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Qualcosa di Sinistra

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Bravo Sánchez!

di Roberto Ongaro

Alla fine ce l'ha fatta. E con lui ce l'hanno fatta le centinaia di migliaia di persone scese in strada a Madrid.

Pedro Sánchez ha riportato in vita i decreti sulla casa che le piazze chiedevano da settimane e che la destra gli aveva affossato appena quattro giorni fa.

Avrebbe potuto restare fermo e sfruttare quella bocciatura fino all'ultimo comizio. Due mesi a ripetere che la destra ha votato contro le case degli spagnoli, i decreti sventolati in ogni piazza come la prova del delitto, il conto presentato direttamente nelle urne. Facile redditizio.

Oggi, invece, il suo Consiglio dei ministri li ha riapprovati: due nuovi decreti legge, ventuno misure, la stessa sostanza di quelli affossati.

Gli sfratti delle famiglie vulnerabili senza un'alternativa abitativa vengono sospesi fino al 2030 e chi è in regola con i pagamenti e ha il contratto in scadenza potrà chiedere fino a due anni di proroga. Gli inquilini con redditi sotto i 33mila euro avranno una detrazione del 10% sul canone, che su un affitto da 800 euro al mese vale quasi mille euro l'anno. Chi vuole comprare casa ma non ha i soldi per l'anticipo potrà contare su prestiti a tasso zero fino a 50mila euro, grazie a un fondo da 10 miliardi. E per i fondi avvoltoio arrivano limiti agli acquisti speculativi, mentre sugli affitti turistici scatta l'IVA.

E qui sta il colpo da maestro.

In Spagna un decreto legge è operativo appena pubblicato, poi entro trenta giorni va convalidato dal Parlamento. Ma con le Camere sciolte, quel voto spetta alla Diputación Permanente: un Parlamento in formato ridotto, previsto dall'articolo 78 della Costituzione, che resta in carica durante le transizioni elettorali e ne conserva i poteri. I gruppi ci siedono in proporzione al loro peso e lì i conti cambiano.

Popolari, Vox e Junts, gli stessi che venerdì hanno affossato i decreti, nella Diputación arrivano a 34 seggi. Il governo e i suoi alleati a 35.

Un voto di differenza. Un voto che basta per approvare i decreti.

«Fino al 29 novembre, il governo continuerà a governare», ha detto Sánchez.

E così ha fatto. Si è giocato la presidenza per Maricarmen, una donna di 87 anni portata fuori in barella dalla casa di Madrid in cui viveva da settant'anni, e per tutti gli spagnoli che una casa non riescono più a permettersela.

Ha rinunciato in anticipo alla propria presidenza pur di portare a casa quei decreti. E a casa li ha portati.

Trova le differenze con il Governo Meloni.

Un cantiere di speranza

di Sergio Paronetto

A conclusione dell’analisi (schematica) dei capitoli di Magnifica humanitas di Leone XIV, uno dei testi più chiari, concreti e lungimiranti sul futuro dell’umanità e sui poteri mondiali al tempo dell’intelligenza artificiale, è bene ridare la parola al papa. Al termine della sintesi del capitolo cinque, da me intitolato “Cultura della potenza o cura delle relazioni?”, ponevo la domanda: "Cosa propone il papa?". Anzitutto, il realismo fiducioso della responsabilità. 

Superare la resa mascherata da realismo

Parlando dei grandi temi del mondo moderno, osserva Leone, “si insinua una tentazione sottile: pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla. È una forma elegante di resa, spesso mascherata da realismo. Certo, non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà: c’è chi governa, chi decide investimenti, chi guida istituzioni, chi fa ricerca, chi educa, chi informa, chi produce; e c’è chi sembra avere soltanto la propria vita quotidiana. Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)” (212).

Una preziosa responsabilità

Accanto ai rischi di una drammatica deriva, incalza Leone, “intravediamo gran parte dell’umanità che cerca di rimanere umana e di adoperarsi per costruire la città della convivenza e della pace” […]. È a questo orizzonte di impegno, a questo cantiere di speranza, che diamo il nome di “civiltà dell’amore” (185).  “La storia non appare solo come il catalogo delle nostre violenze, ma anche come la prova che l’umano sa generare istituzioni capaci di proteggere la vita comune […]. Le conquiste morali hanno quasi sempre il volto di un cammino lungo e faticoso, segnato anche da battute d’arresto: pensiamo ai processi di pace interrotti o agli impegni ambientali applicati con lentezza. Eppure, proprio la fragilità di questi risultati mostra quanto sia preziosa la responsabilità di chi li avvia e li sostiene” (123).

Rendere più umana la storia 

“Alcuni eventi aiutano a vedere che la storia può cambiare quando anche solo un uomo o una donna prendono davvero sul serio la dignità di tutti: il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti d’America, legato anche alla testimonianza di Martin Luther King Jr., o la fine dell’apartheid in Sudafrica dopo la liberazione di Nelson Mandela e la sua scelta di non consegnare il futuro all’odio. In contesti differenti si sono inoltre distinte donne coraggiose e generose come Santa Laura Montoya, Santa Teresa di Calcutta, Dorothy Day, Maria Skłodowska-Curie, Maria Montessori, Elisabeth Elliot, Wangari Maathai, Benazir Bhutto e tante altre di tutti i continenti, che con il loro impegno hanno contribuito a rendere più umana la storia” (124).  “Accanto a questi segni pubblici, vi è una trama più nascosta ma decisiva: le comunità religiose che scelgono luoghi poveri e pericolosi; i martiri della fraternità e della giustizia […] E, soprattutto, i “martiri del quotidiano” che curano, educano, accompagnano, consolano senza clamore” (125). “Proprio questo intreccio di istituzioni giuste, testimonianze credibili e fedeltà quotidiane tiene desta la speranza e indica una direzione: far crescere la tecnica senza far regredire il cuore. Per questo l’umanità – magnifica e ferita – non deve essere sostituita né superata: può accogliere i progressi della tecnica per alleviare le sofferenze e aprire possibilità nuove, purché non rinneghi ciò che la rende sé stessa, cioè la capacità di relazione e di amore” (126).

Cinque piste di responsabilità

“Uno scrittore cattolico del Novecento, John Ronald Reuel Tolkien, per bocca di uno dei protagonisti di un suo romanzo, ha descritto così la nostra responsabilità: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare alcuni aspetti di come, ciascuno nel proprio ambito, possiamo collaborare alla sua costruzione. Senza pretendere di esaurire il tema, propongo cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo” (213).

Il realismo non rinuncia al cambiamento

Insomma, “il realismo autentico non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza, proprio per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi. Non riduce la politica alla moralità, ma neppure la consegna alla violenza: cerca vie praticabili perché la pace sia più di una parola, cioè istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti e tutela dei civili” (218). “Le organizzazioni internazionali, in particolare l’ONU, restano strumenti essenziali per promuovere una civiltà dell’amore, sostenendo il dialogo tra le nazioni, la soluzione pacifica dei conflitti, lo sviluppo integrale dei popoli, la tutela delle persone più vulnerabili, il disarmo e la cura del creato” anche se è evidente la necessità di introdurre “riforme profonde” (226).  

Il Magnificat  

Significativo, infine, il legame tra la prospettiva di una magnifica umanità e il canto del Magnificat dove Dio disperde i superbi, rovescia i potenti, innalza gli umili, ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote (Lc 1, 46-55). Per Leone, il Magnificat diventa “la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale” (230). Ci educa a “guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi”; a “guardare la storia con lo sguardo dei piccoli e non con la prospettiva dei potenti”; a “interpretare gli avvenimenti della storia con il punto di vista della vedova, dell’orfano, dello straniero, del bambino ferito, dell’esule, del fuggiasco”. Così dalle labbra di Maria “poetessa e profetessa della redenzione”, sgorga «l’inno più forte e innovatore che sia mai stato pronunciato” (244), fondamentale per i “tessitori di speranza” (245) che cercano di rendere magnifica la nostra umanità.

Sergio Paronetto

Intervista a Primavera Gramsciana

a cura di Corrado Brigo

Ho incontrato per la prima volta “Primavera Gramsciana” nella sala dei Comboniani in Vicolo pozzo, il 26 novembre dell’anno scorso. C’era una assemblea di presentazione del loro programma di iniziative, con conferenza di Angelo d’Orsi, indetta insieme all’ANPI provinciale. Mi colpirono due cose: la quantità di volte che D’Orsi disse la parola “io” (ne ho contate quattordici, poi ho smesso di contarle) e il numero esorbitante di giovani presenti in sala. Per essere indetta da un gruppo pochissimo conosciuto, mi era sembrato un fatto del tutto inusuale. Quindi ho chiesto di rivederli, per farmi raccontare. 

Una intervista (?) del tipo: “Chi siete…..dove andate….sì ma quanti siete…..Un fiorino!!” Ci siamo incontrati nel plateatico del bar di piazza Libero Vinco in Borgo Venezia e quanto segue è ciò che sono riuscito a capire e, soprattutto, a memorizzare dalle parole di Leandro Barbieri e Giovanni Ceriani, tra i più attivi promotori dell’iniziativa. 

Giovanni: “Non abbiamo una sede; ci vediamo di solito al bar (all’osteria ai Preti oppure in questo dove siamo adesso) e ci teniamo sempre a sottolineare che, soprattutto, siamo un gruppo di amici, delle varie anime della Sinistra, ma desiderosi di costruire qualcosa di nuovo su Gramsci, e sulla Sinistra appunto, ma senza specifiche appartenenze partitiche. Abbiamo cominciato giusto un anno fa in una decina, poi la rete si è allargata e ora possiamo contare su parecchia gente che ci aiuta quando ci sono da realizzare le singole iniziative. Alla cena di finanziamento di gennaio (una sorta di “festa di compleanno” per Gramsci) hanno partecipato più di cento di persone (abbiamo dovuto chiudere le prenotazioni) e al cineforum di aprile una partecipazione complessiva di circa 400 persone. 

