, ad abbassare i salari sotto il livello concorrenziale (perché i lavoratori sono una massa enorme e loro sono poche) finendo per assumere meno di quello che assumerebbero se non avessero market power. Questo esito in economia si chiama inefficienza allocativa, e se Card e Krueger avessero ragione (come i fatti hanno mostrato), non resta altro da pensare che, alla fine, la vera causa di disoccupazione (almeno in parte) sia proprio non avere un salario minimo.
Ovviamente questi non sono gli unici paradigmi possibili con cui interpretare il salario minimo, né tutti gli studi hanno osservato empiricamente lo stesso esito. Ad ogni modo alcune cose sono certe, ossia che non solo è sbagliato ritenere come verità scientifica che il salario minimo sia nocivo ai lavoratori e alla società, ma anche che questa idea sia legittimamente discutibile. Nel prossimo articolo dedicato allo stesso tema vedremo alcune ricerche che danno esiti più pessimisti a questa politica, e proveremo a mostrare una possibile sintesi capace di salvare l’idea del salario minimo come legge doverosa e fondata sulle evidenze.
PODCAST DI JOHN MERSHAIMER
John Mersheimer è un teorico di relazioni internazionali tra i più accreditati a livello mondiale. In questo podcast di 46 minute spiega con chiarezza l’attuale situazione internazionale come combinazione tra i cambiamenti strutturali avvenuti nell’economia mondiale e l’ascesa al potere di Trump.
Da non perdere
RAGIONANDO PACATAMENTE DI IMMIGRAZIONE
Inizia con questo fascicolo un’altra sezione fissa. La dedichiamo alle problematiche complesse dell’immigrazione. Chiamiamo la sezione così su suggerimento di Carlo Melegari che dal 1980 si occupa di migranti e immigrati. Ed è per lo più conosciuto per aver diretto dal 1990 al 2013 il Cestim-Centro Studi Immigrazione di Verona. Sarà lui, su nostro invito, a coprire sperimentalmente i primi numeri della sezione.
Il format che Carlo Melegari adesso ci propone è quello della “nota”, da farci stare in un A4, ma che avrà al suo interno dei link per l’accesso immediato a siti, pagine web, video, indicazioni bibliografiche o altra utile documentazione per eventuali approfondimenti richiesti o suggeriti.
I Curatori del Sito
Nota n. 1 del 16 maggio 2026
Dichiarazione di intenti
Il titolo della sezione viene da una raccolta di articoli degli anni ‘90 scritti da me per “Nigrizia” e “Avvenimenti”. Sull’immigrazione ben poco è cambiato da allora nelle modalità del dibattito pubblico in Italia e all’estero. Dibattito che si è rivelato da subito e continua a rivelarsi molto spesso “a deontologia professionale zero” nella conduzione dei talk show televisivi e radiofonici più seguiti. Soprattutto quando vi partecipano illustri opinion-makers, spesso meritatamente famosi per competenze riconosciute in vari ambiti delle discipline scientifiche, ma di fatto privi nello specifico della preparazione necessaria ad affrontare le problematiche poste dalla complessità dei fenomeni migratori.
Nel nostro piccolo, una nota alla volta, è di questa complessità che ci vorremo occupare, ragionandoci sopra “pacatamente”. Sappiamo tutti che se c’è oggi un argomento divisivo in politica, anche a sinistra, è quello dell’immigrazione, presi come siamo dal paradosso delle democrazie che da una parte hanno giustamente bisogno del consenso elettorale per essere tali e dall’altra il consenso di cui hanno bisogno viene ottenuto più con argomenti di pancia che di ragione. I primi, gli argomenti di pancia, formulabili con immediatezza, spesso sulla base di spiegazioni semplicistiche, generalizzazioni indebite, dati stravolti, fake news. I secondi, gli argomenti di ragione, con tempi necessariamente mediolunghi, richiedendo la decostruzione critica di pregiudizi e stereotipi, l’interpretazione corretta dei dati a disposizione, la valutazione onesta e competente dei pro e dei contro delle misure di politica sociale che si vogliono proporre e realisticamente mettere in atto. Ovviamente pensando sempre ad una governance dell’immigrazione rispettosa dei principi sanciti dalla nostra Costituzione. E allo stesso tempo capace di creare le condizioni per l’accoglienza dignitosa di quanti vengono nel nostro Paese e in Europa per sentirsi il prima possibile inclusi e integrati come nuovi cittadini con pari diritti, pari doveri e pari opportunità.
Nella stesura delle mie note per questa sezione prenderò ogni volta spunto da una o l’altra delle provocazioni che mi vengono da una rassegna stampa online che curo quotidianamente in tema di immigrazione.
Evidenzierò dati che non si conoscono o vengono volutamente ignorati o spudoratamente piegati a tesi “remigrazioniste” che non stanno né in cielo né in terra, se non altro per la loro impossibilità ad attuarsi. Ma che continuano a guadagnare irrazionali consensi di massa anche là dove non ci si aspetterebbe.
Metterò a disposizione dei lettori la mia “cassetta degli attrezzi”, il sito www.cestim.it , anzitutto con un link (che vorrei permanente) ai dati, sempre aggiornati e presi dalle fonti più accreditate per scientificità:
Questa la mia dichiarazione di intenti. A presto per la Nota n. 2 e le seguenti, se ne sarà verificata l’utilità.
LETTERE AL SITO
di Luca Salvi · di Andrè Rinaudo · di Massimo Valsecchi
Disabilità, guerra e priorità: indignarsi non basta
Le parole utilizzate dal giornalista Massimo Giannini nel criticare il governo — “Se uno passa gli ultimi vent’anni della sua esistenza immobile su una sedia a rotelle a non fare nulla, è inutile che sia vissuto così tanto. La stessa cosa vale per il governo” — hanno suscitato indignazione e polemiche prevedibili. Ed è giusto che sia stato così, perché il linguaggio conta, le immagini contano e chi conosce davvero il mondo della disabilità sa quanto rispetto, dignità e sensibilità pesino anche nelle parole.
Ma il rischio è che questa vicenda finisca per trasformarsi nell’ennesima polemica sterile e nell’ennesimo diversivo mediatico. Una polemica che fa comodo a molti, compreso il governo, perché permette di concentrare l’attenzione pubblica su una frase sbagliata evitando di affrontare i problemi veri, quelli quotidiani e concreti.
I problemi delle persone con disabilità, certo. Ma anche quelli delle persone fragili, degli anziani soli, dei malati cronici, delle famiglie lasciate senza sostegno, di chi aspetta mesi per una visita, una terapia, un ausilio, un posto in struttura o semplicemente una risposta.
Esistono infatti ferite molto più profonde di una battuta televisiva. Ferite invisibili, che non lasciano segni sulla pelle ma consumano lentamente la dignità delle persone: la burocrazia, le attese infinite, le pratiche respinte, i servizi insufficienti, il senso di abbandono che troppe famiglie sperimentano ogni giorno.
Ed è qui che il discorso inevitabilmente si allarga alla politica e alle scelte che l’Europa e i governi stanno preparando nel nuovo scenario internazionale.
Da mesi sentiamo parlare della necessità di aumentare enormemente la spesa militare, fino ad arrivare al 5% del PIL. Ci viene detto che è necessario, inevitabile, che la sicurezza richiede sacrifici. Ma quasi nessuno dice con chiarezza che ogni scelta di bilancio comporta delle priorità. E che le risorse destinate agli armamenti rischiano inevitabilmente di sottrarre spazio alla sanità, al welfare, alla disabilità, all’assistenza sociale, alla scuola e alla lotta contro la povertà.
Occorre invece avere il coraggio di investire nella vita e non nella morte. Non in armamenti sempre più sofisticati, ma nella prevenzione dei conflitti, nella diplomazia, nella cooperazione internazionale, nella costruzione della pace.
E nello stesso tempo occorre investire nella cooperazione sociale, nella sanità pubblica, nei diritti, nella tutela delle fragilità, nel contrasto all’emarginazione e alla solitudine. Perché una società civile si misura da come tratta le persone più vulnerabili, non dalla quantità di armi che riesce ad accumulare.