QdS.”Sì, ma di quali iniziative parlate?” 

Leandro: “Una delle più grosse iniziative è stata proprio la trilogia di proiezioni del nostro “cineforum gramsciano”, tenute ad aprile al cinema Aurora di Borgo Venezia. Il tema centrale era quello della scuola, rivisto attraverso tre angolazioni particolari: la sua devastazione ad opera del neoliberismo (con “D’Istruzione pubblica”), la sua irregimentazione ad opera del militarismo (con “Innocence”) e il suo confinamento ad opera del fascismo (con “Gramsci 44”). Sono passate appunto centinaia di persone e con loro abbiamo parlato di militarismo e autoritarismo,per evidenziare la deriva antidemocratica che sta investendo l’Europa e il Paese. 

QdS: ”Sì, ma perché proprio Gramsci…..” 

Giovanni: “E’ stata proprio la ricorrenza - il centenario dell’arresto: l’8 novembre del 1926 - che ci ha fatto scattare nella testa l’esigenza di muoverci, di prendere

posizione, di coinvolgere persone. Ci siamo detti: “Abbiamo un anno di tempo per far sì che Gramsci - anzi Antonio! - non venga arrestato di nuovo”. Ed allora siamo partiti con il provocatorio slogan “1926-2026: NON DI NUOVO - ANTONIO LIBERO!” proprio per avviare questo lavoro di resistenza, culturale e politica. Una resistenza contro i troppi segnali che anche oggi spingono verso una nuova involuzione autoritaria; praticamente gli stessi processi che portarono - cento anni fa - Gramsci in galera. C’è un pessimo clima, stiamo parlando dei provvedimenti legislativi securitari e restrittivi delle libertà; le palesi difficoltà della gente comune nella vita quotidiana, per effetto della politica economica neoliberista; la frenesia riarmista e bellicista dei governi europei e della commissione europea. E i media che ci danno dentro come degli ossessi, che confezionano e spadellano verità di giornata, al solo scopo di nascondere gli interessi in gioco, facendo propaganda. Sono le tre teste del mostro che definiamo e denunciamo: la tesa del neoliberismo (o autoritarismo economico), la testa del militarismo (o autoritarismo del sistema guerra) e la testa dell’autoritarismo classico, quello politico. 

QdS: “Sì, ma non siete un partito……Allora cosa….. 

Leandro: “Beh, se vuoi proprio una definizione, penso che potremmo essere chiamati ‘gruppo di animazione culturale e politica’. Non occorre essere un partito per fare politica, pur non avendo nessuna ostilità preconcetta verso i partiti. Ad esempio: per il referendum Nordio abbiamo fatto la nostra parte organizzato una campagna articolata in vari momenti pubblici, secondo lo stile un po’ provocatorio e immaginifico che abbiamo adottato. Abbiamo voluto mettere in evidenza i processi reali, lasciando da parte le questioni nominalistiche su fascismo, o neofascismo, o svolta autoritaria. Siamo convinti che si debba puntare su tutte e tre le teste del mostro: la deriva autoritaria a livello delle Istituzioni, l’attacco alle condizioni di vita prodotte dalla politica economica neoliberista e questa mefitica campagna bellicista, per il riarmo, per l’imminente guerra alla Russia. Tutto si tiene”. 

Giovanni: “Sì, ci sono troppe analogie con il passato: per questo il nostro doppio slogan NON DI NUOVO e ANTONIO LIBERO! Ma quando parliamo di “Antonio libero” ci riferiamo anche ad un’ulteriore forma di liberazione: vogliamo liberare Gramsci da tutte le oppressoni o prigionie entro cui è stato confinato, compresa quella di certo “gramscismo” tradizionale per come lo ha reso un santino, una icona attaccata al muro, buona un po’ per tutte le stagioni e citazioni, ma di fatto incapace di esprimere una urgenza di pensiero nel presente. Al contrario noi vogliamo studiarlo, capirlo e attualizzarlo. Capirlo e far capire che il pensiero gramsciano e l’eredità gramsciana sono propriamente attuali: anzi sono tra le più utili e potenti griglie di lettura e ispirazioni politiche per l’oggi. Il suo essere un “classico” non significa che sia sopra al tempo, fuori dal tempo, ma al contrario fortemente dentro il tempo presente e la storia presente. 

QdS: “Avete contatti organici con l’iniziativa di D’Orsi, la costituzione dell’associazione ‘Agorà’?” 

Leandro:” No. Siamo interessati al D’Orsi studioso di Gramsci, ma non alla sua scelta politico-organizzativa, tenuto conto però che dal punto di vista culturale ne abbiamo sempre apprezzato l’impegno. Basti pensare al suo libro “Catastrofe neoliberista” che abbiamo presentato a Verona o alle altre battaglie contro il militarismo e la guerra. 

QdS: “E cosa ne pensate dell’iniziativa della Fondazione de ‘Il Fatto Quotidiano’ di dare vita ai suoi ‘Laboratori’ a livello locale? 

Giovanni: “E’ una iniziativa interessante che affianca e interagisce con “Primavera gramsciana” avendo molto in comune. Parecchi di noi vi partecipano, a titolo personale ma anche con ruoli organizzativi visto che anche dentro la comunità del “Fatto quotidiano” ci sono germi di questo impegno comune contro la guerra e le ingiustizia sociali ed economiche. Tutto si tiene.  

QdS: “Per finire una domanda facile facile. Nel 2027 si voterà per il Comune di Verona e per il Parlamento Nazionale. E voi….? 

Leandro: “Siamo ancora molto lontani. Il panorama è nebbioso. Quello che mi sento di escludere è che, sotto elezioni, faremo una dichiarazione di voto come gruppo. Ciò che ci tiene insieme, persone iscritte e non iscritte ai partiti, è un presidio molto solido: NON DI NUOVO. No al neoliberismo, al militarismo, alla deriva autoritaria. Il resto verrà di conseguenza. Inoltre, una cosa importante, ci tiene insieme il clima collaborativo, l’atteggiamento amichevole e inclusivo. “L’unità” è un concetto ed un valore prezioso che riprendiamo da Gramsci e da quella esperienza politica. Anche noi vorremmo condividere questo Gramsci e queste proposte politico-culturali dentro la sinistra trasversale e plurale che ci sembra di aver intercettato e in un certo senso stimolato.  

QdS.: “Bene, grazie. E come si dice in questi casi: non perdiamoci di vista

A cura di Corrado Brigo

Ragionando pacatamente di immigrazione

Nota 8 del 25 settembre · di Carlo Melegari

Islam in Europa: come distinguere i fatti dalle paure

Consigli per «opinion maker» intellettualmente onesti in tema di Islam

Parlare dell’Islam in Europa richiede particolare disciplina. Il tema è spesso raccontato attraverso terrorismo, radicalizzazione, conflitti culturali e sicurezza, e usato dalla propaganda per rappresentare l’Islam come minaccia alla civiltà europea. Il compito dell’opinion maker serio, onesto e responsabile, soprattutto se scrive su giornali o periodici a grande diffusione e riconosciuti come autorevoli, sarebbe quello di verificare le affermazioni, distinguere i fenomeni e rifiutare le generalizzazioni.

L’Economist può rappresentare, in questo, un esempio di onestà intellettuale. Parte sempre - nelle sue analisi sull’Islam in Europa, compresa l’ultima del 10 settembre scorso* -  dai risultati documentati di ricerche che la comunità scientifica dei sociologi e dei politologi studiosi del mondo musulmano** offre come punto di partenza utile. E cioè che esistono in Europa forme di islamismo e di estremismo che vanno contrastate, ma da questa constatazione non deriva che l’Islam o i musulmani costituiscano una minaccia collettiva. Per spiegarne il perché all’opinione pubblica dobbiamo fare anzitutto chiarezza su parole e concetti spesso usati superficialmente e a sproposito.

ISLAM, MUSULMANI, ISLAMISMO, JIHADISMO

L’Islam è una religione. I musulmani sono le persone che vi si riconoscono. Islamismo indica correnti politiche che attribuiscono un ruolo determinante ai principi islamici nell’organizzazione della società e dello Stato. Jihadismo indica le forme estremiste e violente che ricorrono al terrorismo in nome di una particolare interpretazione dell’Islam.

Confondere questi termini produce un errore giornalistico fondamentale. Un attentato compiuto da un jihadista dimostra l’esistenza del jihadismo; non dimostra che milioni di musulmani condividano quell’ideologia. Allo stesso modo, una posizione religiosa conservatrice non equivale automaticamente a un progetto politico estremista.

NON ESISTE “IL MUSULMANO”

Una delle scorciatoie più frequenti consiste nel trasformare una popolazione molto diversificata in un soggetto unico: “i musulmani pensano”, “l’Islam vuole”, “gli immigrati musulmani fanno”.

I musulmani europei non costituiscono un blocco omogeneo. Ci sono persone nate in Europa e persone immigrate da poco; credenti praticanti e persone culturalmente musulmane; conservatori, progressisti, liberali, socialisti, persone impegnate politicamente e persone del tutto disinteressate alla religione.

Il giornalista che fa responsabilmente da opinion maker dovrebbe quindi chiedersi: chi lo pensa? Quante persone? In quale Paese? Quando? Secondo quale sondaggio? Con quale formulazione della domanda? Un dato senza denominatore può trasformarsi facilmente in propaganda.

UN PROBLEMA REALE NON È UNA MINACCIA TOTALE

Decostruire l’islamofobia non significa negare l’esistenza dell’estremismo islamista. Esistono organizzazioni radicali, terrorismo, predicazione dell’odio, antisemitismo, omofobia, intimidazioni e tentativi di limitare diritti fondamentali in nome della religione. Sono fenomeni che devono essere raccontati e contrastati.

La questione è come farlo. Un problema circoscritto può essere trasformato, attraverso la ripetizione di casi eccezionali, nella rappresentazione di una minaccia generale. Un attentato diventa così la prova di una presunta “invasione”; un caso di radicalizzazione diventa la prova di una radicalizzazione collettiva; un conflitto culturale diventa la prova dell’incompatibilità tra Islam ed Europa.

L’opinion maker deontologicamente impegnato dovrebbe sempre chiedersi: quanti casi? Quale frequenza? Quale tendenza? Quali organizzazioni sono coinvolte? I dati giustificano davvero il passaggio dal caso alla generalizzazione?

IL MITO DELLA SOSTITUZIONE

La retorica della cosiddetta “remigrazione” presenta spesso l’immigrazione musulmana come parte di un progetto di sostituzione demografica degli europei.

Qui bisognerebbe distinguere demografia, immigrazione e intenzionalità politica. Una diversa dinamica della fecondità tra popolazioni può essere un dato reale. Non dimostra però l’esistenza di un progetto coordinato di sostituzione.

Le popolazioni cambiano per molte ragioni: natalità, mortalità, età, mobilità, migrazioni, acquisizione della cittadinanza e trasformazione dei comportamenti tra generazioni. Le proiezioni demografiche sono scenari fondati su ipotesi, non profezie.

La domanda da mass-media corretta non è “quando gli immigrati sostituiranno gli europei?”, ma: quali sono le proiezioni disponibili, quali ipotesi le sostengono e quanto cambiano se cambiano le ipotesi?

IL BIAS DELLA NOTIZIA

E’ un fatto che eventi che coinvolgono musulmani diventano più facilmente notizie quando riguardano terrorismo, criminalità, radicalizzazione o conflitti culturali. Milioni di persone che studiano, lavorano, fanno sport, crescono figli e partecipano alla vita sociale sono invece poco “notiziabili”.

Questo non significa raccontare soltanto storie positive. Significa chiedersi se il campione di realtà presentato al pubblico sia rappresentativo.

Raccontare un estremista è necessario quando l’estremismo è la notizia. Ma non è corretto utilizzare l’estremista come rappresentazione implicita di tutti i musulmani.

Tre domande potrebbero aiutare il giornalista che vuol fare l’opinion maker responsabile: - 1. Quello che sto raccontando è frequente o eccezionale? - 2. Il titolo suggerisce una generalizzazione che il testo non dimostra? - 3. Sto usando un caso individuale come prova di un fenomeno collettivo?

ISLAMOFOBIA: CRITICARE UNA RELIGIONE NON È DISCRIMINARE I SUOI FEDELI

Una società libera deve poter discutere criticamente qualsiasi religione. Si possono criticare il velo, il rapporto fra religione e Stato, le concezioni della famiglia, la libertà sessuale, l’apostasia, la blasfemia o l’antisemitismo presenti in determinati ambienti. La libertà di critica non può dipendere dalla religione di cui si parla.

Ma criticare un’idea e discriminare le persone sono cose diverse.

L’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali*** ha documentato una significativa diffusione della discriminazione contro i musulmani in diversi Paesi europei. Questo non rende illegittima la critica dell’Islam; ricorda però che una religione non può diventare una scorciatoia per attribuire caratteristiche negative a chiunque venga identificato come musulmano.

Il principio è semplice: se un musulmano commette un reato, risponde del suo reato; se un’organizzazione islamista viola la legge, risponde delle sue attività; se una persona musulmana subisce una discriminazione, la discriminazione va denunciata. In tutti i casi il riferimento deve essere ai fatti, non all’identità religiosa come colpa collettiva.

LA REGOLA D’ORO DEL GIORNALISTA OPINION MAKER RESPONSABILE

Il giornalismo onesto e competente non sostituisce uno stereotipo negativo con uno stereotipo positivo. Non minimizza problemi reali per paura di alimentare l’islamofobia, né li amplifica per confermare una paura diffusa. Deve applicare lo stesso metro a tutti.

Riassumendo, quando - sentendosi la responsabilità dell’opinion maker - si incontra una notizia sull’Islam o sui musulmani, conviene porsi cinque domande:

  • Di chi sto parlando esattamente: musulmani, islamisti, jihadisti o un’organizzazione specifica?
  • Sto generalizzando da un caso individuale?
  • Qual è il denominatore dei miei dati?
  • La fonte è un dato, uno studio, un sondaggio o una dichiarazione politica?
  • Sto descrivendo un problema verificabile oppure contribuendo a costruire una minaccia indistinta?

La domanda decisiva non è se l’Islam sia “compatibile” o “incompatibile” con l’Europa, come se si trattasse di due blocchi omogenei.

La domanda giornalisticamente corretta dovrebbe essere: quali comportamenti, quali organizzazioni, quali idee e quali politiche sono compatibili con una società democratica fondata sulla libertà individuale, sull’uguaglianza davanti alla legge e sul pluralismo?

A questa domanda musulmani e non musulmani dovrebbero essere sottoposti usando lo stesso metro di giudizio.

È questa uguaglianza di metro di giudizio, più che qualsiasi atteggiamento di indulgenza o di ostilità, a permettere all’universo degli opinion maker con senso di responsabilità (anzitutto giornalisti e politici che frequentano le tribune mass-mediologiche)  di sottrarsi alla propaganda e di diventare invece loro stessi, come nel caso dell’Economist, uno strumento di corretta conoscenza.

* https://www.economist.com/leaders/2026/09/10/the-truth-and-the-lies-about-islam-in-europe  

**In Italia tra i più autorevoli studiosi dell’Islam in Europa e nell’Occidente è senz’altro da indicare uno dei sociologi di riferimento per queste note, Stefano Allievi dell’Università di Padova. Si veda su internet l’elenco delle sue numerose pubblicazioni in materia dagli anni ‘90 ad oggi.

***https://fra.europa.eu/it/about-fra

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Link permanente per l'accesso immediato ai dati Cestim in tabelle e grafici
https://www.cestim.it/sezioni/dati_statistici/italia/verona/2026-03-13-ALBERTINI_migranti_e_immigrati_nel_mondo.pdf.pdf

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Carlo Melegari

La visita di Xi Jinping a Trump

Tanto sfarzosa l'accoglienza quanto modesti i risultati
Tratto da Dazibao – newsletter del 24 settembre · a cura di Antonella Maconi

Questo il magro bilancio del viaggio di Xi Jinping negli Stati Uniti del 24 settembre. Pare, infatti, che L'unico risultato concreto apprezzabile sia l'estensione di due mesi della tregua commerciale. Tregua inferiore alle aspettative, perché, stando a quanto ha dichiarato Scott Bessent, Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Pechino sta rispettando l'impegno di acquistare 25 milioni di tonnellate di soia statunitense, ma è in ritardo sulla promessa di acquistare 17 mila miliardi di dollari di altri prodotti agricoli e anche la consegna di terre rare sarebbe in ritardo.

   Si può quindi affermare che il viaggio ha parlato soprattutto attraverso i simboli, piuttosto che attraverso gli accordi: seduti accanto a Xi e a Trump c'erano l'amministratore delegato di Nvidia Jensen Huang, l'amministratore delegato di Advanced Micro Devices (AMD) Lisa Su, il presidente esecutivo di Apple Tim Cook e l'amministratore delegato di Tesla Elon Musk. Per capire: i quattro dirigenti americani vantano un patrimonio netto complessivo di oltre 1.000 miliardi di dollari, mentre le rispettive società detengono una capitalizzazione di mercato combinata di oltre 12.000 miliardi di dollari e rappresentano aziende che operano nella catena di approvvigionamento basata sull’intelligenza artificiale, promotrici di un maggiore coinvolgimento con la Cina. 

   Tra le assenze, invece, spiccava quella di Anthropic, la società sviluppatrice dei modelli di intelligenza artificiale Claude. Il suo amministratore delegato, Dario Amodei, ha più volte espresso posizioni molto critiche nei confronti di Pechino ed è tra i più convinti sostenitori di controlli severi sulle esportazioni di tecnologie avanzate di IA verso la Cina.

A colpire è stata anche l’assenza dei vertici delle principali aziende tecnologiche cinesi. E questo nonostante, nei giorni precedenti, fossero circolate molte indiscrezioni secondo cui Xi Jinping sarebbe arrivato a Washington accompagnato da una delegazione imprenditoriale, con l’obiettivo di esplorare possibili accordi di investimento. 

   Dai colloqui sono emersi, più che grandi accordi, soprattutto nuovi strumenti per mantenere aperti i canali di comunicazione e gestire meglio una competizione che nessuno dei due paesi si aspetta che possa risolversi

- Xi ha ribadito la responsabilità delle due potenze nel garantire che lo sviluppo dell’IA rimanga sotto il controllo umano e sia indirizzato al benessere delle persone.

- tra le due parti sarebbe stata concordata una linea diretta attraverso la quale Washington e Pechino potranno segnalarsi eventuali incidenti legati alla sicurezza dell’IA. Non si tratta però di cooperazione, ma di migliorare i meccanismi di comunicazione e prevenzione delle crisi.

- Xi ha parlato di una “relazione sino-americana di stabilità strategica costruttiva” con l'obiettivo di contenere la competizione entro determinati limiti, controllare le divergenze e preservare la pace: di qui il riferimento alla celebre “trappola di Tucidide”, che deve essere superata in quanto evitabile, mantenendo saldo il principio di ‘non conflitto e confronto’.

- la risposta di Trump si è mossa nella stessa direzione, anche se meno articolata e intendendo che il rapporto con Pechino deve essere gestito con un orizzonte non solo commerciale.