Per questo indignarsi non basta. Servono scelte politiche coerenti, risorse vere e priorità chiare. Perché la dignità delle persone non si difende soltanto condannando una frase sbagliata in televisione, ma cambiando le priorità e costruendo ogni giorno una società più giusta, più umana e più solidale.
CAPORALATO A PRATO
Sindacalista aggredito perchè chiedeva gli stipendi arretrati per se e per i colleghi.
Mentre buona parte del paese guarda al futuro chiedendo la totale automazione ed il reddito universale di base, nella realtà quotidiana ci si scontra sempre più frequentemente con casi simili a quello accaduto alla Stamperia Mix, a Prato, dove il sindacalista Arturo Gambassi ha subito violenze e lesioni da parte del suo titolare durante la protesta scaturita dal mancato pagamento di mensilità pregresse.
Un pestaggio in piena regola sedato solo dall'intervento di altre persone.
Un ennesimo atto di barbarie che non può più essere accettato. È assodato che ormai il caporalato ha trovato terreno fertile dove crescere fuori dall'agricoltura, radicandosi in vari settori come la logistica e realtà produttive tessili.
Realtà dove la forte presenza di manodopera straniera, situazioni di subappalto e bassi salari finiscono col creare delle situazioni di sfruttamento che la politica dovrebbe combattere e debellare.
Perchè l'unico salario giusto è quello che permette una vita dignitosa e libera, cone scritto nella costituzione.
Perchè la sicurezza che l'esecutivo millanta nei decreti dovrebbe essere quella nei posti di lavoro, nelle aziende e nelle fabbriche.
Massima solidarietà ad Arturo e a tutti i lavoratori che lottano per i loro diritti.
Lettera di Massimo Valsecchi
Caro Corrado, ho letto, nel tuo numero due, Le Tesi di Sinistra Italiana su Pace e Disarmo.
Confesso di essere stato colto, subitaneamente, da un'ondata di emozionanti ricordi giovanili.
Ricordo che, più o meno cinquanta (50) anni fa, ovverosia mezzo secolo fa, i pensosi documenti politici del PCI, prima, e della Sinistra Rivoluzionaria, dopo, iniziavano, immancabilmente con la diagnosi infausta dello stato di salute del capitalismo e con la prognosi immancabilmente infausta.
Capirai l'emozione nel leggere, nel 2026, che " Il capitalismo neoliberista e l'egemonia americana sono entrati in una crisi strutturale irreversibile".
Resto in trepida attesa dell'annuncio dell'exitus.
Caro Massimo, è una legge di natura che le critiche più velenose le ricevi dagli amici più cari. E le critiche più velenose sono spesso le più utili, quelle che ti mettono davanti alle tue deficienze più macroscopiche.
E’ vero, hai ragione: la diagnosi di una “crisi strutturale irreversibile” è leggermente tranchant. Apodittica, se vuoi.
Invoco come attenuante generica il fatto che si tratti di un “riassunto” delle tesi, che saranno oggetto di approfondimento nei prossimi fascicoli. Ma tant’è.
Chiederò a Sinistra Italiana che cancelli l’aggettivo “irreversibile”.
E tuttavia resto convinto che siamo di fronte a contraddizioni inedite, il cui sviluppo segnerà un cambio di direzione di portata storica.
Non ti tedierò elencando i sintomi di questa crisi (il debito pubblico americano, il ritorno al protezionismo, l’ascesa della Cina e dei BRICS….). Mi basta per il momento segnalarti che gli Americani (più grande democrazia del mondo, prima economia, prima potenza militare, inventori del Blues e del Rock and Roll) hanno scelto come medico per i loro malanni un miliardario matto tronco.
Deve esserci sotto qualcosa.
Ti prometto che non userò più, come incipit nei documenti politici, frasi come “caduta tendenziale del saggio di profitto” oppure “situazione politica e nostri compiti”.
Con immutata stima.
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