- Il punto d’incontro tra i due discorsi sembra quindi essere questo: nessuno dei due promette la fine della competizione sino-americana. Entrambi parlano invece della necessità di renderla stabile, prevedibile e soprattutto compatibile con la pace. 

Ma basterà tutto questo a evitare davvero la collisione? Secondo il direttore del Centro per la Cina e la globalizzazione tra Cina e Stati Uniti non esiste una “guerra inevitabile”, ma, al contrario, può emergere una “pace inevitabile”, purché Washington riconosca la Cina come potenza realmente pari e Pechino mantenga una forza economica, industriale e militare sufficiente a rendere troppo costoso qualsiasi tentativo di confronto diretto.

Antonella Maconi

Come sconfiggere un impero: il mondo post-egemonico prende forma | Dr. Jeff Rich

Come rifondare il luogo del diritto internazionale: rilanciare l’ONU? Rifondarlo?

Molto interessante.

  • mondo multipolare, intrecciato, o mondo suddiviso in sfere di influenza?
  • la ricostruzione dell’Ucraina come progetto di collaborazione tra Europa e Russia
  • i principali sabotatori dei processi di pace sono gli Europei
  • le forze della guerra negli Stati Uniti sono i Neocon e sono sulla stessa linea degli europei
  • serve un processo di pace complessivo con un mandato delle Nazioni Unite
  • è stato un errore strategico della Russia concedere agli Stati Uniti il ruolo di mediatore
  • altro

Armi di discussione di massa

Contributo

Le destre e l’esclusione scolastica

di Luca Salvi

AfD in Sassonia-Anhalt propone di porre fine all'inclusione scolastica degli alunni con disabilità e di istituire classi separate per i figli di rifugiati e richiedenti asilo. Nel 2024 Roberto Vannacci parlò di «classi con caratteristiche separate» e, per spiegare il suo pensiero, fece l'esempio della persona con disabilità che non può essere messa a correre i cento metri con chi fa il record. Un esempio piuttosto assurdo: nessuno pretende che una persona in carrozzina gareggi nei cento metri con un velocista.

Dopo le polemiche Vannacci precisò di non voler separare gli alunni con disabilità e sostenne la necessità di offrire loro un sostegno specifico. Ma questo, fortunatamente, nella scuola italiana esiste già: si chiama inclusione scolastica e significa stare nella stessa comunità educativa ricevendo gli aiuti necessari secondo i propri bisogni. AfD e Vannacci non hanno quindi formulato la stessa proposta e sarebbe scorretto sostenere il contrario. Ma trovo interessante una certa somiglianza culturale nel punto di partenza: guardare innanzitutto alle differenze tra le persone e organizzare la società intorno a quelle differenze. La sinistra parte dal principio opposto: le differenze esistono e sarebbe sciocco negarle, ma il compito di una società civile non è trasformarle in muri. È riconoscere l'uguale dignità delle persone e rimuovere, per quanto possibile, le barriere fisiche, sociali, economiche e culturali che impediscono a qualcuno di partecipare pienamente alla vita della comunità. Qui sta una delle grandi differenze culturali tra la destra radicale e la tradizione socialista e socialdemocratica: la prima insiste maggiormente sull'individuo, sulla competizione, sull'identità e sulle differenze; la seconda sulla solidarietà, sull'uguaglianza delle opportunità e sulla responsabilità collettiva verso chi rischia di rimanere indietro.

Ma la sinistra dovrebbe avere anche l'onestà di riconoscere i propri fallimenti. Troppe volte quei principi sono rimasti parole. Troppe volte non ha saputo dare risposte concrete a insicurezza, immigrazione, disuguaglianze, impoverimento e paura del futuro. Ed è proprio lì che prosperano le destre radicali: quando a problemi complessi vengono offerte risposte semplici, immediate e rassicuranti. Il rischio è accorgersi troppo tardi che alcune di quelle risposte rimettono in discussione conquiste civili e sociali costruite in decenni di storia europea. La sinistra si deve svegliare prima che sia troppo tardi. 

Luca Salvi

Contributo

L’offensiva della destra sulla scuola pubblica. Serve una risposta generale.

di Mauro Tosi

Governo e ministro Valditara hanno espresso una normativa, sulla formazione delle classi e la presenza di migranti, di taglio razzista, che ha un pesante significato ideologico.  Con questo D.L. si apre, in primo luogo, alla ennesima svalutazione della scuola pubblica e si promuove il passaggio dei ricchi al privato. 

In verità la svalorizzazione della scuola pubblica e lo spostamento verso gestione della formazione scolastica al privato  è in atto da tempo, complice una generale vocazione alla generale privatizzazione del welfare  ma spinta in particolare dal forte ruolo della Chiesa nella scuola italiana a tutti i livelli. 

La spinta di queste culture ha impedito, anche nelle fasi di maggior attenzione politica, che ci fosse una reale disponibilità di qualificare la scuola dell’obbligo pubblica e gratuita come da indicazioni vincolante della costituzione. 

Non ci sono ambiguità negli art, 33 e 34 della Cost. che fissano i punti fondamentali della Scuola e della funzione dello Stato.  Si stabilisce, art 33, che  “ Enti e Privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di  educazione , senza oneri per lo Stato” . Con l’art 34 si qualifica la centralità della scuola pubblica “L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.”

Ma con la legge 62 del 10 Marzo 2000 “legge sulla Parità Scolastica” prodotta dal Ministro Luigi Berlinguer in un brevissimo Governo D’Alema   il finanziamento pubblico diventa legittimo perché destinato alle famiglie e non direttamente agli istituti privati e si aggira così la normativa favorendo organizzazioni religiose, culture e investimenti privati. 

La legge che equipara pubblico e privato, peggiorando pesantemente le condizioni normative e salariali degli insegnanti, è lo sbocco naturale della fase neoliberista che ha visto, negli stessi anni con  governi Prodi, Amato , Ciampi la demolizione della funzione pubblica dello Stato, la privatizzazione degli  Enti Economici Nazionali e territoriali e l’impoverimento generale del Paese.

Con la stessa logica è la mancata attuazione della gratuità della scuola Pubblica dell’Obbligo dove, negli anni, non si è mai voluto allargare obbligo e gratuità  ai fondamentali settori della formazione: la Scuola Dell’infanzia  e gli l’Asilo nido. E’ prevalsa la scelta di ridurre il costo per  lo Stato e salvaguardare il ruolo storico della scuola  cattolica. 

Per la  scuola dell’obbligo ,  mense e trasporto scolastico sono  gestite direttamente , costo e personale, dai comuni e qualificati come “servizi a domanda individuale” con obbligo a una quota del pagamento equivalente mediamente  a una cifra mensile di 70-80 Euro per la mensa e 20 il trasporto. Cifra importante che si aggiunge alle altre spese generali, libri e materiale scolastico. La gratuità si esprime per il solo non pagamento dell’iscrizione

Un esame attento all’utenza del servizio scolastico ci possono rivelare come la frequenza della scuola sia ancora una volta legata alle disponibilità finanziarie delle famiglie per cui l’utenza varia secondo la località e le condizioni economiche.  

Sono penalizzati il Sud, le famiglie delle periferie e delle zone marginali, in grande difficoltà  i settori monoreddito e del lavoro dipendente. 

No ci può stupire che le maggiori facilitazioni, contributi pubblici e facilitazioni nei pagamenti siano, ancora una volta, privilegio, con il computo ISEE, dell’evasione e dell’elusione fiscale.  

Non basta condannare e contenere l’ennesima offensiva contro la Scuola Pubblica del Governo Meloni, né riservarsi , giustamente , di cancellare il  vergognoso procedimento di legge. Serve un impegno serio e non rinviabile per la riqualificazione della scuola pubblica che parta dall’estensione del pubblico e dall’effettiva gratuità. 

 Il problema della scuola non è la partecipazione e il rapporto con i bambini immigrati, che  in presenza di strumenti di integrazione e di promozione culturale diventano ricchezza e qualità. Il vero problema della Scuola Italiana sono la mancata partecipazione e l’abbandono che coinvolgono tutti . Ci ritroviamo al modello della vecchia scuola , quella della selezione legata al censo. 

Basta con la scuola di classe.

Mauro Tosi

La fatica di amministrare

L’anno venturo si vota a Verona per il Sindaco, il Consiglio Comunale e le Circoscrizioni. Quando saremo più a ridosso dell’evento, ci sarà spazio per intervento “di linea”, per diversi pareri o anche per le polemiche.

Adesso ci pare molto più utile informarsi e studiare le complessità della macchina amministrativa: come districarsi nella selva normativa; qual è l’iter da seguire perché una buona proposta diventi un fatto.

Abbiamo chiesto ad alcune persone “informate sui fatti” di collaborare con QdS e di fornire strumenti di conoscenza e di studio, mantenendo un approccio “di base”.

La Governance del Territorio: Competenze tra Stato, Regioni ed Enti Locali

di Vincenzo Genovese

La disciplina del governo del territorio in Italia è caratterizzata da una struttura multilivello legata al principio di sussidiarietà, adeguatezza e differenziazione. A seguito della riforma del Titolo V della Costituzione (Legge Costituzionale n. 3/2001), la materia "governo del territorio" rientra nell'ambito della potestà legislativa concorrente (Art. 117, comma 3, Costituzione).

  • Ripartizione delle Competenze Legislative e Amministrative.

Lo Stato: Mantiene la potestà legislativa esclusiva nella determinazione dei principi fondamentali della materia, nella tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali (Art. 117, comma 2, lett. s). Lo Stato fissa i livelli minimi ed uniformi di tutela del paesaggio mediante il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D.Lgs. 42/2004).

Le Regioni esercitano la potestà legislativa di dettaglio, definendo la disciplina urbanistica specifica, le procedure relative ai titoli abilitativi edilizi, i modelli di pianificazione territoriale e le strategie per il contenimento del consumo di suolo.

Le Città Metropolitane e Province svolgono funzioni d'area vasta tramite strumenti di pianificazione territoriale di coordinamento (PTCP/PTM) focalizzati sulla tutela idrogeologica, la viabilità sovra comunale, la localizzazione delle grandi infrastrutture e i corridoi ecologici.

I Comuni costituiscono il livello fondamentale dell'amministrazione urbanistica. Detengono la titolarità della pianificazione generale ed attuativa dell'assetto comunale, traducendo le direttive sovracomunali in prescrizioni operative sui diritti edificatori .

Regione: strumento principale il PTRC (Piano Territoriale Regionale di Coordinamento con funzioni prevalenti di Indirizzo socio-economico e assetto generale del territorio regionale. 

Provincia / Città Metropolitana: strumento principale il PTCP / PTM (Piano Territoriale di Coordinamento) con funzioni di Coordinamento sovracomunale, tutela ambientale e grandi reti. 

Comune: strumento principale (per il Veneto) PAT (Piano di Assetto del Territorio) PI (Piano degli Interventi) con funzioni prevalenti, per il PAT, di  scelte strategiche di lungo periodo, invarianti territoriali e scelte operative temporanee (cinque anni ) trasformazione operativa, disciplina di dettaglio, diritti edificatori  per il PI.


La riforma del Titolo V della Costituzione (2001) ha inserito l'urbanistica e l'edilizia all'interno della materia di legislazione concorrente del "governo del territorio" (art. 117, comma 3, Cost.). In base a questo impianto, lo Stato definisce i principi fondamentali mediante "leggi quadro" (come il D.P.R. 380/2001 - Testo Unico Edilizia), mentre le Regioni emanano la normativa di dettaglio.

Questo assetto ha generato un lungo e complesso contenzioso dinanzi alla Corte Costituzionale, producendo diverse conseguenze dirette sul sistema normativo, economico e amministrativo italiano.

​

1. Sovrapposizione di competenze e contenzioso sistematico

La mancanza di una chiara linea di demarcazione tra "principio fondamentale" riservato allo Stato e "norma di dettaglio" regionale ha innescato un contenzioso costante:

Il Governo ha impugnato frequentemente le leggi regionali ritenute troppo permissive o in contrasto con i testi unici statali.

Le Regioni hanno rivendicato una maggiore autonomia nell'adattare la disciplina del territorio alle esigenze locali.

2. Frammentazione e "Arlecchino normativo"

La proliferazione di leggi regionali differenziate (ad es. su "Piani Casa", recupero dei sottotetti, rigenerazione urbana, cambi di destinazione d'uso) ha creato un quadro normativo fortemente disomogeneo su scala nazionale. Le regole sull'assoggettabilità dei titoli abilitativi (CILA, SCIA, Permesso di Costruire) o sulle tolleranze edilizie variano sensibilmente da una Regione all'altra.

3. Incertezza giuridica e paralisi degli investimenti

Per cittadini, tecnici e investitori immobiliari (specie esteri), l'instabilità del quadro normativo ha rappresentato un forte disincentivo. La continua possibilità che una legge regionale sulla base della quale è stato avviato un progetto venga successivamente dichiarata incostituzionale genera un elevato rischio operativo.

4. Ruolo "suppletivo" e nomofilattico della Corte Costituzionale

La Consulta si è trovata a dover tracciare costantemente i confini della materia. Tra i principi fissati dal giudice delle leggi spiccano:

Attrazione in sussidiarietà: Lo Stato può attrarre a sé funzioni legislative anche in materie concorrenti se c'è l'esigenza di un esercizio unitario a livello nazionale (sentenza n. 303/2003).

Tutela del paesaggio e dell'ambiente: La tutela dell'ambiente (art. 117, comma 2, lett. s) è competenza esclusiva dello Stato e costituisce un limite invalicabile per le Regioni; le norme regionali in materia urbanistica non possono mai degradare le tutele paesaggistiche statali (Codice dei Beni Culturali).

Rispetto dell'autonomia comunale: Le deroghe regionali agli strumenti urbanistici non possono svuotare di significato la pianificazione generale spettante ai Comuni.

5. Mancanza di una legge quadro statale aggiornata

La conflittualità ha rallentato l'approvazione di una riforma organica della legge urbanistica nazionale (ancora legata per molti aspetti all'impianto della storica Legge 1150/1942), dando l'alibi al legislatore statale a procedere per decreti d'urgenza e frammentari (es. vari decreti "Sblocca Italia", "Semplificazioni", "Salva Casa" “Piano Casa”).

Emblematico è  il caso Veneto per l'ingerenza nei confronti dei Comuni, attraverso i Piani d'Area , previsti dalle leggi urbanistiche regionali, che per Verona coinvolgono buona parte dei comuni della provincia (Quadrante Europa, Bassa Veronese, Garda) condizionando fortemente la pianificazione comunale. Esempio significativo per Verona sono le aree della Marangona e del Nassar.

L'urbanistica contemporanea non si limita più a progettare semplici strade ed edifici: si propone di ripensare radicalmente il modo in cui le comunità interagiscono con l'ambiente circostante. Di fronte alle urgenti sfide del cambiamento climatico e alla trasformazione della popolazione urbana (denatalità e invecchiamento), la pianificazione delle città richiede un deciso cambio di paradigma verso la sostenibilità, l'accessibilità e la vivibilità di tutti i cittadini. 

Urb. Vincenzo Genovese

Attrezzi

La Cassetta degli Attrezzi

I fondi di investimento nell'economia finanziarizzata

di Alberto Giuliani

Nel precedente fascicolo abbiamo accennato a come l’enorme crescita della finanza, giunta a dominare la stessa economia reale, abbia ridefinito la gerarchia del potere all’interno del sistema capitalistico occidentale in favore dei nuovi “capitalisti finanziari” e come ciò abbia determinato una trasformazione strutturale nel funzionamento del sistema stesso nota come: “finanziarizzazione dell’economia” .

Iniziamo ora ad esaminare come i meccanismi finanziari di “estrazione” ed accumulazione del valore, escogitati dalla finanza, impongano trasformazioni strutturali nello stesso funzionamento dell’impresa industriale minandone l’autonomia strategica e come influiscano sulle scelte di politica economica degli stati, accentrando sempre più ricchezza e potere nelle mani pochi.

I Fondi di Investimento, tipologia e meccanismi operativi

I fondi di investimento raccolgono capitale da una pluralità di sottoscrittori e lo allocano secondo strategie differenziate. Vale la pena analizzare alcune categorie chiave, che del resto si intrecciano con il sistema bancario ombra che abbiamo già esplorato:

Broker-dealer e repo market: finanziano posizioni in titoli mediante “pronti contro termine” a brevissima scadenza, ricostruendo la dipendenza dalla liquidità a breve tipica dei depositi.

Un broker-dealer è un intermediario finanziario (una persona fisica o, molto più frequentemente, una società) autorizzato a negoziare titoli sui mercati azionari, obbligazionari e dei derivati. 

Il termine unisce due ruoli operativi distinti che la stessa istituzione finanziaria può ricoprire a seconda della transazione: 

Broker (Agente): Quando esegue ordini per conto dei propri clienti. In questo scenario, collega acquirenti e venditori sul mercato e trattiene una commissione per il servizio svolto. 

Dealer (Principale): Quando esegue operazioni per conto proprio e a proprio rischio (prop-trading). In questa veste acquista titoli da inserire nel proprio inventario a un prezzo (denaro / bid) e li rivende a un prezzo maggiore (lettera / ask), guadagnando sul differenziale o spread.

Le grandi istituzioni finanziarie di Wall Street (come Fidelity Investments, Charles Schwab, o i rami di “investment banking” di Morgan Stanley e Goldman Sachs) operano stabilmente come broker-dealer. 

Oltre a piazzare ordini sul mercato, svolgono diverse attività essenziali per il sistema finanziario: 

Fornitura di liquidità: Operando come Market Maker (dealer), si assicurano che ci sia sempre una controparte pronta a comprare o vendere un determinato titolo.

Consulenza e Ricerca: Pubblicano analisi finanziarie e raccomandazioni di investimento sui titoli azionari. 

Collocamento di capitale: Aiutano le aziende quotate o in fase di IPO (offerta pubblica iniziale) a raccogliere capitali sul mercato vendendo le nuove azioni agli investitori. 

Servizi di Custodia: Custodiscono i titoli e la liquidità degli investitori “retail” e istituzionali.

Negli Stati Uniti, i broker-dealer sono sottoposti a una stretta regolamentazione e devono essere obbligatoriamente registrati presso la SEC (Securities and Exchange Commission) e vigilati dalla FINRA (Financial Industry Regulatory Authority). In Europa e in Italia, le funzioni equivalenti sono svolte principalmente dalle banche di investimento e dalle SIM (Società di Intermediazione Mobiliare), sotto la vigilanza di autorità come la Consob e la Banca d'Italia.  

I broker-dealer sono il vero e proprio motore del repo market (il mercato dei contratti di pronti contro termine), dove agiscono come i principali intermediari e facilitatori della liquidità globale.

Nel mercato dei repo, i broker-dealer utilizzano la loro doppia natura (di broker e di dealer) per collegare chi ha liquidità in eccesso con chi ha bisogno di finanziamenti a breve termine, spesso posizionandosi al centro della transazione.

Il repo market (abbreviazione di repurchase agreement market, in italiano mercato dei pronti contro termine) è il mercato finanziario in cui gli operatori istituzionali ottengono finanziamenti a brevissimo termine. Questo mercato viene spesso definito come “l'impianto idraulico del sistema finanziario globale”, poiché garantisce che le banche e le grandi istituzioni abbiano sempre la liquidità necessaria per le loro operazioni quotidiane.

Come funziona un contratto Repo?

Nella sostanza, un'operazione repo funziona come un prestito garantito (collateralizzato). La transazione si sviluppa in due fasi simultanee:  

  • A pronti (Oggi): Un soggetto che ha bisogno di denaro contante (es. una banca) vende dei titoli di Stato a un'altra istituzione che ha liquidità in eccesso. 
  • A termine (Nel futuro): Il venditore si impegna contrattualmente a riacquistare gli stessi titoli a una data futura prestabilita (spesso il giorno successivo, operazione overnight) a un prezzo leggermente superiore. 

La differenza tra il prezzo di vendita iniziale e il prezzo di riacquisto finale rappresenta l'interesse pagato sul prestito, regolato dal cosiddetto tasso repo (repo rate). 

I broker-dealer svolgono tre funzioni fondamentali in questo mercato:

  • Finanziamento delle proprie posizioni (Dealer): Come dealer, queste società mantengono enormi inventari di titoli (come i titoli del tesoro USA). Per finanziare l'acquisto di questi titoli senza immobilizzare il proprio capitale, i broker-dealer li danno in garanzia (collateral) nel mercato repo in cambio di denaro contante a brevissimo termine (spesso overnight, ovvero per un solo giorno).
  • Intermediazione per i clienti (Matched-Book Trading): Molti broker-dealer operano in modalità "matched-book". Significa che prendono in prestito denaro da un cliente (ad esempio un fondo monetario) offrendo titoli come garanzia, e contemporaneamente prestano quel denaro a un altro cliente (come un hedge fund) che ha bisogno di liquidità e offre altri titoli come garanzia. Il guadagno del broker-dealer deriva dal piccolo differenziale (spread) tra i tassi di interesse delle due operazioni.
  • Leva finanziaria per gli Hedge Fund: Gli hedge fund si appoggiano ai broker-dealer (attraverso i servizi di Prime Brokerage) per ottenere la leva finanziaria. L'hedge fund acquista un titolo, lo consegna al broker-dealer, e il broker-dealer lo inserisce nel mercato repo per raccogliere il contante che servirà all'hedge fund per comprare altri titoli, ripetendo il ciclo.

La capacità dei broker-dealer di muoversi fluidamente nel repo market garantisce che i mercati finanziari rimangano liquidi e stabili:

  • “Market Making” efficiente: Se un broker-dealer non potesse finanziare il proprio inventario di titoli tramite i repo, non potrebbe acquistare grandi blocchi di azioni o obbligazioni dai clienti, bloccando di fatto la liquidità del mercato secondario.
  • Trasmissione della politica monetaria: Le banche centrali (come la Federal Reserve o la BCE) utilizzano il mercato dei repo per immettere o drenare liquidità dal sistema bancario. Le controparti dirette di queste operazioni (Primary Dealers) sono proprio i più grandi broker-

Il rischio sistemico: Poiché il mercato repo si basa su finanziamenti a brevissimo termine, se i 

broker-dealer perdono la fiducia del mercato (come accaduto durante la crisi finanziaria del 2008 con Lehman Brothers e Bear Stearns), i canali di finanziamento repo si bloccano istantaneamente. Questo impedisce ai broker-dealer di finanziare le proprie posizioni, costringendoli a svendere i titoli in inventario e provocando un crollo dei mercati.

Hedge fund (fondi speculativi ad alto rischio) sono fondi comuni di investimento privato gestito da professionisti che utilizzano strategie avanzate e ad alto rischio per generare rendimenti costanti, sia quando i mercati salgono sia quando scendono.

A differenza dei normali fondi comuni, gli “hedge fund” hanno molta più libertà di movimento: possono investire in azioni, derivati, materie prime e valute, e utilizzano spesso la leva finanziaria (denaro in prestito) e le vendite allo scoperto (scommettere sul ribasso di un titolo ).

Ecco le caratteristiche principali per capire come funzionano:

  • Accesso limitato: Non sono aperti al pubblico. Per investire è necessario essere "investitori accreditati" o istituzionali, con patrimoni netti elevati e cifre minime d'ingresso molto alte (spesso a partire da 100.000€ o anche 1 milione di euro).
  • Struttura delle commissioni: Tradizionalmente utilizzano il modello "2 e 20". Applicano una commissione di gestione annua fissa (intorno al 2%) e una commissione di performance (intorno al 20% dei profitti generati).
  • Minore regolamentazione: Hanno meno vincoli di trasparenza e flessibilità rispetto ai fondi tradizionali, il che permette loro di rischiare di più a caccia di rendimenti elevati.
  • Vincoli di liquidità: Spesso impongono periodi di blocco (lock-up periods) durante i quali gli investitori non possono prelevare il proprio denaro.

Gli hedge fund funzionano raccogliendo capitali da investitori facoltosi per sfruttare le inefficienze del mercato attraverso mandati di investimento estremamente flessibili. A differenza dei fondi tradizionali che cercano solo di "comprare e mantenere", i gestori di hedge fund utilizzano algoritmi, derivati e derivati di credito per generare profitti indipendentemente dalla direzione del mercato.

Il ruolo cruciale della Leva Finanziaria

Per amplificare questi rendimenti (spesso piccoli in termini percentuali nelle strategie di arbitraggio), gli hedge fund utilizzano massicciamente la leva finanziaria (leverage). Chiedono in prestito denaro o titoli dalle banche d'affari (Prime Brokers) per moltiplicare il valore delle loro posizioni.

Se la strategia è corretta, i guadagni si moltiplicano; se la strategia è errata, anche le perdite si moltiplicano, portando nei casi estremi al collasso del fondo.

I rischi sistemici legati agli hedge fund si verificano quando il fallimento, o la crisi di liquidità, di uno o più fondi speculativi rischia di trascinare al collasso l'intero sistema finanziario globale (banche, mercati e investitori).

Sebbene queste istituzioni non raccolgano i risparmi dei cittadini (come le banche commerciali), la loro enorme dimensione operativa e le forti interconnessioni con Wall Street e le piazze europee le pongono costantemente sotto la lente d'ingrandimento dei regolatori internazionali, come la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea.

I principali canali attraverso cui gli hedge fund possono innescare un rischio sistemico sono:

1. La leva finanziaria estrema e la concentrazione bancaria

Per amplificare i profitti, gli hedge fund prendono in prestito miliardi dalle grandi banche d'affari 

(i cosiddetti Prime Brokers, come Goldman Sachs, Morgan Stanley o BNP Paribas). Quando un fondo subisce perdite devastanti, non è solo il fondo a fallire, ma le banche subiscono enormi perdite sui crediti concessi, minacciando la stabilità del sistema bancario tradizionale. La concentrazione del credito in pochissimi grandi istituti globali amplifica enormemente questo contagio.

2. Le vendite forzate allo scoperto e la "spirale di liquidità"

Se il mercato si muove contro le posizioni di un hedge fund, le banche creditrici richiedono immediatamente l'integrazione dei margini (margin call). Se il fondo non ha liquidità immediata, è costretto a svendere massicciamente i propri asset a qualsiasi prezzo per recuperare denaro. Questo afflusso improvviso di vendite fa crollare i prezzi di mercato, colpendo i bilanci di altri fondi e istituzioni finanziarie del tutto sane, generando un effetto domino. 

3. Gli Hedge Fund sono fra i protagonisti dello "Shadow Banking" (Sistema bancario ombra)

Gli hedge fund fanno parte del sistema bancario ombra: operano cioè come intermediari finanziari ma con molte meno tutele, vincoli di capitale e riserve obbligatorie rispetto alle banche commerciali. Questa mancanza di trasparenza rende difficile per i regolatori mappare in tempo reale dove si stia accumulando il rischio sistemico, fino a quando non è troppo tardi.

I casi storici che hanno fatto tremare il mondo

Per capire come il rischio teorico diventi reale, basti guardare a eventi che hanno ridefinito la storia finanziaria:

  • Il collasso di LTCM (1998): Gestito dai premi Nobel per l'economia Robert Merton e Myron Scholes, il fondo Long-Term Capital Management utilizzò modelli matematici con una leva finanziaria superiore a 25 a 1. Quando la Russia andò in default sui suoi titoli di stato, il fondo rischiò di fallire trascinando con sé l'intera Wall Street. La Federal Reserve dovette intervenire d'urgenza organizzando un consorzio di 14 grandi banche per salvare il fondo ed evitare il blocco totale dei mercati mondiali.
  • Il disastro di Archegos (2021): Pur essendo tecnicamente un "family office" (per non avere l’obbligo delle rendicontazioni), operava esattamente come un hedge fund. Ha accumulato esposizioni miliardarie nascoste su pochi titoli azionari usando derivati complessi forniti da diverse banche all'insaputa l'una dell'altra. Il suo improvviso collasso ha causato oltre 10 miliardi di dollari di perdite totali per colossi bancari come Credit Suisse (accelerandone la crisi strutturale) e Nomura.

Come si sta muovendo la regolamentazione?

I regolatori internazionali hanno drasticamente inasprito i controlli. In Europa e negli Stati Uniti sono state introdotte norme molto più severe sui requisiti di rendicontazione della liquidità e dello stress testing, obbligando i gestori a una maggiore trasparenza e a controlli interni più rigidi per evitare che lo scoppio di una singola "bolla" interna possa propagarsi all'economia reale.  

Private equity (PE) — acquisiscono partecipazioni di controllo in imprese non quotate, tipicamente tramite “leveraged buyout” (LBO). L’acquisizione con leva finanziaria è un'operazione di finanza straordinaria in cui una società viene acquistata utilizzando una quantità significativa di capitale di debito per coprire il costo dell'acquisto: il debito contratto per l'acquisizione viene scaricato sul bilancio della società acquisita. Questo meccanismo trasforma il fondo in un estrattore di rendita finanziaria dall'economia reale, spesso a scapito degli investimenti produttivi di lungo periodo e dell'occupazione.

1. La meccanica: come funziona un LBO

Il “leveraged buyout” è l'operazione paradigmatica del “private equity”: il fondo acquista un'azienda (target) usando prevalentemente debito, non capitale proprio — tipicamente un rapporto 70/30 o anche 80/20 debito/capitale proprio, storicamente arrivato a leve ancora più aggressive prima del 2008.

Il punto strutturalmente decisivo: il debito contratto per l'acquisizione non grava sul fondo, ma viene scaricato sul bilancio della società acquisita. È l'azienda stessa a dover generare il flusso di cassa per ripagare il debito che ha finanziato il proprio acquisto. Questo capovolge la logica classica dell'investimento: non si investe capitale per far crescere un'impresa, si usa l'impresa come collaterale per massimizzare la leva.

Le “fee” (commissioni di gestione dovute ai gestori del fondo) sono strutturate secondo il modello "2 e 20": 2% di commissione fissa annua sul capitale gestito (indipendente dal risultato) più 20% di premio di rendimento variabile sui profitti superiori a una soglia (tipicamente 8%). Qui emerge un primo nodo teorico: il “management fee”,che  garantisce reddito al general partner (il fondo PE) a prescindere dal risultato, è rendita, non remunerazione del rischio imprenditoriale in senso classico.

I “limited partner” sono in larga parte fondi pensione, compagnie assicurative, endowment (fondi di dotazione) universitari — capitale "paziente" di lavoratori e istituzioni pubbliche che, dal fondo, viene canalizzato verso operazioni che spesso comportano ristrutturazioni, licenziamenti, vendita di asset. 

2. La critica strutturale: estrazione vs creazione di valore

La più recente letteratura critica (Eileen Appelbaum e Rosemary Batt, Peter Folkman, Julie Froud e Karel Williams nella tradizione della "financialization studies") distingue due modelli di creazione di valore nel PE:

Modello operativo: miglioramento reale dell'efficienza produttiva, ristrutturazione manageriale, economie di scala.

Modello finanziario: ingegneria del bilancio — “dividend recapitalization” (il fondo si fa distribuire dividendi straordinari finanziati da nuovo debito, prima ancora di uscire dall'investimento), vendita di asset immobiliari con leaseback, compressione dei costi del lavoro, arbitraggio fiscale (deducibilità degli interessi sul debito).

Il dato empirico più robusto è che il secondo modello è diventato dominante, specialmente nei settori “labor-intensive” (commercio al dettaglio, sanità, cura degli anziani). Il caso Toys "R" Us è paradigmatico: un’azienda profittevole operativamente, portata al fallimento dal peso del debito da LBO. Nella sanità USA, gli studi su case di riposo di proprietà di fondi di PE, mostrano correlazioni con riduzione dello staff e aumento della mortalità, qui l'estrazione di valore ha un correlato materiale diretto sui corpi umani, non solo sui bilanci.

Questo è coerente con quanto annunciato nei fascicoli precedenti: la lettura della finanziarizzazione come fase in cui il capitale si distacca progressivamente dalla produzione di plusvalore in senso marxiano classico per operare sempre più sulla redistribuzione di valore già prodotto. 

3. Considerazione teorica finale sul PE

Qui il PE si lascia leggere come sviluppo, non rottura, del “Finanzkapital” descritto da Hilferding. La sua tesi centrale: la fusione tra capitale bancario e capitale industriale sotto l'egemonia del primo, trova nel PE una forma quasi più pura di quella che Hilferding poteva osservare: il fondo non si limita a finanziare l'industria, la possiede direttamente attraverso una struttura in cui il controllo (governance, board, decisioni operative) è separato dalla proprietà nominale del capitale investito (i “limited partner” del fondo che hanno voce quasi nulla).

Lenin, in Imperialismo, fase suprema del capitalismo, radicalizza Hilferding leggendo il capitale finanziario come motore della fase monopolistica e dell'esportazione di capitale. Il PE contemporaneo, con la sua dimensione globale e la ricerca sistematica di giurisdizioni fiscali favorevoli (Delaware, Lussemburgo, Cayman), è in qualche modo l'erede di quella logica di esportazione, non più (solo) capitale verso periferie da industrializzare, ma capitale mobile che “arbitraggia” tra regimi regolatori e fiscali.

Il PE incarna una delle contraddizioni interne allo stato neoliberale. Lo stato (attraverso la regolazione fiscale, la deducibilità degli interessi, la tutela giuridica della responsabilità limitata) produce attivamente le condizioni per questa forma di estrazione, mentre al contempo i fondi pensione pubblici ne sono partner subalterni e quindi complici strutturali. Non è cattura dello stato in senso semplice, è piuttosto quella "rivoluzione passiva" per cui lo stato stesso amministra e rende governabile — anzi, rende remunerativa per il capitale — la propria crisi fiscale.

Money Market Funds  —  fondi comuni monetari, o fondi del mercato monetario, sono fondi di investimento che raccolgono capitale dagli investitori per investirlo in strumenti finanziari a brevissimo termine, altamente liquidi e a basso rischio. Svolgono una funzione quasi bancaria (raccolta a vista, impiego a breve) senza le garanzie prudenziali del sistema bancario regolamentato, costituendo un canale di trasmissione del rischio sistemico.

Caratteristiche principali

Strumenti in cui investono:

  • Titoli di Stato a breve scadenza (BOT in Italia, T-bill negli USA)
  • Certificati di deposito bancari
  • “Commercial paper” (cambiali finanziarie emesse da imprese)
  • Pronti contro termine (repo)
  • Depositi bancari a breve termine

In genere la scadenza media ponderata del portafoglio è molto breve — spesso inferiore ai 60-90 giorni.

Obiettivo: preservare il capitale mantenendo alta liquidità, offrendo al contempo un rendimento leggermente superiore a un semplice conto corrente. Non puntano alla crescita del capitale, ma alla stabilità.

Funzione economica

Sono spesso usati come "parcheggio" per la liquidità: dove investitori istituzionali e privati mettono temporaneamente denaro che non vogliono lasciare infruttifero ma nemmeno esporre a rischi di mercato significativi. Sono uno strumento centrale nel cosiddetto shadow banking system, perché svolgono una funzione simile ai depositi bancari ma fuori dal perimetro regolamentare bancario tradizionale.

Come descritto nei precedenti fascicoli, il ruolo dei “money market fund” nella crisi del 2008 è uno dei casi più chiari di come la finanza ombra possa trasmettere shock sistemici attraverso canali apparentemente "sicuri", 

Come abbiamo visto, quando il 15 settembre 2008 Lehman Brothers dichiarò bancarotta. Il Reserve Primary Fund, uno dei più grandi e antichi MMF statunitensi, deteneva circa 785 milioni di dollari in commercial papers emesse da Lehman. Quando Lehman fallì, quel debito diventò carta straccia, e il 16 settembre il valore patrimoniale netto del fondo scese a 0,97$ per quota: il "breaking the buck".

Quell’ evento, apparentemente tecnico, innescò un panico bancario classico ma su un segmento non regolamentato come i depositi: nel giro di pochi giorni gli investitori istituzionali ritirarono centinaia di miliardi di dollari dai prime money market fund (quelli che investono anche in “commercial paper” privati, non solo “Treasury”). Fu una corsa agli sportelli nel senso più stretto del termine.

Qui si vede bene la dinamica che innescò una crisi sistemica: i MMF erano diventati una fonte cruciale di finanziamento a breve termine per il sistema bancario e le imprese attraverso il mercato delle “commercial papers”. Quando la corsa agli sportelli si scatenò, il mercato delle “commercial papers” si bloccò, praticamente da un giorno all'altro, le imprese non regolamentate rischiarono di non riuscire a rifinanziare il debito operativo quotidiano (buste paga, forniture).

Il Tesoro USA intervenne il 19 settembre con un programma di garanzia temporanea (Temporary Guarantee Program), garantendo essenzialmente il valore di 1$ per quota su richiesta. Un salvataggio implicito di un settore che, per definizione regolamentare, non doveva avere accesso alla rete di sicurezza pubblica riservata alle banche. È un esempio paradigmatico di una contraddizione strutturale resa visibile dalla crisi: uno strumento presentato come "quasi-moneta" priva di rischio si rivela invece profondamente interconnesso col rischio di credito privato, ma senza le tutele (assicurazione depositi, accesso al prestatore di ultima istanza) che normalmente compensano quel rischio.

Il nodo teorico

Quello che rende il caso interessante per un'analisi di politica economica è la persistenza del problema nonostante le riforme regolamentari successive, le quali sono intervenute sul sintomo (la fragilità di uno specifico strumento) senza toccare la causa strutturale, cioè la creazione di "quasi-moneta" privata fuori dal circuito bancario regolamentato. Quella causa strutturale che Himan Minsky avrebbe descritto come parte della normale evoluzione endogena dell'instabilità finanziaria. 

Il sistema bancario ombra continua a espandersi proprio perché arbitraggia la regolamentazione: ogni volta che si stringe un nodo, il capitale trova un nuovo canale con caratteristiche di liquidità apparente ma rischio di credito sottostante reale.

Fondi comuni e ETF (Exchange Traded Fund) — raccolgono risparmio al dettaglio ed istituzionale, investendo in portafogli diversificati di titoli. Gli ETF, in particolare, hanno accelerato la "passivizzazione della gestione”: enormi masse di capitale seguono indici piuttosto che analisi dei fondamentali, con effetti pro-ciclici non banali sui prezzi degli asset. 

In altre parole: la “passivizzazione” della gestione da parte dei fondi comuni di investimento significa che i gestori del fondo non cercano più di battere il mercato selezionando i singoli titoli migliori. Al contrario, l'obiettivo diventa replicare fedelmente l'andamento di un determinato indice di mercato (chiamato benchmark), come ad esempio l'S&P 500 o il FTSE MIB. 

In pratica, il gestore "rinuncia" a una strategia attiva di compravendita e si limita a comprare gli stessi identici titoli dell'indice, nelle stesse identiche proporzioni. A questo punto però si profila la necessità preliminare di approfondire cosa sono gli “indici di mercato” i “benchmark” a cui si legano gli ETF e chi sono i principali “fornitori di indici”.

I principali “index provider”

Il mercato è oligopolistico, dominato da un ristretto numero di attori:

MSCI — nata come costola di Morgan Stanley, quotata autonomamente alla Borsa di new York dal 2007-2009 (spin-off completo nel 2009). Oggi è una “public company” indipendente (ticker MSCI), senza un azionista di controllo dominante — il capitale è distribuito tra grandi asset manager istituzionali (Vanguard, BlackRock, Capital Group sono tra i maggiori azionisti, il che crea peraltro un'interessante circolarità: i grandi gestori passivi sono anche proprietari parziali del fornitore dell'indice che replicano).

S&P Dow Jones Indices (S&P DJI) — non è un'entità unitaria ma una joint venture: 73% posseduta da S&P Global (ex McGraw Hill), 27% da CME Group. Fino al 2010 anche News Corp deteneva una quota (poi ceduta a CME). Gestisce l'indice singolarmente più importante al mondo, l'S&P 500: secondo il survey S&P DJI più recente, circa 20mila miliardi di dollari sono indicizzati al solo S&P 500, di cui circa 13mila miliardi effettivamente indicizzati passivamente.

FTSE Russell — interamente controllata da London Stock Exchange Group (Borsa di Londra), che nel 2011 acquisì FTSE (joint venture storica tra Financial Times e London Stock Exchange) e nel 2014-2015 assorbì Russell Investments, fondendo i due brand. Circa 18mila miliardi di dollari indicizzati complessivamente, di cui circa 12mila miliardi sui soli Russell US Indexes.

A questi si aggiungono attori minori ma non trascurabili: Bloomberg Index Services (reddito fisso, in particolare gli indici aggregati ex-Barclays), CRSP (Università di Chicago, adottata da Vanguard dal 2012-2013 come alternativa "non profit" a MSCI), e i provider ESG/tematici come STOXX (Borsa tedesca).

Chi ne detiene il controllo

Il punto strutturalmente interessante è che questi tre provider non sono entità terze neutrali, ma sono incorporati nell'architettura proprietaria della finanza globalizzata in modi diversi:

  • MSCI è un puro cacciatore di rendita su dati e licenze: non possiede infrastrutture di mercato, vende essenzialmente proprietà intellettuale (metodologie, marchi, licenze di replica).
  • S&P DJI è ibrida: metà agenzia di rating/dati finanziari, metà infrastruttura di mercato (CME è il principale operatore di derivati al mondo — il legame tra indice azionario e mercato dei futures è quindi diretto e proprietario).
  • FTSE Russell è verticalmente integrata nella borsa stessa (LSEG possiede anche Refinitiv/LSEG Data & Analytics, quindi controlla dati, indici e infrastruttura di trading in un unico gruppo).

Questo produce quella che i ricercatori Petry, Fichtner ed Heemskert, in un loro “Paper”, chiamano "private authority": nessuna di queste imprese è regolata come un'utility pubblica nonostante la loro funzione sia di fatto infrastrutturale-pubblica (determinano dove va il capitale mondiale). La regolamentazione (IOSCO Principles for Financial Benchmarks, post-scandalo LIBOR; nell'UE il Benchmark Regulation del 2016) si concentra quasi esclusivamente sull'integrità tecnica del calcolo (evitare manipolazioni), non sulla governance del potere che deriva dalla selezione — chi entra, chi esce, quali pesi.

Come funzionano tecnicamente

  • Definizione dell'universo investibile — criteri di eleggibilità (capitalizzazione, liquidità, capitale flottante, talvolta classificazione dei paesi come "sviluppati/emergenti/frontier" — la riclassificazione di un paese, come il caso Vietnam quest'anno con FTSE, può spostare miliardi di flussi passivi da sola).
  • Metodologia di ponderazione — quasi sempre capitalizzazione di mercato aggiustata per il flottante; questo è il meccanismo che struttura la tendenza pro-ciclica e la concentrazione crescente (le "Magnifiche Sette": le sette aziende tecnologiche statunitensi a mega-capitalizzazione che dominano i mercati finanziari globali: Apple, Microsoft, Alphabet (Google), Amazon, Nvidia, Meta Platforms e Tesla) pesano oggi una quota abnorme degli indici US proprio per costruzione metodologica, non per decisione discrezionale).
  • Ricostituzione/ribilanciamento periodico — eventi calendarizzati che generano volumi di trading enormi il giorno stesso, puramente meccanici: i fondi passivi devono comprare/vendere per tracciare l'indice, indipendentemente da qualunque valutazione fondamentale.
  • Licensing (concessione di licenze) — qui sta il vero modello di business: il provider non gestisce denaro, vende il diritto di costruire prodotti (ETF, fondi indice, derivati, strutturati) che replicano l'indice, incassando “fee” sui patrimoni gestiti. È un modello a costo marginale quasi nullo e margini altissimi — MSCI ha margini operativi tipicamente sopra il 60%.

Il punto teorico che rende il tema rilevante: la crescita della gestione passiva (oggi oltre metà degli AUM azionari USA) ha spostato la funzione di allocazione del capitale — storicamente prerogativa di analisti, gestori attivi, in ultima istanza del mercato "valutativo" — verso una funzione puramente classificatoria, esercitata da un oligopolio privato con incentivi di ricavi da commissione, sostanzialmente non regolato nella sua dimensione allocativa, per quanto tecnicamente regolato nella sua integrità di calcolo.

Come funziona la gestione passiva

La gestione passiva si basa sull'ipotesi che i mercati siano efficienti e che, nel lungo periodo, sia estremamente difficile e costoso per un gestore umano battere costantemente il mercato complessivo. 

  • Strategia "Buy and Hold": I titoli vengono acquistati e mantenuti in portafoglio.
  • Ribaltamento automatico: Le modifiche al portafoglio avvengono solo quando cambia la composizione dell'indice di riferimento.
  • Strumenti principali: I fondi indicizzati tradizionali e, soprattutto, gli ETF (Exchange Traded Funds). 

Gestione Attiva vs Gestione Passiva

CaratteristicaGestione AttivaGestione Passiva
ObiettivoBattere il mercato (generare Alpha)Replicare il mercato (generare Beta)
Costi e CommissioniElevati (ricerca, analisti, trading frequente)Molto bassi (operatività minima)
Attività del GestoreContinua selezione e compravenditaAutomatica e legata all'indice
Rischio UmanoElevato (il gestore può sbagliare scelte)Assente (segue l'indice nel bene e nel male)

I Vantaggi della Passivizzazione

  • Costi ridotti al minimo: Le commissioni di gestione sono drasticamente più basse rispetto ai fondi attivi.
  • Massima trasparenza: L'investitore sa sempre esattamente quali titoli compongono il fondo.
  • Efficienza fiscale: La minore rotazione dei titoli genera meno plusvalenze tassabili nel corso del tempo.
  • Performance competitive: Storicamente, la grande maggioranza dei fondi attivi sotto-performa il proprio benchmark nel lungo periodo a causa dei costi elevati. 

I Rischi e gli Svantaggi

  • Nessuna protezione dai crolli: Se l'indice di mercato perde il 30%, il fondo passivo perderà esattamente il 30%.
  • Rischio di concentrazione: Il fondo compra più azioni delle aziende che valgono già di più, amplificando l'esposizione sui giganti del mercato.
  • Tracking Error: Esiste il rischio che il fondo non riesca a replicare al 100% l'indice a causa di costi di transazione o problemi di liquidità.

Impatto sul mercato finanziario

Questo fenomeno sta spostando enormi capitali dai fondi tradizionali agli ETF. Le conseguenze principali sono una forte pressione al ribasso sulle commissioni in tutto il settore finanziario e una crescente standardizzazione dei flussi di investimento globali.

Vediamo ora chi sono e che dimensioni hanno i principali Fondi di Investimento.

I maggiori gestori di fondi al mondo per patrimonio gestito (AUM), aggiornati al 2026:

  • BlackRock — il più grande in assoluto, primo gestore a superare i 14.000 miliardi di dollari di patrimonio gestito a fine 2025
  • Vanguard Group — secondo per masse, con più di 10 trilioni di dollari, modello a costi molto bassi basato su fondi indicizzati
  • Fidelity Investments — terzo, con circa 5.900 miliardi di dollari
  • State Street Global — quarto grande gestore USA
  • Seguono J.P. Morgan, Goldman Sachs, Capital Group, PIMCO, Invesco

Nota di colore: BlackRock da sola gestisce una cifra pari a circa sei volte l'intero PIL dell'Italia. Quando Larry Fink (il CEO di BlackRock ) parla, i mercati trattengono il respiro.

Il leader europeo

  • Amundi (gruppo Crédit Agricole) è la prima società di gestione del continente europeo

I giganti degli alternativi

  • Blackstone, KKR e Apollo dominano il private equity e i mercati privati

Nota su UBS e Morgan Stanley: restano gestori globali di grandissime dimensioni, ma non rientrano più nella top 10.

Per contesto — i fondi sovrani
Diverso discorso per i fondi sovrani (SWF), tra cui spicca il norvegese: il
Norges Bank Investment Management, il più grande fondo sovrano al mondo, gestiva nel 2026 oltre 2.100 miliardi di dollari.

Alberto Giuliani

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